In verità, il nuovo album dei King Gizzard & The Lizard Wizard assomiglia a un’opera di Escher, un’illusione sonora dove gli intrecci di roots rock, psichedelia, progressive, country, soul e funky vengono abilmente avvolti in una catarsi orchestrale mai eccessiva e spesso dietro le quinte, che esalta le intuizioni migliori e stempera la vacuità delle restanti.
“Deadstick” non è solo una delle pagine più riuscite di “Phantom Island”, ma anche uno dei singoli più intriganti della band: un tripudio di fiati e di coretti pop-soul anni 70 arrangiati con la grandeur di un’orchestra jazz, con tanto di citazione sul finale di “James Dean” degli Eagles. Di egual fatta è la title track, un geniale funky-soul-jazz in stile exploitation contraddistinto dal marchio: puro King Gizzard al cento per cento.
“Phantom Island” è anche l’album più ricco di slanci melodici in stile seventies: non si tratta solo delle solite delizie folk-country (“Aerodynamic”), ma anche di canzoni di rara fattura che sfruttano appieno la magniloquenza dell’impianto strumentale, come la splendida “Spacesick” o la più avventurosa “Grow Wings And Fly”.
Archiviato il surreale orchestral-funk di “Eternal Return” e quello più cinematografico di “Silent Spirit”, nonché il corposo rock-jazz di “Sea Of Doubt”, si può tranquillamente affermare che i King Gizzard & The Lizard Wizard mantengano ancora le premesse con un disco decisamente più elaborato e rimarchevole. Non mi meraviglierei se molti fan o ascoltatori dell’ultima ora eleggessero l’ultimo album degli australiani come il loro migliore di sempre, certo è che dopo una mole considerevole di dischi pubblicati il nome della band catalizza ancora l’attenzione con una musica che resta fedele allo spirito iniziale. Un gruppo di amici che si diverte suonando senza assoggettarsi alle regole del business.
22/10/2025
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