Il percorso musicale di Ryuichi Sakamoto è un viaggio apparentemente discontinuo tra techno, pop, bossa nova, musica etnica, ma il fulcro centrale resta il concetto (assimilato da Wayne Shorter) di fare della Duty Free Music, in altre parole una musica libera da doveri.
Il nuovo album “Out Of Noise” giunge a cinque anni da “Chasm” e dopo un paio d’interessanti colonne sonore, celebrando l’aspetto più sperimentale della sua musica.
Progettato, per esser poi soggetto di una serie di esibizioni live acquistabili solo attraverso I-Tunes, l’album propone dodici pezzi strumentali che alternano minimalismo (“Hibari”), frammenti sperimentali (“Tama”), musica cinematica (“Disko”), realizzando un insieme sonoro di spettrale avvenenza.
Il concetto di bellezza permea da sempre la musica di Sakamoto, che dopo averne decantato il lato più vigoroso in "Beauty", ora sembra celebrarne il volto più scarno e poetico.
“Hibari” apre la sequenza senza adulare l’ascoltatore, la struttura minimale non lascia tregua, la sua assimilazione fa da spartiacque tra chi indugerà nell’ascolto e chi abbandonerà il campo.
La stessa rigidità sopraggiungerà solo nel finale “Composition 0919”, che ripresenta l’atonalità pianistica che caratterizzava le pagine più ostiche di “Dischord”.
La scrittura stavolta è particolarmente a fuoco e non mancano ottime composizioni: incantevole “In The Red”, una sognante e fluida edificazione di atmosfere elettroniche, tra voci e suoni ripetitivi che avvolgono la minimale struttura pianistica. Sakamoto realizza una serie di fantasiosi landscape sonori che possono riportare alla mente Harold Budd e Gavin Bryars, con notevoli risultati in “Disko” e “Ice”, ma è “Firewater” la vera perla dell'album: suoni elettronici che si dileguano nell’angoscia dell’infinito, catturando le paure e lo smarrimento per tramutarlo in poesia sonora.
“Out Of Noise” è il miglior disco di Sakamoto dai tempi di "Beauty", non perché sia il più originale, ma perché è attraversato da una spiritualità che rende tutto intenso.
“Hwit” e “Still Life” suggeriscono la malinconica scrittura delle sue migliori colonne sonore, ma lo fanno con suoni elettronici leggermente acri che regalano contorni inediti, “Tama” incrocia con gusto sonorità più sperimentali e “Nostalgia” accenna frammenti romantici che sono sublimati nella deliziosa “To Stanford”, dove il piano diventa protagonista, trascinando la composizione verso un classicismo mai stucchevole.
13/04/2009
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