Nancy Sinatra

Nancy Sinatra

La cantante con gli stivali

di Claudio Fabretti

La storia di come la figlia di ol' blue eyes Frank divenne una star. All'insegna di un pop dal fascino obliquo, sotto l'egida dell'enigmatico Lee Hazlewood. Una storia iniziata con gli stivali di una canzone leggendaria. E proseguita tra tanti successi e gli omaggi di una nuova generazione, capitanata dalla discepola Lana Del Rey

La sera del 12 maggio 1960 gli americani sono incollati alla tv per assistere a un grande evento, in onda sulla Abc: c’è da dare il bentornato al messia Elvis Presley, di ritorno dal servizio militare in Germania. E per l’occasione è stato scomodato il crooner dei crooner: Frank Sinatra. Sarà lui a dire “Welcome Home Elvis” a nome della nazione al Re del rock. Paradossale, per uno che pochi anni prima aveva definito il rock’n’roll “la forma di espressione più brutale, brutta, disperata e viziosa che abbia avuto la disgrazia di ascoltare” (in un’intervista al magazine Western World). Parole che non erano andate giù allo stesso Presley, il quale aveva addirittura indetto una conferenza stampa per stigmatizzarle.

 

Nancy Sinatra - Elvis PresleyMa per farsi perdonare, zio Frankie ha in serbo una sorpresa: all’aeroporto di Fort Dix (New Jersey), dove Elvis sta per sbarcare, gli invia ad accoglierlo una graziosa ambasciatrice di nome Nancy, che incidentalmente è anche sua figlia. Le immagini in bianco e nero immortalate dal fotografo Ken Regan ci mostrano una deferente Miss Sinatra, intenta a mostrare delle cartoline a un impomatato Elvis, stretto nel suo completo da sergente. I due si ritroveranno qualche anno dopo sul set del film musicale “Speedway” (1968) di Norman Taurog.
Ma a Nancy quel ruolo da hostess sta decisamente stretto. Formatasi all’accademia di musica, danza e canto della Ucla di Los Angeles, la maggiore dei tre figli che Frank ha avuto dalla prima moglie, Nancy Barbato, sogna di diventare una star dello spettacolo e non si lascia sfuggire l’occasione di quel debutto televisivo per ballare e cantare in duetto col padre sulle note di “You Make Me Feel So Young/Old”. Bang bang. Tutti stecchiti. La carriera della reginetta del beat è ufficialmente iniziata.

Non puoi più cantare come Nancy Nice Lady, ora ti devi mettere a cantare per i camionisti
(Lee Hazlewood)

Nancy Nice Lady

 

Nancy SinatraA 20 anni, Nancy Sandra Sinatra (Jersey City, 8 giugno 1940) ha già le idee sufficientemente chiare. A cominciare dalla sua vita sentimentale, perché nel 1960 sposa l’attore e cantante Tommy Sands, idolo delle adolescenti dell’epoca (anche se non durerà molto: cinque anni). Ma soprattutto ha scelto cosa fare da grande: seguirà le orme paterne; ma alle ballate nostalgiche da night-club retrò del vecchio Frank, preferisce il contemporaneo pop degli scintillanti Sixties. Certo, le conoscenze di famiglia aiutano: basta un anno per procurarle un contratto con la Reprise Records, l’etichetta del padre. Eppure il suo primo singolo, il vacuissimo “Cuff Links And A Tie Clip”, è un buco nell’acqua. Sembra strano, ma alla figlia di Frank Sinatra - predestinata fin dal 1945, quando aveva 5 anni e il padre le dedicò “Nancy (With The Laughing Face)” - nessuno vuole scrivere canzoni degne di questo nome. Innocui 45 giri bubblegum come "Like I Do", "You Can Have Any Boy", "I See The Moon" e “Where Do the Lonely Go?” scorrono senza lasciare traccia; va un po’ meglio con la cover della "To Know Him Is To Love Him" di Phil Spector e dei suoi Teddy Bears, così come con la ballata sentimentale di "June, July, And August". Ma niente che possa attirare l’attenzione del pubblico e men che mai delle classifiche Usa.
Va avanti così per quattro anni e nel 1965 Nancy è ormai sull’orlo del licenziamento. È allora che spuntano all’orizzonte – come in un film di Hollywood – i baffi salvifici che le faranno decollare le fortune, per l’esattezza quelli di Barton Lee Hazlewood, strambo cantautore/produttore/arrangiatore che pubblica dischi da una decina d’anni, soprattutto assieme all’amico Duane Eddy. È Frank Sinatra in persona a contattarlo, mettendogli di fatto in mano la carriera della figlia. Hazlewood stravede per Nancy, ma la trova un po’ troppo perfettina per i suoi gusti, con quei completini a scacchi, quei capelli cotonati e l’aria da brava ragazza del New Jersey: “Non puoi più cantare come Nancy Nice Lady, ora ti devi mettere a cantare per i camionisti”, si narra che il buon Lee abbia intimato alla sua pupilla mentre si accingeva a regalarle l’hit che l’avrebbe fatta svoltare per sempre. E lei qualche anno dopo avrà modo di definire il suo tutor come “un incrocio tra Henry Higgins (il professore di My Fair Lady, ndr) e Sigmund Freud”.
Ma al di là della stravaganza, l’intuizione di Lee è quella giusta. E Nancy la raccoglie al volo. Indossando per l’occasione un paio di stivali bianchi: quelli che l’avrebbero condotta direttamente alle porte dello stardom.

