War On Drugs

Slave Ambient

2011 (Secretely Canadian) | alt-rock, shoegaze

I War On Drugs si formano a metà degli anni 2000 circa, quale progetto musicale nato dall'unione di più spiccate personalità cantautorali. Come accadeva spesso nei sixties (Buffalo Springfield, Byrds, CSN&Y) e in qualche caso accade tutt'ora (vedi alla voce Fleet Foxes, ad esempio). Il nuovo "Slave Ambient" giunge, dopo tre Ep degni nota e vari cambi di formazione, a tre anni dall'altrettanto notevole "Wagonwheel Blues". Allora il gruppo di Philadelphia ruotava attorno all'asse compositivo formato dal duo chitarristico Adam Granduciel e Kurt Vile. Quest'ultimo, nel frattempo, ha intrapreso una brillante carriera solista, tanto che il suo nome è ormai più noto al pubblico indie di quello della sua ex-band. Il posto di Vile, sia dal punto di vista strumentale che nella stesura dei brani, è stato preso dall'unico superstite di quella formazione il bassista (e ora anche chitarrista) Dave Hartley, mentre il nuovo batterista Mike Zanghi completa l'inedito trio sempre sotto la guida vocale e autoriale di Granduciel. 

Anche il suono dei War On Drugs è cambiato, s'è perfezionato e raffinato, consolidando il retroterra roots/americana in un crogiuolo di psichedelia, Paisley sound, shoegaze e alt-rock dalle chiare ascendenze velvettiane. Ciò che più impressiona in "Slave Ambient" è la forza propulsiva ed evocativa del wall of sound ricavato dall'interplay fra il fitto jingle-jangle delle chitarre (anche il buon Vile fa un informale ritorno in alcuni brani) e il pulviscolo onirico e atmosferico emanato dai synth e dalle tastiere (suonate dallo stesso Granduciel o affidate ad alcuni collaboratori). Ma le qualità di Granduciel e soci non si esauriscono nelle scelte sonore o nella perizia produttiva: sono le melodie agre, impastate, stazzonate, eppure stagliate e incisive, la carta vincente di questo loro secondo lavoro sulla lunga distanza.

Così, se l'influenza della "vulgata" country-rock dylaniana si avverte ancora distintamente - soprattutto nel cantato di Granduciel, in quel modo nasale di strascicare le ultime sillabe alla fine di ogni verso - in brani quali "Brothers", nell'opener "Best Night", semi-acustica e rauca d'insonnia su scintillanti arazzi di chitarra, nella conclusiva "Black Water Falls" o nella bluesy (piano e chitarra, quasi The Band) "I Was There", è nei brani più ritmici e spigolosi che il gruppo cresce d'intensità e cambia di passo: la commistione di shoegazee new wave nella bellissima "Your Love Is Calling My Name", lunga e dilatata fino al limite della jam, la tirata "Original Slave", la marziale e ascendente "Come To The City" che ricorda a tratti gli U2 di metà anni 80, la bruma sintetica ma dissipata da un'armonica springsteeniana in sottofondo di "Baby Missiles".

"Slave Ambient" è un disco delicato e nostalgico, ma anche attuale nella sua grana onirica e perturbante, nel suo essere un ponte panoramico tracciato fra cantautorato sixties rivisitato alla luce soffusa degli anni 80 e neo-psichedelia di sponda alternativa. Un gradito ritorno e una bella prova di coerenza e maturità per un gruppo abituato a cambiare pelle (e componenti) e ad assorbire nuovi stimoli, che sembra aver trovato qui la sua dimensione ideale.

(28/08/2011)

  • Tracklist
  1. Best Night
  2. Brothers
  3. I Was There
  4. Your Love Is Calling My Name
  5. The Animator
  6. Come To The City
  7. Come For It
  8. It's Your Destiny
  9. City Reprise
  10. Baby Missiles
  11. Original Slave
  12. Black Water Falls
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