My Bloody Valentine

MBV

2013 (autoprodotto) | shoegaze, dream-pop

Sono passati 21 anni e tre mesi fra “Loveless” e la diffusione dei nuovi pezzi di “MBV”.

Dopo tanti rinvii, ritocchi e ripensamenti, improvvisamente Kevin Shields lo scorso sabato 2 febbraio ha annunciato che nel giro di poche ore sarebbero state divulgate in streaming le nove tracce del nuovo album dei My Bloody Valentine.

Panico nelle social community di tutto il mondo, con tanto di blocco del website ufficiale per eccesso di visite, ma dalla domenica mattina queste canzoni sono state ascoltate su YouTube da centinaia di migliaia di persone, riprese dai principali organi di informazione musicale e dalle pagine personali dei fan.

Un fermento giustificato dall’attesa, visto che in questi anni la band anglo-irlandese ha visto aumentare esponenzialmente il numero dei sostenitori, sia fra i normali fruitori di musica, sia fra i colleghi musicisti. Impossibile nell’ultimo quarto di secolo parlare di shoegaze o dream-pop senza prendere questi quattro musicisti come precursori e principali termini di paragone.

Ed oggi ascoltando le nove tracce di “MBV” pare che il tempo si sia fermato a quel novembre del1991: suona esattamente come avrebbe suonato allora, e non saprei dire se questo sia un bene o un male.

 

Da un lato è bello ritrovare Kevin Shields e compagnia deliziosamente immutabili, certificando con le nuove tracce il proprio status di pionieri e leader del settore, ma è pur vero che dopo tanti tentennamenti e prese di tempo per motivi legati all’iper-perfezionismo fosse lecito attendersi qualcosina di più.

Il fatto di suonare come ognuno di noi si sarebbe aspettato e come se il mondo si fosse fermato ventidue anni fa, costituisce al tempo stesso il miglior pregio ed il peggior difetto di “MBV”.

E queste sarebbero le migliori premesse dal punto di vista dei fan di vecchia data, che considerano il sound del quartetto come una miniera lasciata improvvisamente inesplorata: se ci torni dopo decenni puoi continuare a trovarci innumerevoli metalli preziosi.

Il destino di questo disco è quello di dividere: gli appassionati della band lo idolatreranno per il resto dei loro giorni, i detrattori lo faranno a pezzi senza pietà, ma quando partirà la sequenza, per tutti un brivido scorrerà lungo la schiena, è inevitabile, come se fossimo improvvisamente rilanciati indietro nel tempo.

Riassaporare quei suoni, quei sapori, beh, tutto sommato ci fa affermare che un nuovo lavoro dei My Bloody Valentine, forse lo avremmo voluto esattamente così.

 

“MBV” è suddivisibile idealmente in tre parti.

La prima racchiude le canzoni che più si avvicinano allo stile di “Loveless”, quasi a voler cercare una continuazione con quella pietra angolare del moderno alt-guitar-pop.

Fra le prime tre tracce spicca per personalità “Only Tomorrow”, posta subito dopo l’iniziale soffusa “She Found Now”.

Ed è subito un diluvio di elettricità, una pioggia di synth, le voci che restano sommerse dal magma musicale, insomma tutto ciò che costituisce il marchio di fabbrica della band.

Per quanto tantissimi gruppi abbiano cercato di assomigliare ai My Bloody Valentine in questi anni, e si siano abbeverati alla loro fonte, nel primo trittico (completato da “Who Sees You”) c’è la dimostrazione definitiva ed inconfutabile che soltanto Kevin Shields e soci riescono a suonare come sé stessi.

Sembrano voler dimostrare la riappropriazione ad libitum del proprio status musicale: qualcuno si è avvicinato a loro ma nessuno è mai riuscito a raggiungerli.

Soltanto le chitarre dei My Bloody Valentine suonano come le chitarre dei My Bloody Valentine, c’è poco da fare.

Una dichiarazione di forza, un bello smacco per quanti hanno osato l'emulazione.