These boots are made for walkin'
And that's just what they'll do
One of these days these boots are gonna walk all over you
(“These Boots Are Made For Walkin'”)

Stivali da stardom

 

Nancy SinatraIn realtà, però, “These Boots Are Made For Walkin'”, il baffuto cantautore dell’Oklahoma vorrebbe tenerla per sé, perché in fondo “non è una canzone da ragazze”, considerata anche l’ispirazione (un dialogo del western del 1963 “4 for Texas”, diretto da Robert Aldrich con Dean Martin e lo stesso Frank Sinatra). Nancy, però, lo dissuade con astuzia, convincendolo che versi come “questi stivali sono fatti per camminare ed è proprio quello che faranno prima o poi, questi stivali ti calpesteranno”, in bocca a un uomo, “possono suonare duri e violenti”, mentre “sono perfetti per una ragazza”. Insomma, dal machismo al femminismo il passo è breve: basta solo cambiare l’interprete. Nancy ha capito già da quel giro di basso che non è una canzone qualsiasi, è la canzone. Quella che può trasformare completamente le sorti di un’artista da gregaria a star. E ha avuto anche la benedizione paterna. Mentre Hazlewood e l’arrangiatore Billy Strange suonano alcune canzoni a casa di Nancy, Frank è nell’altra stanza a leggere il giornale: alla fine di quella improvvisata session, va dalla figlia e le garantisce che “Boots” è la migliore di tutte.
Come dargli torto? C’è quel testo irriverente, sfrontato, in cui la giovane ragazza tradita, anziché mettersi a piangere, gioca al gatto col topo col malcapitato interlocutore “who’s been messin’ where he shouldn’t have been messin’”. Una parte che Nancy interpreta con impareggiabile glacialità, spietata e implacabile, mostrando lo stesso tempismo del padre nel fulminare con piccole divagazioni veloci. Tipo in quel beffardo “ah”, sparato lì, nel bel mezzo del brano. Oppure nel geniale epilogo: “Are you ready boots?!/ Start walkin’!”, prima della convulsa trombetta finale. E c’è un arrangiamento geniale, tanto semplice quanto sofisticato, tutto giocato su quel giro di basso discendente, con batteria costante, chitarra twangy e una tromba in sottofondo. Proprio i fiati assolvono un ruolo cruciale: silenziosi durante la prima strofa, fanfare soul minimali durante la seconda, esplodono in gioiosi riff nella terza fino alla dissolvenza finale.

 

Registrata con il collettivo dei Wrecking Crew e pubblicata nel dicembre 1965, “These Boots Are Made For Walkin'” vola in testa alle classifiche negli Usa, in Canada, in Australia e in Germania per 6 settimane, nel Regno Unito per 4 settimane, mentre in Italia centra il terzo posto. Venderà in tutto oltre un milione di copie. Il video glamour, con Nancy in mise succinta attorniata da una pattuglia di ragazze sgambettanti – tutte rigorosamente con stivali – diventerà una delle più celebri icone degli Swingin’ Sixties. Il brano verrà anche adottato dalle truppe americane nel corso della guerra del Vietnam come canto durante le marce, e la stessa Sinatra in un’occasione si recherà sul posto per esibirsi davanti ai soldati. Non a caso, il brano apparirà anche in una scena-cult del film “Full Metal Jacket” (1987) di Stanley Kubrick, ambientato proprio durante quel conflitto.
La sua natura di evergreen da qui all’eternità sarà confermata da una moltitudine di cover in ogni stile (metal, pop, rock, punk-rock, country, dance, industrial), firmate tra gli altri da The Supremes, Adriano Celentano, Dalida, Planet Funk, Nick Cave, Billy Ray Cyrus, Boy George, Megadeth e Jessica Simpson, oltre a innumerevoli utilizzi in spot, film e programmi televisivi.
Attraverso la fierezza di “These Boots Are Made For Walkin'”, Nancy Sinatra seppellisce l’immagine da ragazza acqua e sapone sottomessa al suo uomo – sulla falsariga delle Supremes di “Stop! In The Name Of Love e “You Keep Me Hangin' On” – divenendo una delle indiscusse icone del beat/pop anni Sessanta, al pari di dive internazionali come Cher, Marianne Faithfull, Sandie Shaw, Sylvie Vartan, Françoise Hardy e, in Italia, Caterina Caselli e Patty Pravo. La figlia del crooner di “My Way” si distingue per la sua aggressività sbarazzina, con la voluminosa chioma bionda, le minigonne e gli immancabili stivaletti rossi a suggellare un’immagine sensuale da California dreamin’ che riecheggia l’estate infinita dei Beach Boys.

 

La Reprise non si lascia sfuggire l’occasione per sfornare anche il primo album a firma Nancy Sinatra, Boots (1966), dove oltre al 45 giri delle meraviglie, vengono inserite alcune cover e brani inediti. Tra questi ultimi, spicca un paio di altri pezzi pregiati di Hazlewood: l’enfatica “I Move Around”, con altra interpretazione disincantata della Sinatra, sorretta da coretti e robusti arrangiamenti di fiati su sfondo folk-rock alla The Lovin' Spoonful, e la più amara “So Long, Babe”, colonna sonora di un addio scandito da un drumming insistito e da un’orchestrazione finemente pomposa in stile pop barocco anni 60.
Tra i rifacimenti, emergono soprattutto la mesta “As Tears Go By” di Marianne Faithfull/Rolling Stones, la doppietta beatlesiana “Day Tripper”-“Run For Your Life” e una “It Ain’t Me Babe” di Bob Dylan in versione quasi lounge con tanto di sezione di ottoni. La "In My Room" scritta da Lee Pockriss e Paul Vance per Verdelle Smith si trasforma in un intenso bolero, più classicamente torch-song, invece, “If He'd Love Me”, una di quelle canzoni che Lana Del Rey deve aver ascoltato a ripetizione. Ma risultano gradevoli anche divertissement un po’ naif e indubbiamente datati, come “Lies” e “Flowers On The Wall”, che denotano se non altro l’autoironia di una interprete sempre fresca e aggraziata, anche se non provvista di un’estensione vocale di prim’ordine.

