Nancy Sinatra & Lee Hazlewood

Nancy & Lee

1968 (Reprise) | baroque pop, country pop, psych, folk-pop

Certe coppie funzionano così, con un feeling istintivo che annulla ogni differenza. Prendiamo due personaggi agli antipodi come Nancy Sinatra e Lee Hazlewood. La bionda e vezzosa figlia di ‘ol blue eyes Frank sembra la classica ragazza della porta accanto, con quell’aria sbarazzina da chanteuse yéyé d’oltreoceano; il baffuto cantautore dell’Oklahoma pare invece uscito da un western o da qualche b-movie poliziesco di Hollywood degli anni Sessanta, con quel ghigno corrucciato e quell’inquietante vocione da orco. Metterli insieme è stata però una delle intuizioni fulminanti del mainstream pop di tutti i tempi.
Certo, le differenze balzavano agli occhi: “Lui faceva finta di essere un bifolco, un ignorante, ma in realtà aveva studiato molto – spiegherà anni dopo una deferente Nancy - Era un veterano dell’esercito, una persona di mondo che sapeva quello che stava facendo”. Anche Lee, però, aveva qualche riserva sulla sua compagna d’avventura, che trovava un po’ troppo perfettina per i suoi gusti, con quei completini a scacchi, quei capelli cotonati e l’aria da brava ragazza del New Jersey: “Non puoi più cantare come Nancy Nice Lady, ora ti devi mettere a cantare per i camionisti”, si narra che abbia intimato alla sua pupilla mentre si accingeva a regalarle l’hit che l’avrebbe fatta svoltare. Ma al di là della stravaganza, l’intuizione di Lee era quella giusta. E Nancy l’avrebbe raccolta al volo. Indossando per l’occasione un paio di stivali bianchi: quelli che l’avrebbero condotta direttamente alle porte dello stardom.

 

La ragazza con gli stivali

 

Sì, perché alla metà degli swingin’ Sixties, alla figlia di Frank Sinatra - predestinata fin dal 1945, quando aveva 5 anni e il padre le dedicò “Nancy (With The Laughing Face)” - nessuno sembrava più voler scrivere canzoni degne di questo nome. Si barcamenava, così, tra cover (come la "To Know Him Is To Love Him" di Phil Spector e dei suoi Teddy Bears) e ballate sentimentali zuccherose come "June, July, And August". Ma niente che potesse attirare l’attenzione del pubblico e men che mai delle classifiche Usa. Finché all’orizzonte non spuntarono i baffi salvifici di Barton Lee Hazlewood, contattato da Frank Sinatra in persona per mettergli di fatto in mano la carriera della figlia. Missione compiuta fin da quel folgorante esordio a 45 giri di “These Boots Are Made For Walkin'”, con quel testo sfrontato, in cui la giovane ragazza tradita, anziché mettersi a piangere, gioca al gatto col topo col malcapitato interlocutore. Una parte che Nancy interpreta con impareggiabile glacialità, spietata e implacabile, assecondando il magistrale arrangiamento, tutto giocato su quel giro di basso discendente, con batteria costante, chitarra twangy e una tromba in sottofondo.
“These Boots Are Made For Walkin'” vola in testa alle classifiche e viene perfino adottata dalle truppe americane in Vietnam (dove la stessa Sinatra sbarcherà per esibirsi davanti ai soldati). Centrato quel formidabile successo, Hazlewood e Sinatra decidono di unire anche le loro voci, dando vita a una formidabile sequenza di duetti. Con un canovaccio pressoché infallibile, ben descritto da Antonio Vivaldi su TomTomRock: “A dominare è la dialettica donna-uomo/angelo-diavolo/cowboy-ragazza di città, con Nancy quei pezzi diventano dialoghi-sfide  dove lui è romantico, disilluso, scuro nella carnagione e nella voce e lei sensuale, elusiva, sotto sotto temibile e, attenzione, quasi sempre vincente. Il tutto su un fondale sonoro che potremmo definire pop gotico: belle melodie, suoni cupi e parecchio epos quasi cinematografico”. Il tutto fino al 1968, l’anno in cui i due decidono di metterci un punto pubblicando la prima (e memorabile) raccolta dei loro duetti: “Nancy & Lee”.

