Prodigy

The Fat Of The Land

1997 (Xl) | post-hardcore, big beat, hard-electro

A quindici anni dalla sua uscita, la Xl Recordings ha ristampato qualche mese fa “The Fat Of The Land”, il terzo disco dei Prodigy. Ad esso, si aggiunge un Ep, “The Added Fat”, contenente remix ad opera di esponenti dell'hard-electro moderna come Alvin Risk, Noisia, Baauer, Zeds Dead e Major Lazer. Quasi a voler profetizzare il valore di quella che è oggi considerata da buona metà della critica musicale un'esperienza minore, nata e cresciuta sulla furbesca e scontata trovata di fondere due rivoluzioni complementari come l'hardcore e la techno da rave, per poi renderle appetibili alle masse più eterogenee.

La maniera più semplice per dimostrare quanto questa critica sia infondata è probabilmente aver vissuto di persona quel fenomeno che verso la fine degli anni Novanta fece sostanzialmente da ponte fra il mondo dei rave e quello – nascente – delle discoteche underground: la big beat. Voler includere il trio – riconducibile comunque artisticamente alla sola figura di Liam Howlett – nel calderone che ha visto in gente come Chemical Brothers e Fatboy Slim i suoi massimi esponenti sarebbe fuorviante e per molti versi scorretto. Ma mentre questi ultimi proseguivano l'opera di sdoganamento della cultura rave allentandone la violenza e flirtando in largo anticipo con tendenze pronte ad un futuro successo, i Prodigy mantenevano nella forza d'urto e nella devozione all'hardcore il loro trademark.

Meno futuristi e (per assurdo) più nostalgici, vera e propria icona dell'hardcore elettronico tutto, divennero forse loro malgrado un fenomeno incredibilmente attraente, raccogliendo per merito e abilità quanto seminato prima di loro da un'intera generazione. Non furono di certo degli innovatori sonori, ma uno di quei casi artistici fondamentali per il loro valore estetico e per il loro ruolo di portabandiera: se il punk e la jungle e le rispettive culture hanno oggi, nell'immaginario collettivo, un grosso punto d'intersezione, il merito va attribuito quasi esclusivamente a Howlett e ai suoi due frontmen. E proprio Keith Flint e Maxim Reality – nati entrambi come ballerini e “promossi” al nuovo ruolo proprio a partire dall'album in questione – sarebbero divenuti i simboli di questo matrimonio, l'altro grande segreto del successo del fenomeno-Prodigy. La loro non fu dunque mera fortuna o semplice furbizia, ma pura lungimiranza.

“The Fat Of The Land” fu sostanzialmente il manifesto di quest'incontro. Nell'anno in cui uscì, fu preceduto di pochi mesi da un altro dei tasselli fondamentali dell'elettronica di quegli anni, “Dig Your Own Hole” dei già citati Chemical Brothers e dal sorprendente debutto dei Daft Punk, che con “Homework” diedero sostanzialmente il la alla prepotente restaurazione massiva dell'house e, soprattutto, dell'estetica minimal. L'inaspettato successo di un brano come “Around The World” - sostanzialmente il perfetto contraltare di quello che l'elettronica era stata negli anni precedenti – fu un segnale talmente evidente da costringere i ravers tanto quanto la moderna intellighenzia dance ad una reazione immediata. E se i fratelli chimici furono i primi a prendere la palla al balzo, mescolando le loro trame acide con l'elettro-psichedelia, la techno più corposa e il break-beat suburbano, i Prodigy tentarono con successo la strada della conservazione, mettendo a ferro e fuoco la più naturale fra le fusioni.

Lasciata da parte la violenza sperimentale del precedente (e mai abbastanza considerato) “Music For The Jilted Generation”, i Prodigy aprono con “The Fat Of The Land” un capitolo tutto nuovo nella loro carriera e nel panorama musicale dei tempi. Una fase caratterizzata, secondo taluni, da un voluto inchino alle masse, in un'equazione quantomai errata: fu il pubblico a inchinarsi alla forza prorompente del suono Prodigy, e non viceversa. Il disco contiene alcuni dei classici di quell'epoca, ed è forse l'unico nella discografia della band a potersi definire compiuto nella sua interezza: ne è immediato esempio il brano che apre il lavoro, sorprendente introduzione ad un nuovo modo di interfacciare rock ed elettronica con la forza d'urto come comun denominatore.

