Necks

Open

2013 (ReR Megacorp) | free-impro, future fusion

Un nuovo disco dei Necks è sempre un evento. Sarà che sono in giro da qualcosa come venticinque anni e non hanno mai nemmeno lontanamente pensato di ripetersi. Sarà che ad ogni nuovo album trovano qualcosa di inedito da proporre, qualche nuova strada da percorrere. Sarà che l'impressione è che ogni volta si siano tenuti qualcosa, che lo scrigno delle loro sorprese abbia scorte perenni, che il loro sganciarsi da qualsiasi punto di riferimento artisticamente e tecnicamente li renda inafferrabili e inesauribili. Vien da pensare che a conti fatti il formato album si addica poco a quelle che in passato potevano definirsi cavalcate e che da “Townsville” in poi si sono trasformate in veri e propri cataclismi, in grado di prendere la forma dello tsunami (“Silverwater”), dell'eruzione vulcanica (“Mindset”) o del terremoto (lo stesso “Townsville”).

In qualsiasi caso, che la nuova fatica del trio delle meraviglie Abrahams-Swanton-Buck avesse da riservare di nuovo qualche sorprese era dato assai prevedibile. Il fatto è che, dopo un trittico di lavori come i suoi predecessori, era difficile da credere che “Open” potesse arrivare ad abbattere un'ulteriore barriera, a sfondare una diga che non sembrava esistere, a superare l'ennesimo limite. E invece è proprio quello che avviene: a partire dal titolo, i tre riprendono in mano la formula dei lavori precedenti e la lanciano nello spazio aperto, pronosticando e gestendo con maestria l'inevitabile perdita di forza d'urto, al sacrificio della quale corrisponde un guadagno ben più ingente nelle sfumature. Queste ultime divengono, in tutti i sensi, universali, si articolano fra di loro giocando a turno sul contrasto vuoto-pieno e, soprattutto, sul dialogo fra scheletro ritmico e melodia.

Proprio quest'ultima è l'altra grande novità: mai quanto qui il pianoforte di Abrahams è protagonista assoluto, abbandonato a prodigarsi in scale verso il paradiso che sembrano prendere spunto dalla continuous music di Lubomyr Melnyk, flussi in soluzione di continuità e senza spazio per alcuna interruzione. Per un'ora abbondante il viaggio si districa fra panorami mai visti, lontanissimi dal mondo finito tanto quanto dall'astrazione, allacciati con filo flebile a certo minimalismo (Morton Feldman per lo stile, Charlemagne Palestine per l'attitudine) e con un altro ancor più sottile alla free improvisation storica (ma le dissonanze e la cacofonia degli Amm non sono mai state così lontane). L'obiettivo non è più la ricerca dell'estremo, la purezza dell'improvvisazione gioca un ruolo secondario rispetto al clima da essa evocato. Un clima che sa di una libertà per una volta in grado di muoversi a livello dei sentimenti anziché rimanere nella dimensione del mentalismo puro.

L'introduzione dei primi dieci minuti fra campanellini e pianoforte sono il premio del rituale, che inizia a prendere forma a partire dal quarto d'ora. Da lì in poi è un viaggio su montagne russe di un universo parallelo, in un crescendo il cui primo vertice da pelle d'oca è collocato intorno alla mezz'ora, con il pianoforte cullato dagli ultimi echi metallici e da una prestazione strepitosa di Swanton al contrabbasso. Il crescendo si riduce per poi riprender corpo, e il minuto quarantacinque segna la salita in cattedra della batteria, che Buck accarezza con una delicattezza disarmante, ricamando sui saliscendi del pianoforte. Poi sussurri, le pelli delle percussioni a rintoccare solitarie prima della chiusura: una sorta di approdo in un nuovo giardino dell'Eden, un brulicare di note e rintocchi, colori nitidi in alternanza rapidissima. Un caleidoscopio di suoni ed emozioni. Niente frastuono, niente dissonanze, solo una perfetta simbiosi fra spazio, tempo e musica. Sarebbe bello se fosse questa, la fusion del futuro.

(28/12/2013)

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