L’elisir della passione

 

Accreditato in maniera paritaria a entrambi e griffato in copertina da una celebre foto dei due su sfondo arancione, “Nancy & Lee” suggella la magica alchimia della nuova coppia d’oro del sixties pop, assistita dai perfetti arrangiamenti di Billy Strange, unendo brani originali firmati da Hazlewood a un pugno di riuscite cover, a partire dall’iniziale spectoriana “You've Lost That Lovin' Feelin'”, che nella versione dei Righteous Brothers rappresentò una delle massime espressioni della tecnica del wall of sound e che Lee rallenta ad arte, in chiave sottilmente lisergica e sepolcrale.
Ma a svettare sono soprattutto gli episodi originali del baffuto playboy dell’Oklahoma. In primis, la sempiterna “Summer Wine”: originariamente interpretata da Hazlewood con Suzi Jane Hokom, la canzone trova nella voce di Nancy il contraltare perfetto al tenebroso registro del suo autore, una musa sensuale e temibile, che riesce a far sprigionare al brano tutta la sua straripante melodiosità. Il torbido testo, di vaga ispirazione country, narra di un lui, concentrato sui suoi speroni d'argento, che incontra una lei da cui riceve la proposta di bere del vino insieme (una sangria, stando al testo, ma c’è chi ha letto nei versi una metafora sessuale). Dopo aver bevuto, l'uomo si sveglia con i postumi di una sbronza, scoprendo che gli speroni e il denaro sono stati rubati dalla misteriosa fanciulla, eppure sogna di tornare a bere ancora quella fatata posizione. Il cinematografico duello tra i due si gioca tutto sul contrasto tra la voce baritonale, profonda e romantica di Lee e quella sensuale, elusiva e sottilmente perfida di Nancy, un confronto che raggiunge vette epiche nella costruzione della frase musicale "a spirale". Una sontuosa cornice orchestrale di marca quasi gotica rende il tutto ancora più dolente, giocando anche sulla contraddizione tra il radioso immaginario estivo e la penetrante malinconia suggerita dalle melodie e dagli arrangiamenti d’archi. “Summer Wine” diventerà quasi l’archetipo di un certo tipo di duetti, costruiti sul conflitto tra voce maschile cavernosa e voce femminile angelica (da Serge Gainsbourg-Jane Birkin a Nick Cave-Kylie Minogue fino a Mark Lanegan-Isobel Campbell). Nel 2013, la devota fan Lana Del Rey, autoproclamatasi “versione gangster di Nancy Sinatra”, ne realizzerà una cover assieme all’allora fidanzato Barrie-James O'Neill's.

Altra prodezza è “Some Velvet Morning”, ballata semplicemente perfetta, soffice e vellutata fin dal titolo, con la sua ariosa intro d’archi, le sue inflessioni country venate di psichedelia e il suo telaio a incastro. Si snoda implacabile come un carillon, cambiando i giri in base all’alternanza tra le due voci in una classica struttura call and response: in quattro quarti, straniante e riverberata quella di Hazlewood, che fa i conti con una pesante sbornia e il ricordo di un amore scomparso; in tre quarti quella di Sinatra, che bisbiglia flautata versi misteriosi come “Flowers are the things we know, secrets are the things we grow/ Learn from us very much, look at us but do not touch/ Phaedra is my name”. E misterioso è l’intero testo, che rispolvera dalla mitologia l’enigmatica figura di Fedra, “la più triste di tutte le dee greche”. Anch’essa sarà reinterpreta da stuoli di artisti, inclusi i Vanilla Fudge, che la vireranno in chiave psych-gothic, e i Thin White Rope, che la tramuteranno in una bruciante cavalcata desert-rock.

 

In piena simbiosi creativa, la strana coppia rispolvera anche uno dei suoi primi duetti, l’ipnotica “Sand” - storiella inquietante di una fanciulla che offre ospitalità a un losco figuro, tutta giocata su strati di clavicembali e intrecci di chitarre – quindi scodella un’altra vivace filastrocca come “Lady Bird” e si mette addirittura sulle ingombranti orme di un altro celeberrimo duo della musica americana, Johnny Cash & June Carter, cimentandosi in una nuova cover di quella “Jackson” (standard country composto nel 1963 da Billy Edd Wheeler e Jerry Leiber) che i due avevano portato al successo pochi mesi prima.
Suggestive anche la polverosa (e maledetta) love-story di “Sundown, Sundown” e l’autoironica “I've Been Down So Long (It Looks Like Up To Me)”, con il suo country-pop orchestrale all’insegna di armonie vocabili irresistibili, costruite sul contrasto tra la voce da grave e baritonale di Hazlewood e il timbro fanciullesco, da lolita sensuale, di Nancy. Ma l’affiatamento tra i due è al top in tutto il disco: si percepisce il divertimento puro con cui Nancy e Lee gigioneggiano e si danno di gomito mentre scandiscono le battute di Tom T. Hall in “Greenwich Village Folk Song Salesman” oppure si crogiolano nei sentimenti appiccicosi di “Storybooky Children” e “My Elusive Dreams” (hit country da n.1 di David Houston e Tammy Wynette).