Strawberries, cherries and an angel's kiss in spring
My summer wine is really made from all these things
Take off your silver spurs and help me pass the time
And I will give to you... summer wine
("Summer Wine")

Nancy shot them down

 

Nancy SinatraGli stivaletti diventano la bacchetta magica di Nancy Sinatra, che improvvisamente inizia a pubblicare hit a ciclo continuo, prontamente raccolte in un nuovo album da pubblicare nello stesso anno per battere il ferro finché è caldo. Il sophomore How Does That Grab You? (1966) si attiene alla formula del predecessore: una title track di successo – che ricalca sostanzialmente la struttura di “These Boots Are Made For Walkin'”, con fiati sugli scudi e recitato aggressivo della Sinatra – un pugno di numeri di classe firmati Hazlewood – l’apertura jazzy di “Not The Lovin’ Kind”, l’irriverente anti-serenata di “My Baby Cried All Night Long” e uno dei primi scintillanti duetti del duo nella ipnotica “Sand” (storiella inquietante di una fanciulla che offre ospitalità a un losco figuro, tutta giocata su strati di clavicembali e intrecci di chitarre) - più una manciata di cover pop. E il capolavoro si annida proprio tra queste ultime: una rovente, sensuale rivisitazione di "Bang Bang (My Baby Shot Me Down)" della “rivale” Cher, che Nancy trasforma in una lentissima ballata lunare, con il suo filo di voce esangue perso nei riverberi della chitarra tremolante di Billy Strange. Una prodezza di cui si ricorderà meritoriamente Quentin Tarantino nella colonna sonora del suo film “Kill Bill Volume 1”, donandole una seconda vita.
Nella ristampa in cd verranno aggiunte 4 bonus track: la cover di "Until It's Time For You To Go" di Buffy Sainte-Marie, il brioso singolo "Lightning's Girl" (con tanto di chitarra fuzz), l’altro ottimo 45 giri "The Last Of The Secret Agents" (incalzante tema della commedia spy omonima) e il disinvolto duetto pop con il padre Frank nella carezzevole "Feelin' Kinda Sunday".

 

Nancy SinatraA chiudere il magico anno 1966 di Mrs Sinatra arriva il terzo album in pochi mesi, Nancy In London, ancora arrangiato da Billy Strange e prodotto da Lee Hazlewood. Al di là delle solite cover – la pomposa “On Broadway”, l’omaggio al pop pregiato di Burt Bacharach di “Wishin’ And Hopin’”, la melliflua “The End” (ripresa di una hit del 1958 di Earl Grant) e il recupero della ancor più vetusta “The More I See You” composta da Harry Warren nel 1945 – è la mano di Hazlewood ancora una volta a lasciare il segno. Non tanto con lo scanzonato country di seconda mano di “Hutchinson Jail”, quanto con gli altri due episodi a suo nome. Lo slow-rock di “Friday’s Child” immerge il canto soffice di Nancy in un’ambientazione cupa e depressa, con cori stavolta molto più inquietanti e sinistri ricami di chitarra.
Ma il vero acuto è “Summer Wine”, secondo duetto – e capolavoro definitivo – della premiata coppia Sinatra-Hazlewood: originariamente interpretato da Lee con Suzi Jane Hokom, il brano trova nella voce di Nancy il contraltare perfetto al tenebroso registro del suo autore, una musa sensuale e temibile, che riesce a far sprigionare al brano tutta la sua straripante melodiosità. Il torbido testo, di vaga ispirazione country, narra di un lui concentrato sui suoi speroni d'argento, che incontra una lei da cui riceve la proposta di bere del vino insieme (una sangria, stando al testo, ma c’è chi ha letto nei versi una metafora sessuale). Dopo aver bevuto, l'uomo si sveglia con i postumi di una sbronza, scoprendo che gli speroni e il denaro sono stati rubati dalla misteriosa fanciulla, eppure sogna di tornare a bere ancora quella fatata posizione. Il cinematografico duello tra i due si gioca tutto sul contrasto tra la voce baritonale, profonda e romantica di Lee e quella sensuale, elusiva e sottilmente perfida di Nancy, un confronto che raggiunge vette epiche nella costruzione della frase musicale "a spirale". Una sontuosa cornice orchestrale di marca quasi gotica rende il tutto ancora più dolente, giocando anche sulla contraddizione tra il radioso immaginario estivo e la penetrante malinconia suggerita dalle melodie e dagli arrangiamenti d’archi. Altro evergreen immortale, “Summer Wine” diventerà quasi l’archetipo di un certo tipo di duetti, costruiti sul contrasto tra voce maschile cavernosa e voce femminile angelica (da Serge Gainsbourg-Jane Birkin a Nick Cave-Kylie Minogue fino a Mark Lanegan-Isobel Campbell). Eppure, per uno strano scherzo del destino, il brano uscirà su 45 giro solo su Lato B (dello zuccheroso – di nome e di fatto – singolo "Sugar Town"), prima di venire inserito anche nella raccolta di duetti Nancy & Lee. Nel 2013, la sua fan Lana Del Rey ne realizzerà una cover assieme all’allora fidanzato Barrie-James O'Neill's.

