Cos’hanno in comune Franz Ferdinand, Kasabian, Killers e Arctic Monkeys? È molto semplice: hanno iniziato a essere conosciuti e apprezzati all’interno di un contesto esclusivamente indie e hanno poi ottenuto una notorietà tale da permettere loro di suonare in location molto grandi in buona parte del mondo. La carriera di queste band è iniziata tra il 2004 e il 2006 e negli anni seguenti non c’è più stata una simile frequenza di nomi partiti dall’indipendenza e giunti allo stardom (giusto Florence Welsh ora sta portando il proprio live di fronte a molte migliaia di spettatori ovunque). Il 2012 potrebbe essere ricordato come l’anno nel quale hanno debuttato sulla lunga distanza gli Spector proprio perché in ambito indie se ne parla da tempo e non stupirebbe affatto se questo quintetto ottenesse gli stessi riscontri dei nomi citati finora (guarda caso, sono attualmente in tour proprio con Florence).
L’appeal commerciale di tutte le canzoni contenute in questo disco è, infatti, notevolissimo. Le melodie sono istantaneamente appiccicose; il ritmo è spesso incalzante al punto giusto e anche quando si rallenta non mancano mai tono e vitalità; il suono gode della necessaria pulizia d’insieme e non si fa mancare né una buona dose di elettricità, né un uso delle tastiere a mo’ di lustrini; la voce del frontman Fred MacPherson ha quel quid che la rende immediatamente simpatica e accattivante, riuscendo a trasmettere l’idea di un artista fortemente carismatico (basta poi vederli dal vivo per capire che il grande carisma non è solo un’idea, ma c’è veramente, del resto per lui non è la prima esperienza da leader di una band, perché in passato lo è stato per i Les Incompetents e per gli Ox.Eagle.Lion.Man); certi titoli riescono a strappare da soli un sorriso (“Twenty-Nothing” e “Upset Boulevard” soprattutto) e più di un passaggio dei testi sembra fatto apposta per colpire in pieno l’immaginario di una miriade di persone. Uno si sente cantare con quella voce furbetta e con una melodia e un suono irresistibili le parole “one you started coming over, two you started sleeping over, three you started taking over, four you told me it was over” o “don’t wait up, I won’t be home, true romantics sleep alone” e non può che pensare “ok, hai vinto”.
Perché, allora, questo disco risulta apprezzabile anche da chi normalmente ascolta musica indie? Non dovrebbero infastidirci questi lavori appositamente fatti per piacere alla gente che piace? Non quando il tutto è realizzato con abbondanti dosi di gusto e ispirazione. Così come non dev’essere un tabù sostenere che decine di autori indie duri e puri avrebbero dato qualunque cosa per riuscire a scrivere una melodia bella come quelle di “…Baby One More Time” o di “Umbrella” o di “Paparazzi” – e se iniziassimo a elencare le canzoni di Madonna e di Michael Jackson non finiremmo più – allo stesso modo è giusto riconoscere che le idee melodiche alla base di tutti questi brani sono di grande qualità. Poi, evidentemente sono altri i motivi per cui non apprezziamo le canzoni sopra citate: il suono e la voce innanzitutto, ma qui subentra il gusto di cui dicevamo sopra, perché non ci sono mai vera pacchianeria o ruffianeria fine a se stessa: i diversi riff e le scelte a livello di arrangiamento portano sì a un risultato accomodante e di facile ascolto, ma danno anche l’idea che il loro scopo sia soprattutto quello di valorizzare le melodie, prima ancora che di attirare più ascoltatori.
C’è poi una continuità qualitativa importante in tutto questo lavoro: all killers, no fillers, come dicono gli anglosassoni, anche perché ogni brano ha una marcata identità, soprattutto melodica, e lo sviluppo delle singole tracce non si riduce sempre a un rigido rispetto della forma-canzone tradizionale, ma in alcuni casi (“Lay Low”, la citata “Upset Boulevard” e “No Adventure”) compaiono inserti inaspettati o un vero e proprio percorso in cui si parte in un modo e si finisce in tutt’altro. Ultimo pregio: l’utilizzo dei cori e delle seconde voci, sempre azzeccato e intrigante, sia quando doppiano la voce principale o si incrociano con essa che, soprattutto, quando vi è un’alternanza (“What You Wanted” in questo senso è esemplare).
In definitiva, è davvero il caso di godersi questa band finché dura, come suggerisce il titolo dell’album. Non perché gli Spector siano destinati a sparire, ma, anzi, perché è probabile che presto qualche loro brano finirà in qualche massiccia campagna pubblicitaria o in qualche coreografia di trasmissioni tv a base di veline et similia. A quel punto ci vorranno una ventina di euro per comprare un loro cd e una quarantina per vedere un loro concerto e i fan della prima ora si ricorderanno di quanto si divertivano quando li conoscevano solo loro.
08/10/2012