 

Saccarine underground

 

Come in una sorta di anticipazione weird del sofisticato dream-pop coniato dal duo David Lynch-Angelo Badalamenti qualche anno dopo, Hazlewood pennella per Sinatra partiture multiformi, in cui la radiosità del pop è costantemente minata da orchestrazioni ipnotiche, flebili screziature lisergiche, surreali toni da music-hall e minacciose inflessioni country-western. Come se la zuccherosità delle melodie fosse stata irrimediabilmente alterata da qualche fungo o aroma psichedelico. Non a caso ci sarà chi definirà il genere come “saccarine underground” (o persino “cowboy psychedelia”).
Nancy & Lee resterà uno dei massimi saggi di sixties pop e dei migliori dischi di duetti di sempre, la testimonianza unica dell’incontro/scontro tra controcultura e mainstream al culmine dell’era psichedelica. Come scrive ancora Vivaldi, infatti, “nelle canzoni migliori di Nancy è inevitabile percepire un fascino obliquo, una linea di cupezza nella limpida luce melodica, una squadratura fra quel che viene detto e quel che viene suggerito. Con i capelli biondi tinti, i vestitini corti e quel cognome ingombrante, apparteneva in tutto e per tutto al mainstream pop. Al tempo stesso però lo trasfigurava dall’interno rendendolo smagliante e iperreale. O forse fu soprattutto Lee Hazlewood a fare in modo che le cose andassero così”. Uno “standard” formidabile che in tanti cercheranno di imitare, anche con successo in alcuni casi (i succitati esempi delle coppie Serge Gainsbourg-Jane Birkin, Nick Cave-Kylie Minogue, Mark Lanegan-Isobel Campbell) ma raramente riuscendo a rinnovarne la freschezza.

 

Seguiranno altri due, più stanchi, capitoli del sodalizio con Hazlewood (1972, 2004), mentre la carriera di Nancy Sinatra, di fatto interrotta dalla metà dei 70’s, conoscerà un’imprevedibile rivalutazione, suggellata dalla riscoperta di suoi classici sixties - la struggente “You Only Live Twice” nella serie “Mad Men”, l’irresistibile versione di “Bang Bang (My Baby Shot Me Down)” nel film di Quentin TarantinoKill Bill: Volume 1” – e dall’omaggio di una insospettabile pattuglia di rocker che nel 2004 parteciperanno al disco tributo “Nancy Sinatra” (U2, Steven Van Zandt, Morrissey, Jarvis Cocker, Thurston Moore, Calexico, Jon Spencer etc.). Ciliegina sulla torta, la reincarnazione in versione “Hollywood sadcore” nelle affascinanti sembianze della principessa triste Lana Del Rey, che contribuirà a rilanciarne l’immagine e l’estetica fino ai giorni nostri.
Ma Nancy resterà sempre devota al suo baffuto mentore, anche dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2007: “Ho sempre pensato che Lee fosse uno scrittore di fiabe. Scriveva storie per bambini, poi quando le metteva in musica avevano una certa connotazione. E tra noi è diventata una questione di chimica: le piccole dolci favole si sono trasformate in fantasie sessuali. E il fatto era che io e Lee non avevamo una relazione sessuale. Penso che il nostro feeling speciale fosse proprio dovuto al fatto che non avevamo mai avuto rapporti. Era tutto implicito e dedotto, ma non è mai successo”.
La miglior love-story mancata tradotta in musica.

(11/09/2022)

  • Tracklist
  1. You’ve Lost That Lovin’ Feeling
  2. Elusive Dreams
  3. Greenwich Village Folk Song Salesman
  4. Summer Wine
  5. Storybook Children
  6. Sundown, Sundown
  7. Jackson
  8. Some Velvet Morning
  9. Sand
  10. Lady Bird
  11. I’ve Been Down So Long (It Looks Like Up To Me)
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