Del resto la loro formula magica è un po’ come quella della Coca Cola: nessun altro eccetto Kevin e Belinda sanno cosa mettono insieme e come lo mettono per tirare fuori quella cascata di chitarre.

 

La seconda parte dell’album, che va dalla traccia 4 alla traccia 6, è la meno rimarchevole, ma serba comunque significati profondi.

All’interno ci si trovano profumi tanto di Stereolab quanto di certo French Touch: “Is This And Yes” (ma anche la successiva “If I Am”) ha nel dna germi di Air, come se Shields avesse (inconsapevolmente ?) preso qualcosa dagli allievi transalpini, che più volte hanno citato i Valentine come una delle proprie massime ispirazioni.

“New You” chiude questa non proprio memorabile fase centrale, vestendo i panni del brano meno caratterizzante e più canonicamente pop del disco: oggettivamente il pezzo più debole, quello dove le sperimentazioni restano un attimino nell’angolo.

Ed in bocca resta la sensazione latente di un ritorno che non sia ancora decollato sul serio.

 

Tutto ciò viene spazzato via dalla sequenza finale: dalla traccia 7 alla traccia 9 troviamo l’highlight del disco, la zona miracolosa, la più ardita, quella nella quale la band si mette di buona lena a tracciare vaghe ipotesi di nuove vie, disegnando canzoni finalmente con una marcia in più.

“In Another Way” ci sbatte in faccia una ritmica poderosa, architetture sonore stratificate, voci che non si capisce se procedano normalmente o al contrario, in cinque minuti e spicci densi di tanta roba, che già da soli giustificano tutta l’attenzione del mondo su questo lavoro.

La strumentale “Nothing Is” amplifica tutto all’ennesima potenza: un loop senza fine dove meravigliosamente non accade quasi nulla, il trionfo del ritmo e delle nostre ossessioni quotidiane, un mega stato di allucinazione reiterato, una guerriglia urbana, un wall of sound che ci rispedisce in certe lisergiche atmosfere da 90’s rave party.

Va ancora meglio nella conclusiva “Wonder 2” i minuti più esaltanti, folli e senza redini dell’intero disco, quelli che ci convincono definitivamente a promuoverlo a pieni voti.
Certo, in effetti manca quella sensazione di aver toccato l'inesplorato, ma queste tracce probabilmente cresceranno con gli anni, come è cresciuto "Loveless", e comunque già dai primi ascolti è evidente un livello qualitativo decisamente alto.

 

“MBV” mi ha tolto finalmente da uno stato di imbarazzo: di solito ho questa fissa di considerare grandissime soltanto le band che abbiano prodotto almeno tre dischi importanti.

My Bloody Valentine, pur avendone pubblicati soltanto due, ce li tenevo dentro a forza, mentendo a me stesso, in virtù dei molteplici Ep e mini album commercializzati, atteggiamento certificato dal recente “EPs 1988-1991” che riuniva alcuni di loro.

Ora non ci sono più dubbi, il terzo è arrivato, ed i My Bloody Valentine entrano a pieno diritto nella mia personale Hall Of Fame.

Del resto per realizzare tre grandi album c’è chi ci mette appena pochi mesi (il fondamentale tris dei primi Led Zeppelin), chi una manciata di anni (i Pearl Jam della nostra gioventù), chi un quarto di secolo: ognuno ha i suoi tempi

Penso che ordinerò il vinile di “MBV”: album così vanno tenuti cari, come negli ultimi 25 anni è accaduto con “Vitalogy”, “Mellon Collie”, “Grace”, “OK Computer”, “Songs For The Deaf”, “A Ghost Is Born”, “Funeral” e pochi altri.

Il formato MP3 in questi casi non può bastare, serve una presenza tangibile, un qualcosa di “materiale”, something to hold on to

(06/02/2013)

  • Tracklist
  1. She Found Now
  2. Only Tomorrow
  3. Who Sees You
  4. Is This And Yes
  5. If I Am
  6. New You
  7. In Another Way
  8. Nothing Is
  9. Wonder 2
AA.VV. su OndaRock
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