Something Stupid una incest song? C’è gente che lo pensa davvero? Io invece credo che sia molto dolce
(Nancy Sinatra)

Si vive solo due volte

 

Nancy Sinatra - Frank SinatraDopo questo trittico di album da ko, Mrs Sinatra ha la strada spianata, forte anche di una popolarità cinematografica conquistata con film come “The Wild Angels” (1966) di Roger Corman, con Peter Fonda, e “Marriage on the Rocks”, la commedia in cui Frank e Nancy interpretano padre e figlia. Una scena che si ripeterà musicalmente nello svenevole duetto di "Something Stupid" (1967) che, riprendendo un vecchio tema composto da C. Carson Parks e interpretato con la moglie Gaile Foote, spezza il cuore degli americani, fiondandosi direttamente al n.1 della Billboard Hot 100 chart (primo e ultimo caso nella storia di un duetto padre-figlia). A chi la definirà una “incest song”, Nancy replicherà sarcasticamente: "C’è gente che lo pensa davvero? Beh, credo che sia molto dolce!". Nel 2001 la rispolvererà Robbie Williams assieme all’attrice Nicole Kidman, rinnovando il miracolo del n.1 (stavolta nella Uk Singles Chart).

 

Ma a consolidare lo status “cinematografico” di Nancy Sinatra giunge anche una proposta irrinunciabile: realizzare la canzone portante della colonna sonora del nuovo film di James Bond, “You Only Live Twice” (1967). Nelle note di copertina del cd Nancy In London, al quale verrà successivamente acclusa, Sinatra racconta di essere stata “spaventata a morte” dall’impresa e di aver chiesto agli autori del brano se fossero davvero sicuri di non volere Shirley Bassey al suo posto... Ma la produzione resta ferma nella sua scelta. Buon per lei, perché per l’occasione il veterano John Barry – con l’aiuto del paroliere Leslie Bricusse – ha tirato fuori dal suo cilindro un’altra magia: “You Only Live Twice” è un instant classic di austera classicità, con la sua prodigiosa apertura orchestrale - un semplice tema a 2 battute nelle ottave acute di violini e lussureggianti armonie di corni francesi – a incorniciare il canto suadente e nostalgico di una Nancy più in forma che mai. Resterà uno dei più bei temi in assoluto del vasto repertorio delle soundtrack di 007 (con immancabili cover, a cura di Coldplay, Soft Cell e della stessa Shirley Bassey, e un memorabile recupero nella sequenza finale della quinta stagione della serie “Mad Men”).

Nel prolifico 1967 di Nancy Sinatra escono altri due album a suo nome.
Sugar scodella un nuovo gioiellino di Hazlewood (“Coastin’”) e un'altra razione di cover, compresa una gustosa versione jazzata della “All By Myself” di Irving Berlin, ma serve soprattutto a capitalizzare il successo di “Something Stupid”, della quasi omonima “Sugar Town” - che dietro al motivetto scanzonato nasconde un’audace allusione a zollette di zucchero mescolate con Lsd - e della indolente ballata “Love Eyes”, impreziosita dal contorno di piano e archi.

Per Country, My Way, invece, Nancy sostituisce i suoi stivaletti go-go con stivali da cowgirl, interpretando una selezione di successi country. L’apice è indubbiamente la brillante cover di "Jackson" (già portata al successo da Johnny Cash e June Carter) in duetto con Hazlewood, che si presta al canto anche nel ripescaggio del vecchio standard "Oh Lonesome Me" di Don Gibson e Chet Atkins (1957). Il baffo più veloce dell’Oklahoma firma una sola canzone, la languida "By The Way (I Still Love You)", ma la sua presenza si avverte fortemente nei solchi del disco, in cui non mancano all’appello anche zuccherosissime caramelle pop, come una versione rallentata della immensa "End Of The World" di Skeeter Davis, che è chiaramente nelle corde di Nancy, ma in questa nuova confezione perde un po’ della potenza dell’originale.
In generale, il costume da reginetta del saloon non sembra il più adatto alla snella silohuette della sempre cotonatissima Nancy, decisamente più a suo agio in campo pop ed easy listening.

Ma la gatta con gli stivali del pop americano ha in canna un altro colpaccio concepito in coppia col suo cowboy preferito. Soffice e vellutato, fin dal titolo: “Some Velvet Morning”. Una ballata semplicemente perfetta, con la sua ariosa intro d’archi, le sue inflessioni country venate di psichedelia e il suo telaio a incastro che gira implacabile come un carillon, cambiando i giri in base all’alternanza tra le due voci in una classica struttura call and response: in quattro quarti, straniante e riverberata quella di Hazlewood, che fa i conti con una pesante sbornia e il ricordo di un amore scomparso; in tre quarti quella di Sinatra, che bisbiglia flautata versi misteriosi come “Flowers are the things we know, secrets are the things we grow/ Learn from us very much, look at us but do not touch/ Phaedra is my name”. E misterioso è l’intero testo, che rispolvera dalla mitologia l’enigmatica figura di Fedra, “la più triste di tutte le dee greche”. “Some Velvet Morning” apparirà per la prima volta nell’album Movin' With Nancy (1967), colonna sonora dell’omonimo speciale televisivo che conteneva una performance appassionata del brano, e diverrà il singolo di traino del successivo album a due voci Nancy & Lee. Sarà reinterpreta da stuoli di artisti, inclusi i Vanilla Fudge, che la vireranno in chiave psych-gothic, e i Thin White Rope, che la tramuteranno in una bruciante cavalcata desert-rock.
In piena simbiosi creativa, la strana coppia scodella un’altra vivace filastrocca come “Lady Bird” e si mette addirittura sulle ingombranti orme di un altro celeberrimo duo della musica americana, Johnny Cash & June Carter, cimentandosi in una nuova cover di quella “Jackson” (standard country scritto nel 1963 da Billy Edd Wheeler e Jerry Leiber) che i due avevano portato al successo pochi mesi prima (in un 45 giri con la sempreverde “Sand” come lato B).

