Danko Jones

Sleep Is The Enemy

2006 (Bad Taste Records / Self) | rock

Dopo sei release tra Ep e album (l’ultimo, “We Sweat Blood”, del 2003), un discreto numero di convincenti esibizioni live (con i Backyard Babies) e un buon seguito negli States, i Danko Jones di Danko Jones, onesto rocker canadese dall’appeal smargiasso, arrivano (finalmente?) con questo “Sleep Is The Enemy” (pubblicato dalla svedese Bad Taste) alla proverbiale “prova della maturità”, momento topico altrimenti abbinato a una specie di svolta epocale all’interno dell’evoluzione creativa di un determinato artista. Nel coevo revival retro-rock dal gusto perlomeno dubbio (da cui forse è lecito salvare qualcosa dei Vines o dei Libertines, e lasciare annaspare l'ultimo degli Strokes), una sorta di "Mostra delle Atrocità" ballardiana dove l’assenza di innovazione sembra essere l’unico requisito richiesto, i tre ragazzi di Toronto, attivi dal 1996 (tuttavia, il loro esordio sarà “My Love Is Bold” del ’99, grazie all’etichetta indipendente Sound King), propongono un rock (pervaso di garage, punk, heavy metal, hardcore) scevro da coinvolgimenti cerebrali e all’insegna di un ciarlatanesco spirito guascone.

Esaminando brevemente la carriera di/dei Danko Jones appare comunque evidente una certa cifra di cambiamenti significativi riscontrabili nel disco del 2002, “Born A Lion” (Universal), genuina micro-antologia di divertenti pezzi rock and blues passata ingiustamente inosservata. Consci di aver elaborato uno stile efficace ed immediato (paragonabile, con le debite distanze, a nomi come Gluecifer, Ramones, The Cult, Thin Lizzy e Iggy & The Stooges), costruito sulla personalità istrionica del frontman (le sue spalle si chiamano John Calabrese e Dan Cornelius, l’ex batterista dei Damn 13 subentrato proprio in questo album a Damon Richardson), i Danko Jones sono in pratica gli anti-Liars della situazione: annullamento totale di qualunque elemento sperimentale a favore di un suono allo stesso tempo sporco, catchy e dal riflesso melodico. Classico, verrebbe da dire, anche se in forma impropria. Con in testa un’ideale riproduzione in chiave funky del rock’n’roll dei primi anni 70, la band continua con “Sleep Is The Enemy” il discorso lasciato in sospeso da band come Offspring e Hellacopters (i primi dispersi in zona Mtv, mentre i secondi, reduci da un mezzo passo falso, appaiono oggi abbastanza confusi).

La sintesi (il disco dura poco più di 30 minuti) e l’istinto sono le migliori armi del gruppo. “Sticky Situation” e “Baby Hates Me” incarnano il Danko-pensiero: chitarre pseudo-Motorhead, testi di una semplicità disarmante (ma singolarmente piacevoli), stop&go marcato, attenzione per la melodia. L’intenzione di unire aggressività ed easy listening, hard-rock e hard rock cafè, garage e chart sono certamente gli obiettivi di Mr. Jones, impegnato con il suo vocione a confrontarsi “virilmente” con il gentil sesso (non mancano, comunque, digressioni socio-politiche).
“Baby Hates Me”, non a caso primo singolo estratto, riassume questo principio: mediare tra un approccio facile, fortemente melodico e un altro più duro, più violento. La successiva “Don’t Fall In Love”, quasi un remake di un brano della colonna sonora di “Happy Days”, è forse la migliore traccia del disco, con un groove fra i più accattivanti degli ultimi tempi.

Quando Danko spinge al massimo sulla semplicità e sull’essenzialità è capace di tirar fuori dal cilindro composizioni facili facili ma innegabilmente ben fatte, come “She’s Drugs” (ornata da efficaci riff old style à-la AC/DC), “The Finger” (dura disamina hard-rock che ricorda qualcosa dei primi Guns n' Roses) e “First Date” (il raffronto qui è con i Foo Fighters di “There Is Nothing Left To Lose”).
Il gioco dei confronti non è fine a sé stesso: i Danko Jones non inventano nulla e non si sognano nemmeno lontanamente di farlo. Mirando a una specie di ritorno alle origini del rock, il disegno finale vorrebbe essere primordiale, come l’ humus alla base di formazioni come Van Halen e Metallica (fino a “The Black Album”, naturalmente). Progetto in parte riuscito grazie alla schiettezza dell’esecuzione, alla già citata indole gradassa (il siparietto comico verso la fine di “First Date” la dice lunga sull’ironia del gruppo) e a un manipolo di tracce estremamente godibili. Con “Invisible”, poi (con lo special guest John Garcia nelle vesti di secondo vocalist ), oltre al purismo, la band mette in mostra capacità tecniche interessanti in un brano tirato e preciso che sembra un esule dei Queens Of The Stone Age di “Rated R”.
Senza un attimo di tregua, l’album offre altri episodi autenticamente rock'n roll (“Natural Tan”, “When I Will See You” e la bellissima “Time Heals Nothing”) fino all’inaspettato metal della title track .

I Danko Jones frugano da anni nel sottobosco sconosciuto dell’ultimo indie-rock, per nulla entusiasti di essere ghermiti dall’appiglio di toystoriana memoria che ha trasformato incorruttibili band in fenomeni da classifica (o da baraccone, che poi è la stessa cosa). In ogni caso, se mai una major dovesse posare gli artigli su Jones e compagni, sradicandoli dal proprio contesto e imponendo loro abitini e accessori trendaioli , non ci resterà che mettere nel lettore questo disco perché “Sleep Is The Enemy” suona come un disco rock dovrebbe fare: un disco solido e compatto, scritto con il cuore, e che probabilmente splenderà due volte in più dal vivo. E non serve davvero aggiungere altro.

(03/05/2006)

  • Tracklist
  1. Sticky Situation
  2. Baby Hates Me
  3. Don’t Fall In Love
  4. She’s Drugs
  5. The Finger
  6. First Date
  7. Invisible
  8. Natural Tan
  9. When I Will See You
  10. Time Heals Nothing
  11. Sleep Is The Enemy
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