27/03/2026

Suede

Fabrique


La coda fuori dal Fabrique, complice anche l'ormai consueto sciopero dei mezzi del venerdì a Milano, inizia già prima delle 17: il concerto dei Suede, il primo in Italia dopo otto anni, era del resto sold-out. Negli ultimi tempi, Brett Anderson e compagni hanno rinvigorito il proprio status di band chiave del britpop, grazie a una serie di album post-reunion di buon livello, che hanno confermato – se non una vera e propria seconda giovinezza – almeno una rinnovata solidità artistica.

Conveniva, in ogni caso, arrivare in anticipo sia per assicurarsi un posto il più vicino possibile al palco sia per non perdersi l'esibizione dell'interessante band di supporto, proveniente dalla Scozia: gli Swim School. Dopo una serie di Ep, il gruppo guidato da Alice Johnson – avvenente biondina dalla voce allo stesso tempo potente ed eterea – l'anno scorso ha pubblicato il proprio album di debutto omonimo. Un più che convincente mix tra dream-pop, shoegaze e atmosfere à-la Wolf Alice (più volte citati dalla leader come principale influenza), riproposto con efficacia anche dal vivo, nonostante qualche piccolo inconveniente: come quando alla cantante si è rotta la tracolla della chitarra, senza però impedirle di continuare a suonare, in precario equilibrio, con lo strumento appoggiato sulla coscia.
Al di là di questo divertente episodio, tra i momenti salienti da sottolineare spiccano lo sforzo vocale sul finale di "On & On", l'intro post-punk da manuale di "Green Eyes (Want It All)" e la pregevole "Always On My Mind", capace di ipnotizzare i presenti. Un antipasto di qualità in attesa della portata principale.

I Suede si presentano sul palco poco dopo le 20,30 sulle note di "She", uno dei tanti brani tratti dal loro terzo album "Coming Up", commercialmente il più fortunato della loro carriera. Brett Anderson, presenza magnetica come sempre, ogni tanto scompare dal palco, si appoggia alle transenne, si sdraia a terra: qualcuno teme inizialmente che sia provato, ma è tutta scena. In realtà, i suoi 58 anni li porta splendidamente e regge ancora il palcoscenico come pochi. È pur vero, però, che nelle tappe precedenti del tour, in Spagna, erano emersi alcuni problemi alla voce e, in effetti, anche qui lo si è visto tossire più volte nei momenti di tregua. Forse anche per questo la scaletta è stata rivoluzionata rispetto alle attese: ci si aspettava infatti una presenza più consistente di brani tratti dall'ultimo disco, l'acclamato "Antidepressants" (giunto al quarto posto nella nostra classifica dei migliori album del 2025), mentre a sorpresa è stata eseguita una sola canzone.

Verosimilmente, proprio per gestire al meglio la voce, Brett ha optato per una tracklist incentrata sui grandi successi dei Nineties, una sorta di greatest hits che gli ha permesso, furbescamente, di rifiatare durante i ritornelli, spesso lasciati cantare al pubblico. Già con la micidiale tripletta formata da "Trash", "Animal Nitrate" e "The Drowners" si è capito che il concerto si sarebbe trasformato in un trionfo di singalong. E, tutto sommato, alla maggior parte del pubblico – composto perlopiù da quarantenni e cinquantenni cresciuti con quelle canzoni – è probabilmente andata benissimo così. Anche il sottoscritto, che non aveva mai avuto prima la fortuna di vederli dal vivo, non può certo lamentarsi: per chi da ragazzo ha idealizzato un certo sound anni 90, è impossibile non provare un brivido durante "Animal Nitrate", uno di quei brani che hanno davvero segnato un decennio.
Fin da quel memorabile esordio datato 1993, i Suede si sono imposti come i più degni eredi del glam-rock all'interno di quel nascente movimento che sarebbe poi passato alla storia come britpop: per un'intera generazione hanno rappresentato il primo contatto con il dandismo, una certa ambiguità sessuale e tematiche conturbanti. Anche musicalmente, la tradizione bowiana ha rivissuto in Brett Anderson e soci, grazie a quell'alternanza tra brani grintosi e al tempo stesso sensuali e altri decisamente più melodrammatici e teatrali. Così, all'energia di "Filmstar" o "Can't Get Enough" si affianca la romantica magniloquenza di "The 2 Of Us" o della più recente "June Rain".
Dedicata a Milano ("la città della moda per eccellenza"), "She's In Fashion" – che, complice una partecipazione al Festivalbar, rimane probabilmente il momento di massima popolarità dei Suede nel nostro paese – viene invece spogliata e privata dei suoi orpelli, in un'inedita versione acustica.

Il momento più intenso arriva con "The Wild Ones", uno degli apici di quel tour de force emotivo di "Dog Man Star": qui Brett Anderson si spende completamente, fino a chiudere il brano cantando senza microfono, regalando al pubblico un momento da pelle d'oca. La festa corale riprende poi con un finale in crescendo, dove a dominare sono ancora una volta alcuni dei brani più amati del repertorio dei Suede, dall'inno generazionale "So Young" alla celeberrima "Beautiful Ones" sorretta dal riff di chitarra suonato da Richard Oakes, intervallati dalla marziale "Metal Mickey". Canzoni durante le quali il carismatico frontman si lascia definitivamente andare, scendendo più volte dal palco per abbracciare il pubblico.
A chiudere in bellezza, "Saturday Night" suggella un indimenticabile... venerdì sera. Per una volta, i Suede sembrano concedersi più del solito alla nostalgia – nonostante Brett Anderson abbia spesso rivendicato con orgoglio di far parte della "band più vitale della sua generazione" – ma quando il risultato è di questo livello, è difficile chiedere di più.