 

Il nuovo anno d’oro della figlia di ol' blue eyes Frank si chiude con l’eccentrico tema del film "Tony Rome", con il padre nei panni dell’omonimo detective, che sarà aggiunto nelle ristampe di Nancy In London.

Lui è romantico, disilluso, scuro nella carnagione e nella voce e lei sensuale, elusiva, sotto sotto temibile e, attenzione, quasi sempre vincente
(Antonio Vivaldi)

Nancy & Lee, la coppia perfetta

 

Nancy Sinatra - Lee HazlewoodDa qui fino al 1968 - come racconta Antonio Vivaldi su TomTomRock - “a dominare è la dialettica donna-uomo/angelo-diavolo/cowboy-ragazza di città, con Nancy quei pezzi diventano dialoghi-sfide dove lui è romantico, disilluso, scuro nella carnagione e nella voce e lei sensuale, elusiva, sotto sotto temibile e, attenzione, quasi sempre vincente. Il tutto su un fondale sonoro che potremmo definire pop gotico: belle melodie, suoni cupi e parecchio epos quasi cinematografico”.
A suggellare la magica alchimia della nuova coppia d’oro del sixties pop, giunge dunque l’album Nancy & Lee (1968), accreditato ai due in maniera paritaria. È il primo disco che racchiude i più noti duetti Sinatra-Hazlewood realizzati fino a quel momento (“Summer Wine”, “Some Velvet Morning”, “Jackson”, “Sand”, “Lady Bird”), più alcuni inediti e non meno memorabili, a partire dall’iniziale cover della spectoriana “You've Lost That Lovin' Feelin'” che nella versione dei Righteous Brothers rappresentò una delle massime espressioni della tecnica del Wall of Sound e che Hazlewood rallenta in chiave sottilmente lisergica e sepolcrale.
Efficaci anche gli episodi originali del baffuto playboy dell’Oklahoma, come la polverosa (e maledetta) love-story di “Sundown, Sundown” e l’autoironica “I've Been Down So Long (It Looks Like Up To Me)”, numero country-pop orchestrale all’insegna di armonie vocabili irresistibili tutte giocate sul contrasto tra la voce da grave e baritonale di Hazlewood e il timbro fanciullesco, da lolita sensuale, di Nancy.
Inutile sottolineare come l’affiatamento tra i due sia al top in tutto il disco: si percepisce il divertimento puro con cui Nancy e Lee gigioneggiano e si danno di gomito mentre scandiscono le battute di Tom T. Hall in “Greenwich Village Folk Song Salesman” oppure si crogiolano nei sentimenti appiccicosi di “Storybooky Children” e “My Elusive Dreams” (hit country da n.1 di David Houston e Tammy Wynette).
Come in una sorta di anticipazione weird del sofisticato dream-pop coniato dal duo David Lynch-Angelo Badalamenti qualche anno dopo, Hazlewood pennella arrangiamenti multiformi, in cui la radiosità del pop è costantemente minata da orchestrazioni ipnotiche, flebili screziature lisergiche, surreali toni da music-hall e minacciose inflessioni country-western. Come se la zuccherosità delle melodie fosse stata irrimediabilmente alterata da qualche fungo o aroma psichedelico. Non a caso ci sarà chi definirà il genere come “saccarine underground” (o anche “cowboy psychedelia”).
Nancy & Lee resterà uno dei massimi saggi di sixties pop e dei migliori dischi di duetti di sempre, la testimonianza unica dell’incontro/scontro tra controcultura e mainstream al culmine dell’era psichedelica. Come scrive ancora Vivaldi, infatti, “nelle canzoni migliori di Nancy è inevitabile percepire un fascino obliquo, una linea di cupezza nella limpida luce melodica, una squadratura fra quel che viene detto e quel che viene suggerito. Con i capelli biondi tinti, i vestitini corti e quel cognome ingombrante, apparteneva in tutto e per tutto al mainstream pop. Al tempo stesso però lo trasfigurava dall’interno rendendolo smagliante e iperreale. O forse fu soprattutto Lee Hazlewood a fare in modo che le cose andassero così”.
Nancy & Lee proietterà la sua ombra sulle generazioni future, fissando uno standard formidabile che in tanti cercheranno di imitare, anche con successo in alcuni casi (i succitati esempi delle coppie Serge Gainsbourg-Jane Birkin, Nick Cave-Kylie Minogue, Mark Lanegan-Isobel Campbell) ma quasi mai riuscendo a rinnovarne la freschezza.

Sono anni di intensa attività televisiva e cinematografica per Nancy, che appare anche nella commedia “Speedway”, firmata da Elvis Presley: un’ideale chiusura del cerchio per lei, visto che tutto era iniziato con il saluto al Messia di Tupelo e visto che sarà proprio questo il suo ultimo film. Perché, al culmine del successo come cantante e performer, l’artista americana si eclisserà dalle scene, cinematografiche in primis, ma poi anche musicali.
A lasciare il segno sarà soprattutto la decisione del suo partner (sempre artistico e mai nella vita) Lee Hazlewood di lasciare gli Stati Uniti per la Svezia, forse per salvare il figlio dal servizio militare con probabile cartolina destinazione-Vietnam. È il 1968 e ancora non si è spenta l’eco del successo dell’album in tandem. Nancy si sente, per sua stessa ammissione, “tradita”. E smarrisce rapidamente il filo della sua carriera.

