Lower Dens

Escape From Evil

2015 (Ribbon) | art-pop

C’era una volta Jana Hunter, streghetta con bollino di certificazione New Weird America e ancella prediletta nella corte del fauno freak-folk Devendra Banhart. E’ storia di una decina di anni fa ormai, quando un biglietto dorato le garantì il posto nella raccolta-manifesto “Golden Apples Of The Sun” che imbambolò la critica di mezzo mondo ben oltre la sua effettiva influenza. Vennero poi il trasferimento dal Texas a Baltimora e il momento ideale per un gruppo tutto suo, i Lower Dens, bizzarra compagine a lungo indecisa tra vapori dream-pop e aspirazione al riverbero. E’ il terzo Lp di questa compagine, “Escape From Evil”, a chiarire oggi in maniera inequivocabile come anche questo secondo segmento nella carriera dell’artista statunitense possa considerarsi archiviato. Coprodotto da Chris Coady, con contributi minori delle altre volpi John Congleton e Ariel Rechtshaid, il disco offre la trasfigurazione della band sotto un’aura di meraviglia e misticismo pop che è puro canone anni ottanta, con la cantante bravissima a dissimulare le inquietudini del proprio vissuto. Così la sorprendente “Sucker’s Shangri-La”, e poi via andando.

Da subito in cattedra, Jana dispensa fascinazioni solari, per quanto nell’accezione air conditioned sun di beckiana memoria. La sua sensibilità trova ampio respiro e non è cannibalizzata dal vestito stilistico scelto per l’occasione. Non c’è finzione, l’artificio è bandito perché al di là dell’arredo sonoro la Hunter appare sincera come non mai. I Beach House non sono mai stati spiriti affini come adesso, per la stilizzazione nel trattamento delle chitarre come per il luminismo, in un’interpretazione che resta estetizzante e impressionista a un tempo. Curatissime e sempre credibili le texture sonore adottate, rese vive e palpitanti proprio dalla frontwoman, abile a lasciare da parte la confortevole via dei calchi algidi e ad attualizzare stilemi che, in mani diverse, rischierebbero di essere ridotti a mera tappezzeria (“Ondine”). La promessa escapista del titolo si offre allora come fuga dalle nebulose stilistiche del passato, dalle tentazioni rumoriste, dai troppi indugi e dalle cautele di comodo.

Dietro questo marcato reindirizzamento espressivo non si coglie un vezzo ruffiano, né una banale operazione di mimetismo. Jana si serve soprattutto della morchia di quegli Eighties formalmente abusati, ovvero quel senso di equivoco squallore che ha avuto un’eccezionale trascrizione filmica nelle pellicole – tra gli altri – di William Friedkin, di cui questo album potrebbe essere un’ideale colonna sonora in differita: non solo quel “Vivere e morire a Los Angeles” di cui in tanti avranno facilmente notato il richiamo nel singolo di lancio, ma anche opere come il più torbido e sfuggente “Cruising” (si senta “Non Grata”): una miscela viziosa e gioiosamente compromessa che rispolvera Siouxsie, i New Order e innumerevoli altre sensazioni dell’epoca, ma sempre sotto un sole benevolo e posticcio (non a caso “Société Anonyme” chiude il disco sulle medesime tonalità dell’incipit, smaliziate e ariose, e con la stessa vitalità.)

I synth grigiastri qua e là impiegati non spengono il cromatismo efficacissimo e la prova di carattere della Hunter, intrisa di un romanticismo non affettato e finalmente adulta. Al resto pensano le canzoni, sofferte ma elusive come “Quo Vadis”. Soluzioni sincopate che rievocano la soundtrack di “Omicidio a luci rosse” (“To Die In L.A.”), un senso di controllo, ragione dinamica e progressione offerto dai non rari accenni motorik (“Company”), la lentezza e i fondali plumbei (gli echi dal Vangelis di “Blade Runner” in “I Am the Earth”) edificano lo scintillante teatro in cui Jana, tra sibilline imbeccate dal retrogusto androgino e sensazionali evocazioni plastiche, gioca con l’ambiguità e recita se stessa senza più vincoli o costrizioni, esaltando l’effetto-macchina del tempo dell’intero lavoro. Non manca la meccanica del kraut-rock, chiamata a simulare come meglio non si potrebbe i battiti del cuore di chi sia ferito dal dolore più grande. A fare da contrasto a una musica rigorosa e impassibile occorrono il calore, il sentimento, l’umanità toccante dell’autrice, nella gemma “Your Heart Still Beating” soprattutto.

Ne esce un album discreto e non macchiettistico, un anomalo concept sulle relazioni interpersonali che ha il pregio di farsi apprezzare secondo molteplici prospettive e di non esaurirsi in una fruizione epidermica. Al di là della trasformazione che ha interessato così a fondo il suono della band, a colpire è l’autorevolezza con cui i quattro di Baltimora hanno allestito i nuovi brani, superando l’esame del difficile terzo album in maniera davvero brillante. Il merito va equamente ripartito, tra una scrittura chirurgica e un’esecuzione sempre all’altezza della promessa – senza voli pindarici e senza sbavature – ingredienti indispensabili per suonare intriganti e insieme eloquenti.

Restano una creatura musicale poco appariscente, i Lower Dens, e per certi versi strisciante, minimalista. Ora però sono molto più nitidi a livello strumentale. Accantonata la propria proverbiale timidezza, anche Jana sembra essere letteralmente uscita dal bozzo, come songwriter e come performer. Stupisce che i parallelismi con la Legrand siano oltremodo evidenti proprio adesso che il suo gruppo ha azzardato la propria svolta easy-listening, per quanto le attinenze con quella dei Beach House di “Teen Dream” restino inopinabili. Ad ogni modo, non si parli più di sbiadite imitazioni: quella di “Escape From Evil” è una band che ha finalmente scelto cosa vuol essere da grande e che intende arrivare alla meta con le proprie gambe.

(06/07/2015)

  • Tracklist
  1. Sucker’s Shangri-La  
  2. Ondine  
  3. To Die In L.A.  
  4. Quo Vadis 
  5. Your Heart Still Beating  
  6. Electric Current   
  7. I Am the Earth  
  8. Non Grata 
  9. Company  
  10. Société Anonyme
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