SHAME - Cutthroat

2025 (Dead oceans)
post-punk

È un disco meno malinconico e più “fuck you” che “poor me”
(Charlie Steen)

Con “Cutthroat”, quarta uscita degli Shame, non si fanno sconti a nessuno.
È un disco che punta il dito e condanna tutti, senza esitazioni.

Cowards are politicians, criminals
Cowards are gel-haired real estate agents
Cowards are people who got a degree
Cowards are people who like people like me

Nel mondo disegnato dalla band di South London, i codardi sono ovunque: agenti immobiliari, parlamentari, laureati, presentatori televisivi, fanatici dei frullati proteici e persino chi si lascia sedurre dal carisma spigoloso di Charlie Steen, voce e corpo del gruppo.

Always moaning and complaining
That’s why you’re such shit craic at the pub
Cheap talk and expensive pints?

Quello degli Shame è un universo al collasso: una società piegata dalle apparenze, relazioni sentimentali ormai insostenibili, persino il prezzo delle pinte diventato un problema esistenziale. E allora non resta che rifugiarsi nei loro live: esplosivi, sudati, viscerali. Steen sale sul palco a torso nudo, con addosso solo un collare da prete, evocando le atmosfere borderline di “Bud Boy Buddy”, piccolo gioiello del cinema indipendente australiano di trent’anni fa.
Dopo tre album che li avevano portati verso un post-punk sempre più ricercato, con “Cutthroat” gli Shame scelgono di fare un passo indietro, tornando all’irruenza del debutto “Songs Of Praise”. Un ritorno alle origini, però, filtrato attraverso la consapevolezza e la solidità maturate negli anni, e accompagnato dalla voglia di esplorare nuovi territori sonori. In cabina di regia c’è John Congleton, che regala al disco una pulizia e una chiarezza mai sperimentate prima.

La title track sembra voler mettere subito in chiaro le cose: ritmiche granitiche, basso trainante, chitarre in stile “Sabotage” dei Beastie Boys, tastiere in primo piano e un ritornello che si avvolge nella testa. Ma “Quiet Life” ha già un cambio di passo deciso: tra echi e riverberi che richiamano il passato, prende forma un rockabilly acustico che racconta con crudezza il peso di un rapporto tossico.
C’è spazio anche per sperimentazioni più oblique, come “Spartak”, che gioca con suggestioni alla Wilco ma resta inevitabilmente marchiata dal fuoco di Brixton, quello che ancora arde nella band cresciuta tra i due storici pub londinesi The Queen’s Head e Windmill. La vera sorpresa, però, sono i loop digitali e i ritornelli luminosi di “After Party” e “Axis Of Evil”: brani spiazzanti, che confermano la sete di cambiamento della band, fedele più alle proprie ossessioni tematiche che alla forma.
A volte, però, la voglia di osare sfiora l’eccesso, come nell’interpretazione in brasiliano di Charlie Steen in “Lampiao”, una miscela di samba e Talking Heads dedicata alla leggenda di un eroe/bandito del sertão. Un episodio curioso, che rischia di far gridare al tradimento una parte della fanbase.
Anche i momenti più vicini alla produzione recente assumono sviluppi più lineari e diretti: dal post-punk dal finale sonico di “Screwdriver”, all’andamento slacker alla Pavement di “To And Fro”, fino all’introspezione slintiana di “Packshot”, per culminare in “Plaster”, con il refrain più contagioso di tutta l’opera.

Gli Shame dimostrano di avere fame di trasformazione. Con “Cutthroat” vogliono scuotere, destabilizzare, bruciare ogni certezza, anche a costo di sacrificare parte della loro originalità e del marchio di fabbrica del loro suono. E ci riescono, ancora una volta, sputandoci addosso la loro verità.

13/09/2025

Tracklist

  1. Cutthroat
  2. Cowards Around
  3. Quiet Life
  4. Nothing Better
  5. Plaster
  6. Spartak
  7. To and Fro
  8. Lampião
  9. After Party
  10. Screwdriver
  11. Packshot
  12. Axis of Evil

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