Ok Nancy, can I go back to Sweden?
Alright, boy
(“Got It Together Again”)

Eclisse di star

 

Nancy SinatraBrani come la malinconica “100 Years” e la scanzonata “Highway Song”, scritta da Kenny Young e prodotta da Mickie Most per il mercato europeo sono buchi nell’acqua. E anche l’album che chiude il magico decennio 60, Nancy (1969), perde del tutto il fascino obliquo e inquieto dei duetti con Lee, cercando rifugio in un mainstream pop rassicurante (“God Knows I Love You”), in ariose rivisitazioni di classici (dalla presleyana “Memories” riarrangiata da Strange a una improbabile “Light My Fire” dei Doors in versione soft-jazzy), in felpati rhyhtm’n’blues (l’accattivante “Just Bein' Plain Old Me”, la superclassica “Son Of A Preacher Man” in cui si era già cimentata Dusty Springfield pochi mesi prima) e standard country collaudati (la “Here We Go Again” del duo Donny Lanier-Red Steagall, già interpretata da Ray Charles). Non manca anche un affettuoso omaggio paterno, racchiuso nei due minuti e mezzo della spoglia ma efficace “My Dad (My Pa)”.
Ma la sensazione che la fiammella si stia spegnendo è più forte che mai. E il nuovo decennio ha lo spietato compito di confermarla.

Al cambio di decennio, infatti, colei che alla fine dei magici Sixties appariva la reginetta incontrastata del pop americano, solo qualche mese dopo rischia già di apparire come un fossile di un’altra era geologica. Sono anni di cambiamenti intensi, vorticosi. Anni di lotte sociali e conquiste, di rapidi avanzamenti e svolte culturali. Anni dominati dalla canzone folk di protesta e dal rock delle adunate oceaniche. Improvvisamente Nancy appare ingabbiata in un immaginario reazionario e demodé, come le copertine di quei magazine patinati che la vedevano sorridente in bikini e chitarra al seguito. Neanche quel country con cui pure aveva a lungo flirtato sembra disposto a offrirle asilo politico.

Nancy, insomma, è in un vicolo cieco, come conferma Woman (1972), che la vede tutt’al più rilucidare le porcellane pop di casa (la sinuosa “Kind Of A Woman”, le ben più stucchevoli “We Can Make It”, “Flowers” e “I Call It Love”) e rinverdire la tradizione country a stelle e strisce (“One More Time”, “There's A Party Goin' On”) ma senza particolare convinzione.
Non graffia neanche il tandem di ballate “Fell In Love With A Poet"- “It's The Love (That Keeps It All Together)” portato in dote da una giovane Kim Carnes, che avrebbe conosciuto il suo grande successo quasi dieci anni dopo con “Bette Davis Eyes”.

Nancy Sinatra - Lee HazlewoodForse sentendosi in colpa per averla abbandonata, il redivivo Hazlewood giunge a soccorerla per il nostalgico bis di Nancy & Lee Again (1972). Una raccolta di dieci canzoni in gran parte copie sbiadite di quelle che l’hanno precedute, che tutt’al più ci rinnovano il gusto di rivedere i due amici ritrovati assieme davanti al microfono, con i loro suggestivi intrecci di voci, che però raramente aggiungono qualcosa di significativo rispetto alle vette già raggiunte. Quando accade, ad esempio nell’iniziale melodramma minerario “Arkansas Coal (Suite)” dalle cadenze cupe e misteriose, nella struggente love-story illegale di “Paris Summer” (vertice dell’album e quasi sequel di “Summer Wine”) o nel divertente botta e risposta di “Did You Ever” (n.2 in Uk), la magia torna a baluginare, mentre nella rivendicazione rabbiosa di “Big Red Balloon” e nella dolente “Down From Dover” Sinatra sfoggia un’interpretazione più sporca e sofferta che l’allontana dal cliché cool perfettino di “These Boots Are Made For Walkin'”.
Ma il senso dell’operazione sembra essere soprattutto quello di una rimpatriata davanti a un bicchiere di whisky (o di brandy), una deliziosa chiacchierata confidenziale, come quella della giocosa “Got It Together Again” che chiude il disco svelando i piani dei due, con auspici del tipo “I wish everybody would be quiet, and nice/ Yeah, and don’t throw rocks/ Yeah/ And don’t shoot guns/ Right/ And come home safe/ Right/ Because we miss ya”. Con Lee che chiosa beffardo: “Ok Nancy, can I go back to Sweden?”. E lei che arriccia il naso e risponde: “Alright, boy”, prima dell’uscita di scena.

Chiuso il sipario sulla rimpatriata con Lee Hazlewood, scende anche quello sulla vicenda discografica di Nancy Sinatra, con un’eclissi lunga ben 23 anni (se si eccettua la collaborazione del 1981 con il country-singer Mel Tillis in Mel And Nancy). Durante il decennio 70 escono solo alcuni singoli divenuti ormai merce rara e vagheggiata dai collezionisti, come la graziosa “Hook & Ladder” (con Ry Cooder al mandolino), la spumeggiante “Sugar Me”, tutta giocata su deliziose cadenze funky-soul, l’altrettanto sfiziosa “Kinky Love” (censurata in alcune radio per il testo licenzioso e trasformata anni dopo in una cover dream-pop dai Pale Saints), “Annabell Of Mobile”, “It's For My Dad” e quella “Indian Summer” incisa assieme a Hazlewood che altro non è che la cover di “L’été Indien” di Joe Dassin, a sua volta cover di “Africa” degli Albatros, il gruppo fondato da Toto Cutugno (!).

