LITTLE BARRIE - Shadow

2014 (Tummy touch)
rock-blues

Li avevamo (e si erano) un po’ persi, i Little Barrie. Lanciati tra le promesse inglesi sull’onda lunga dell’exploit di White Stripes e Kings Of Leon, ormai una decina di anni fa, non hanno mai goduto di particolare visibilità e sono usciti presto dai radar, diciamo ai tempi del discreto sophomore “Stand Your Ground”. Da allora a oggi il frontman Barrie Cadogan ha lavorato più che altro come turnista (per Primal Scream, Paul Weller, Morrissey) mentre il gruppo ha messo a referto un solo album prima di questa quarta uscita, nuova di zecca, che punta a rilanciarne le azioni nelle stesse lande jam-psych-funk dei primi passi, dopo la digressione surf del precedente “King Of The Waves”.

Che di un ritorno alle origini si tratti è ribadito anche dalla scelta di affidarsi nuovamente a colui che li sponsorizzò e produsse all’esordio, Edwyn Collins, cui erano poi stati preferiti in seconda battuta il ben più quotato Dan The Automator e l’orco Russell Simins. Per quanto il terzetto di Nottingham non sia mai parso umbratile come adesso, il feeling si conferma buono e il disco confezionato con perizia. Pronti via e questo minaccioso teatro di pura sostanza già si profila in una prima bozza tratteggiata dalle pulsazioni del basso e arricchita dalle roche impressioni vocali del leader. È da subito rimarchevole la padronanza della tensione che i Little Barrie sfoggiano nell’ambito di un blues-rock d’impronta classicista, indebitato fino al collo nei confronti dei soliti Cream, Free e compagnia bella, e analogo a quello che band come i Reef suonavano con autorevolezza ancora una quindicina di anni fa.

I gorgheggi della chitarra donano forma e profondità al corposo revival del gruppo britannico, non così distante rispetto a quello proposto senza troppa fortuna nell’ormai remoto “We Are Little Barrie”: formule derivative e risapute ma sciorinate con il giusto piglio e la necessaria passione, tanto da avvicinare nei passaggi più muscolari (emblematiche “Fuzzbomb” e “Realise”) una pur blanda estetica stoner che li può far somigliare a dei cugini imberbi dei Fu Manchu.

Quando l’orecchio si concede quell’attimo di distrazione è quasi inevitabile far correre a tempo il piedino, anche se l’esaltarsi resta tutto un altro paio di maniche. Buona la personalità, buono il lavoro dell’ex-Orange Juice in cabina di regia e buono il groove, nel quadro di un prodotto passatista sino al midollo ma in fin dei conti onesto. La Gibson di Cadogan non rinuncia al proprio perentorio ruolo di protagonista in scena, con le sue spirali, i suoi canaloni tascabili o i suoi robusti ciangottii elettrici, e, pur trattandosi di futili esercizi retorici, starle dietro in quei movimentati soliloqui può rivelarsi una piacevole attività. Altrove prevalgono però ritmi più blandi e l’irrequietezza della ditta è imbrigliata a dovere in calchi seventies egregiamente modellati, preparazioni pazienti a base – perché no? – di riff erculei, destinate a sfumare non senza sorprese nel tipico refrain paranoide à-la Sonic Youth (quelli tardi, in “Pauline”) o in un delta di morbide suggestioni strumentali (come accade in “It Don’t Count” grazie all’hammond). E’ proprio sul velluto che la compagine riesce più convincente, per quanto i lampi rimangano più che altro soffusi barbagli accesi sempre a intermittenza.

Nulla in questa raccolta di canzoni è davvero indimenticabile, ma nemmeno si segnalano sbavature marchiane, in un terreno che, preme ricordarlo, ha già visto appassire anzitempo giovani formazioni di belle speranze come gli Sleepy Sun. Non sembrano fare breccia solo i frangenti in cui Barrie e soci provano a svecchiare il cifrario, in maniera vivace ma anche con troppe reminescenze britpop (il singolo “Sworn In” – per dire – richiama alla mente le gioiose cavalcate dei Dodgy o dei Kula Shaker, con solo un pizzico di cattiveria e qualche ulcerazione in più). La title track chiude i giochi in maniera dondolante ed elusiva, come in balia di un mare grosso (ma mai ostile) sotto un cielo che si incupisce poco per volta.

“Shadow” si segnala, in definitiva, come un disco di ripiegamento. Un ritorno interlocutorio alle specialità della casa, che non lesina in quanto a destrezza tecnica ma nemmeno pare in grado di spiegare, una volta per tutte, cosa i Little Barrie intendano fare “da grandi”.

12/05/2014

Tracklist

  1. 1. Bonneville
  2. 2. Fuzzbomb
  3. 3. Sworn In
  4. 4. Stop or Die
  5. 5. Deselekt
  6. 6. Pauline
  7. 7. It Don’t Count
  8. 8. Everything You Want
  9. 9. Realise
  10. 10. Eyes Were Young
  11. 11. Shadow

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