Strokes

Comedown Machine

2013 (Rca) | pop-rock

Poche band hanno avuto, nel decennio appena trascorso, l’impatto e l’importanza degli Strokes: "Is This It" è stato uno di quei dischi che, analizzando i cosiddetti anni Zero con oggettività, maggiormente ha influenzato le sorti dell’industria musicale e ne ha dettato la linea per gli anni a seguire. Poche, dicevamo: ci vengono in mente i Libertines e gli Interpol: i primi ballarono per poche stagioni, prima che Baràt e Doherty prendessero strade diverse, mentre i secondi, concittadini della band di Julian Casablancas, non sono mai riusciti a replicare il grande successo dell’esordio "Turn On The Bright Lights". Se gli Interpol interpretarono la parte più decadente e malinconica di New York, gli Strokes ne furono la naturale controparte: nessuno come loro è, nel tempo, riuscito a cogliere lo spirito della propria contemporaneità, e a tradurlo in musica.

"Comedown Machine" porta con sé diversi messaggi: il primo, decisamente positivo, è che gli Strokes ci stanno veramente provando. Se l’idea di rinnovamento lanciata con "Angles" non aveva colto nel segno, dando vita un prodotto del tutto privo di coesione, qui l’impressione è che dietro alla sua realizzazione ci sia la volontà del gruppo di consegnare un album che abbia una certa coerenza, sia con la propria storia, sia verso prospettive future. Il secondo è che, dodici anni più tardi, questi cinque ragazzi di buona famiglia sono sempre “figli dello zeitgeist”, ma con una differenza sostanziale: se agli inizi lo zeitgeist veniva preso e trasformato in musica, ora il processo si è invertito: si scandaglia la musica per cercare ciò che più è iconico di questo tempo e aggiungerlo al proprio processo creativo, ormai – forse – fuori tempo massimo.

I risultati di questa tragica inversione sono tracce come "Partner In Crime", pericolosamene simile ad "Another Day In Paradise" di Phil Collins, o i falsetti di "One Way Trigger", singolo scelto ad anticipare l’uscita dell’album e tranquillamente confondibile con una canzone di Mika, o ancora "Chances", a metà fra U2 e Killers, qualcosa di inimmaginabile solo qualche anno fa per un gruppo come quello di Casablancas e soci. Lo stesso Casablancas, tornato a lavorare in studio con il resto della band, è vittima di questo nuovo sound, (la cui produzione è affidata alle stesse mani di "Angles", quelle Gus Obert) che porta alla luce tutti i suoi limiti vocali.
Nomen omen, "Comedown Machine", quinto e ultimo disco previsto dal contratto della band con la Rca, si salva dal tracollo di riff telefonati e ritornelli inefficaci solo grazie a pezzi come "All The Time" e "50/50", gli unici accostabili a ciò che sono stati gli Strokes, a dimostrazione che il gruppo è ancora in grado di raggiungere i migliori risultati quando segue il proprio istinto primario Al contrario, quando sono loro a ricercare il sound di altre band (i Phoenix, per citarne una evidente), il risultato non si può definire soddisfacente, fra mezzi passi falsi e brani privi di mordente; così, succede che brani come "Tap Out", con il suo ritmo funk, e "Welcome To Japan" finiscano per essere sporcati da ritornelli poco incisivi, che ne pregiudicano la piena riuscita.

Se è vero che non sempre si riesce al primo tentativo, è altresì vero che questo è il secondo buco nell’acqua per gli Strokes, ma ci vuole cautela prima di darli per spacciati: se "Comedown Machine" lascia qualcosa, è proprio la sensazione che il quintetto newyorkese abbia ancora qualcosa da dire, almeno dal punto di vista musicale, e che in futuro potrebbe regalare nuove sorprese. Per ora resta un po’ d’amaro in bocca, per ciò che sarebbe potuto essere, per quello che qui e là si riesce a intravedere, ma che invece non è stato; saremo forse ingenui, ma ci piace pensare che lo spirito di "Is This It" sia ancora lì, nascosto da qualche parte.

(31/03/2013)

  • Tracklist
  1. Tap Out 
  2. All the Time 
  3. One Way Trigger
  4. Welcome to Japan 
  5. 80's Comedown Machine 
  6. 50/50 2:53
  7. Slow Animals
  8. Partners in Crime 
  9. Chances
  10. Happy Endings
  11. Call It Fate, Call It Karma
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