A metà del decennio, Nancy annuncia di voler cessare la sua attività per concentrarsi sulla sua vita familiare (nel 1970 ha sposato in seconde nozze il ballerino e coreografo Hugh Lambert, che morirà 15 anni dopo lasciandole due figlie, Angela Jennifer e Amanda Kate). Interromperà il silenzio solo per pubblicare un’affettuosa biografia del padre “Frank Sinatra: My Father” (1985).

Dopo aver aver appreso dalla figlia quanto sarebbe stata remunerata per quel servizio fotografico, papà Frank avrebbe dato la sua benedizione esclamando: 'Double it!'

Una cinquantenne pin-up

 

Nancy Sinatra sulla copertina di PlayboyNel 1995, però, ecco il ritorno alla ribalta che non t’aspetti. Un colpo di scena doppio, per di più. A 54 anni, infatti, Nancy Sinatra accetta di posare nuda per Playboy e torna in tv per presentare un nuovo disco, One More Time. Leggenda narra che dopo aver appreso dalla figlia quanto sarebbe stata remunerata per quel servizio fotografico, papà Frank avrebbe dato la sua benedizione esclamando: “Double it!”.
Ma oltre all’invidiabile forma fisica, Nancy può finalmente tornare a ostentare lo status di musa pop, grazie all’interesse per le sue canzoni (specie quelle in coppia con Lee) mostrato da nuove generazioni di chanteuse e da rocker come U2, Thurston Moore, Jarvis Cocker, Calexico e Morrissey. E non è ancora nulla rispetto al revival che esploderà dopo il Duemila, scatenato da nuove lolite pop e soprattutto dall’Hollywood sadcore di Lana Del Rey, non a caso autodefinitasi “la versione gangster di Nancy Sinatra”.

Musicalmente, One More Time (1995) non regala sussulti o particolari novità. Chitarra in grembo e immancabili stivaloni ai piedi, Nancy si presenta in copertina con un look aggressivo, in linea con l’incursione sulle pagine di Playboy. Meno aggressivo è certamente il contenuto del disco: in gran parte, infatti, si tratta di brani country targati Nashville, interpretati senza troppo mordente da una Sinatra non troppo a suo agio nei panni di attempata cowgirl (la title track, “Crocodile Tears”, “Roadblock”). Meglio, semmai, quando si cala nei panni della flessuosa chanteuse di “Now I Have Everything” e “Right Track, Wrong Train”, che riesce a manipolare sapientemente melodie pop e fragranze country-folk. Scialba, invece, la versione country del classico paterno “One For My Baby”, rispetto alla quale ha più senso perfino la cover fuori tempo massimo della sempiterna “Nights In White Satin” dei Moody Blues, che la cantante di Jersey City porta a casa mantenendosi piuttosto fedele all’originale.

Tre anni dopo, Sheet Music: A Collection Of Her Favorite Love Songs (1998) è un’operazione di puro maquillage ad uso e consumo del marchio Sinatra. Ventuno delle sua “canzoni preferite” interpretate in uno stile mellifluo da crooner che ricorda più il padre (in versione cloroformizzata) che i suoi graffianti duetti con Hazlewood.
Ecco allora scorrere i cavalli di battaglia di due ex-Beatle come George Harrison (“Something”) e Paul McCartney (“Maybe I'm Amazed”), oltre a classici di The Mamas & The Papas (una “California Dreamin'” al valium) e Ray Davies (una “Tired Of Waiting For Young” ariosamente riarrangiata da Strange). Ripescate dalla sua produzione storica le versioni di “Light My Fire” e “Kinky Love”, mentre sembrano echeggiare direttamente da un’altra era geologica - ma forse paradossalmente proprio per questo risultano più efficaci - le ballad al saccarosio “The Wee Small Hours Of The Morning” e “When I Look In Your Eyes”.
Un disco che è solo nostalgia di un passato che non può tornare, e nulla più. Può trovare un senso oggi solo nella caccia grossa dei collezionisti online.

Più interessante, semmai, il successivo How Does It Feel? (1999) che ripesca dai cassetti degli anni 70 la frizzante “Sugar Me” e le associa l’incalzante rhythm’n’blues catchy di “Sweet Talkin' Candy Man”, una “You're Gonna Make Love To Me” che sembra una hit degli ABBA fuori tempo massimo, una delirante versione funky della dylaniana “Like A Rolling Stone”, una torrida “Drummer Man” (con Hal Blaine sugli scudi) e una “Happy” trascinata dall'organo che riporta alla luce il marchio Hazlewood.
Ma la vera prodezza del disco è la bizzarra cover di “Walk On The Wild Side”: non il classico di Lou Reed, bensì la canzone di Brook Bentons presente nell’omonimo film camp del 1962 con Laurence Harvey, Capucine e Jane Fonda. La drammatica intro di batteria e l’intreccio di piano e chitarra ad assecondare il canto suadente di Nancy ne fanno una piccola chicca della sua tarda produzione.
Al tempo delle nuove rocker in gonnella e del Lilith Fair, la signora Sinatra ricorda, se mai ce ne fosse bisogno, che era arrivata prima (e più avanti) di molte di loro.

Tre anni dopo arriva invece l’omaggio al Golden State da parte della ragazza del New Jersey, che si trasforma per l’occasione in California Girl (2002). Una stramba raccolta di canzoni a sfondo californiano del repertorio della Sinatra unite a nuove versioni della “Route 66” di Bobby Troup, del sempreverde Burt Bacharach di “Do You Know The Way To San Jose”, della “Saturday In The Park” dei Chicago e finanche un duetto con sua maestà Brian Wilson nell’immancabile “California Girls”. Oltre i confini del kitsch, invece, una “Cuando Calienta El Sol” cantata in dubbio spagnolo, con accompagnamento solo di basso e chitarra.
Sempre gradevole marchio di fabbrica, la voce peculiare di Nancy negli anni si è evoluta su tonalità più jazzy e sofferte, che le consentono di tramutare la “California Dreamin'” dei Mamas and Papas in un lamento blues e di flirtare anche con il rock in una struggente cover della “99 Miles From L.A.” di Art Garfunkel.
Altrove però, nonostante l’apporto di guest star come il batterista dei Blondie Clem Burke e l'ex-chitarrista dei Guns'n'Roses Gilby Clark, l’aggancio al rock fallisce miseramente, come nelle bolse versioni della “California Man” dei Move di Roy Wood e della “Hotel California” degli Eagles.

