Soffocanti fumi riempiono l’atmosfera, il fuoco annebbia la mente. Siamo in una palude elettronica, attorniati da una congrega primitiva che, per qualche ragione, assume i volti di Joy Division e This Heat. Il protagonista sei tu, legato a un palo e imbavagliato, mentre questi officianti oscuri, armati di drum machine flebilmente distorte, invocano i vapori di Jah e l’ombra della darkwave. Non è una novità: post-punk e reiterazioni psichedeliche à-la African Head Charge hanno spesso trovato la loro comunione.
Anzi, gli anni Ottanta ne sono impregnati. E in realtà, ne è pervasa anche molta club music degli anni Dieci: e non a caso, Wootton ha fondato Trule proprio per darle un tetto. Qualcuno forse lo ricorderà sotto il vecchio alias Deadboy, con cui sfornava una lasciva dubstep dalle venature purple funk, qualcun altro per gli Holy Tongue.
Ma è nel suo percorso solista che Wootton distilla una visione più arcana: fatta di calore analogico rampante, terzine ipnotiche, ritmi asimmetrici e un amore viscerale per le ombre sonore del retaggio dark. “Rhythm Archives“ è il suo quarto album in studio, e ciò che colpisce è soprattutto il suono. Sinistro e vischioso, come un rituale tribal ambient eseguito da un Muslimgauze ossessionato da Siouxsie and the Banshees, ma tradotto nei legami elettronici di un minimal synth asfittico, perturbante.
Il punto è che l’esperienza, in parte, si arresta lì. Oppressione e neo-tribalismo seducono, ma non sempre trascinano fino in fondo. È come se, pur imbavagliati e pronti per il sacrificio, ci si fermasse un attimo a pensare: “aspetta… ma perché sono qui?”
17/07/2025