Nel suo incedere prorompente tanto quanto nell'inusuale e malinconico coro intervallato ai beat, “Smack My Bitch Up” è la porta d'ingresso verso un mondo fatto di energia allo stato puro, che necessita però di un sinuoso processo di accensione. “Diesel Power” è in tal senso profetica: un hip-punk pregno di rigurgiti industriali, affidato all'ossessivo rap di Maxim Reality, seguito a ruota dal break-core “Mindfields”, ovvero il ponte fra asfalto ed ecstasy. Le allucinazioni in slow-motion di “Serial Thrilla” e l'ethno-core di “Narayan” segnano il contatto con le forme più pure rispettivamente di jungle e acid-house, aprendo contemporaneamente le porte alla melodia, inattesa protagonista anche sotto il manto tribale di “Climbatize”.
La passione per il punk trova il suo compimento massimo in “Breathe”, alienante e sfrenata cavalcata di puro elettro-rock, con un Flint in stato di grazia nel districarsi fra roboanti bassline, taglienti scariche in tempi dispari, affilatissimi break e continui spruzzi di adrenalina. “Funky Shit” segna invece il contatto con i contemporanei Chemical Brothers, sia nell'uso dei sample vocali che nella grancassa spalancata, attaccata da un flusso inarrestabile di loop e fronde acide.
A completare il puzzle sono invece i due classici per antonomasia del repertorio Prodigy: la conclusiva e sfinente “Fuel My Fire”, inno alla follia mentale sparato a velocità supersonica, e quella “Firestarter” che resta ad oggi emblema di un'epoca e di una cultura: il rave spiegato al pubblico del rock.

Non stupisce affatto che nel 2012, un gruppo di artisti abbia sentito la necessità di omaggiare una band come i Prodigy remixando parte del suo album più importante. Nell'anno che ha visto l'esplosione di un movimento come la bro-step - la più devota al mondo hard fra le interpretazioni del garage – e di gente come Skrillex, Caspa, Rusko e Vexd, sarebbe quantomai oltraggioso voler continuare a disconoscere l'importanza di una band che, suo malgrado, ha sdoganato le sonorità hard-electro fino a portarle alla ribalta. Quindici anni dopo “The Fat Of The Land”, gente come Muse e Korn (questa volta davvero più per esigenze commerciali che altro) ha dovuto inchinarsi alla forza d'urto di uno stile che deve tutto o quasi all'opera di sdoganamento di cui i Prodigy si sono resi protagonisti.

Dopo quest'album, i tre di Braintree si sarebbero rifugiati – questa volta per davvero – nella gestione mediatico-commerciale della loro creatura, riuscendo a mantenersi sulla breccia solo con il buon “Always Outnumbered, Never Outgunned” a ben sette anni dal loro capolavoro. Emblema della loro metamorfosi si sarebbe dimostrato l'ultimo “Invaders Must Die”, album peraltro riuscito ma ancorato fermamente e senza evoluzione alcuna agli stereotipi del suono Prodigy. Quegli stessi che i tre in “The Fat Of The Land” coniarono su due piedi, riciclando con intelligenza dai mondi contigui del rave e del punk e gettando la loro miscela nel calderone popular. E, a conti fatti, fu proprio quest'ultimo il loro maggiore e incontestabile merito: se la violenza e la frenesia dell'elettronica nineties poté varcare la soglia dei rave party, lo dobbiamo anche e soprattutto a loro.

(20/01/2013)

  • Tracklist
  1. Smack My Bitch Up
  2. Breathe
  3. Diesel Power
  4. Funky Shit
  5. Serial Thrilla
  6. Mindfields
  7. Narayan
  8. Firestarter
  9. Climbatize
  10. Fuel My Fire




Prodigy su OndaRock
Recensioni

PRODIGY

The Day Is My Enemy

(2015 - Cooking Vinyl)
Il ritorno dei capofila del big beat a sei anni da "Invaders Must Die"



Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.