La volta buona. I Demob Happy lottano ormai da tempo per riuscire a ritagliarsi un loro spazio nell’affollatissimo panorama alternativo, ma la strada è decisamente impervia e in salita. Reduce dall’uscita del terzo buon capitolo “Divine Machines” (2023), il terzetto guidato dal bassista Matthew Marcantonio, e completato dal chitarrista Adam Godfrey e dal batterista Thomas Armstrong, al pari dei colleghi The Amazons (per citare uno dei possibili esempi), sembra a un punto di stallo per grado di popolarità raggiunto, e il risultato delle due precedenti visite milanesi confermerebbe tale tesi. La terza data in Italia da inizio carriera, nonché prima a essere fissata a Bologna, è riuscita a rendere un minimo di giustizia al progetto alt-rock, che grazie al calore del pubblico ha premuto a fondo l’acceleratore, regalando una buona performance.
La serata parte con il breve set di Ed songwriter, all’anagrafe Marco Rossi, accompagnato per l’occasione da basso e batteria. Il musicista modenese si muove tra memorie grunge e vezzi pop: premesso che la spinta sul tentativo di emulazione di vocalità (e di look) in stile Cobain appare a tratti davvero troppo forzata, ingrana discretamente con le placide “8”, “Don’t Shake You” e “Life In A Day”, scivolando in seguito tra suggestioni in zona Cure con accenti di rimando ai Dinosaur Jr. verso un drumming più serrato, per poi cedere la conclusione alla quota marcatamente (post-)grunge, prima con velati richiami agli Screaming Trees di “Dust” e in ultimo con passaggi strumentali ed echi dei Foo Fighters. L’uscita di scena a esibizione terminata vede Ed donare alcune vecchie copie del disco di debutto “One Hand Clapping” (2012) al pubblico, lasciandole a bordo palco.
Il trio di Brighton scalda i motori con i riff agguerriti di “Voodoo Science”, mettendo in mostra da subito una delle sue principali influenze di riferimento, ovvero l’operato dei Queens Of The Stone Age, a cui si somma una componente sintetica. Le sferzate di batteria e le linee di basso serrate di “Loosen It” fungono da anticamera per un’efficace doppietta, che vede protagonista la chitarra affilata di “Run Baby Run” e i cori della suadente “Token Appreciation Society”, più graffiante rispetto alla versione su disco.
Dotati di ottima presenza scenica, Marcantonio e soci, da buoni intrattenitori, non lesinano scambi di battute con gli spettatori tra le pause in una scaletta che appare perfettamente equilibrata tra i tre album pubblicati e i singoli esterni. La sghemba “Liar In Your Head” precede il debutto dell’esplosivo inedito “The Name Of This Song” e i passaggi stoner di “Junk DNA”.
Uno dei momenti chiave è illuminato dalla tensione dei ritmi di “Tear It Down”, nella quale spicca inoltre la voce distorta di Armstrong, e dalla bassline pesante di “Succubus”. Posato momentaneamente il basso, “Muscular Reflex” si regge interamente sull’accoppiata tipicamente garagistica chitarra-batteria, mentre la nevrotica “Sweet & Sour America” accelera il passo e smuove ulteriormente la platea, conducendo verso le battute finali con la vorticosa “Less Is More”, dove il pensiero vola ai Royal Blood, i salti sulle note di “Autoportrait” e un’ultima scenetta dominata dai cori del pubblico che inneggiano al cognome del frontman di origine italiana, seguita da una piccola jam improvvisata, prima delle sferzate conclusive e i sing-along di “Be Your Man”.
Somebody killed the radio star, esordiscono i Demob Happy in “Token Appreciation Society”, forse il sistema e il tempo in cui viviamo, eppure una piccola speranza da qualche parte esiste ancora e live partecipati come quello al Covo Club, in grado di riempire gli occhi di gioia e caricare a vicenda musicisti e spettatori, ne sono la prova.