Il rock è un affare da giovani. Non è per le persone che si preoccupano di cose come i capelli e il trucco. E dormire
(Nancy Sinatra al New York Times)

L’eroina dell’indie-rock

 

Nancy SinatraEppure, smaltita la sbornia californiana, Sinatra dimostra che con il rock ci sa fare eccome. Smentendo in primis sé stessa. “Il rock – aveva detto in un’intervista al New York Times - è un affare da giovani. Non è per le persone che si preoccupano di cose come i capelli e il trucco. E dormire”. Ma a 64 anni suonati, Nancy diventa una indie-rocker. Suo malgrado o no, in fondo, cosa importa? Perché la Sanctuary Records pubblica un album che la vede attorniata da un team all-star di rocker-ammiratori molto più giovani di lei: da istituzioni della scena alternative americana (Calexico, Jon Spencer, Pete Yorn) a guru del pop britannico di ieri e di oggi (Morrissey, Jarvis Cocker dei Pulp), da sperimentatori noise come Thurston Moore dei Sonic Youth a leggende del rock internazionale come U2 e Steven Van Zandt della E Street Band.
E la sorpresa è che le undici canzoni di Nancy Sinatra (2004) riportano l’ex-ragazza con gli stivali al centro della ribalta mondiale. Spinta dalle due figlie ad aderire al progetto, la cantante del New Jersey trova nuovi stimoli nelle composizioni originali scritte appositamente per lei dai suoi imprevedibili compagni d’avventura. Svelando un imprevedibile feeling con brani spesso molto distanti dai suoi standard.
Ecco allora un’intrepida Nancy sulle rotte di un infuocato desert-rock pennellato da Joey Burns (Calexico) in “Burning Down The Spark”, tra twang di chitarre e trombe mariachi; immergersi con passione nelle torride sinuosità blues-funky di “Ain't No Easy Way”, con Jon Spencer che borbotta maliardo, novello Hazlewood; o addirittura, istigata da Little Steven, lanciarsi in un rock’n’roll anni 60 con piglio alla Ronnie Spector in “Baby Please Don't Go” o azzardare una sorta di spoken word tra le sghembe schitarrate noise di Thurston Moore in “Momma’s Boy”.
Ma se gli esperimenti più temerari funzionano, non sono da meno gli episodi che sembrano cuciti su misura per lei. Ad esempio, la formidabile doppietta firmata Jarvis Cocker: la spectoriana “Don't Let Him Waste Your Time”, che sposa un testo tagliente a un’armoniosità orchestrale (brit)pop, e quella “Baby's Coming Back To Me” che scivola su un suggestivo intreccio country-western di chitarre acustiche, pedal steel e archi, assecondando il crooning malinconico di Nancy. E se Morrissey intrappola la nostra eroina nei tipici fraseggi chitarristici e hook melodici smithsiani (“Let Me Kiss You”), Bono e The Edge invece la catapultano in un fumoso cabaret a tarda notte per una piano-ballad sinatriana nel senso più complessivo (e familiare) del termine (“Two Shots Of Happy, One Shot Of Sad”).
Chiudono il cerchio una blanda e iper-prodotta “About A Fire” (a cura dei suoi compagni della band Tom Lilly e Lanny Cordola), l'irriverente “Don't Mean Nothing” di Pete Yorn e quella “Bossman” scritta da Phil Burns e Andy Holt degli elettronici Reno e dai co-produttori dell'album, A.J. e Matt Azzarto, che suona come una sorta di aggiornamento moderno (incluse voci lievemente alterate) di una classica epopea di Lee Hazlewood.
Non è una novità assoluta prendere un’icona pop e attorniarla di una pattuglia di ammiratori contemporanei per tentare di rinverdirne il mito - vedi ad esempio l’operazione quasi contemporanea compiuta da Jack White per “Van Lear Rose” di Loretta Lynn. Ma Nancy Sinatra riesce a farlo con freschezza, aggiornando con nuove tonalità la gamma espressiva della protagonista – che qui pare anche più coinvolta rispetto a molte altre produzioni precedenti – ma senza mai snaturarne l’identità artistica.

A consolidare il ritorno di fiamma è anche la nuova fama acquisita dalla sua “Bang Bang (My Baby Shot Me Down)”, grazie all’inclusione nella colonna sonora di “Kill Bill: Volume 1”, di Quentin Tarantino interpretato da Uma Thurman. Una popolarità che porterà a nuove cover della canzone solo un anno dopo, come quelle di AudioBullys e Young Buck, ma anche di un’artista r’n’b come Melanie Durrant.
Il sodalizio con Morrissey, suo concittadino a Los Angeles, si consolida invece con la registrazione di una nuova versione di “Let Me Kiss You”: il singolo si piazzerà al numero 46 nella Top chart Uk, lanciando di nuovo Nancy Sinatra con una hit a tutti gli effetti dopo ben trent’anni (sorte che non toccherà, invece, al più sfortunato 45 giri successivo “Burnin' Down The Spar”).

Il magico 2004 di Nancy si completa con un altro colpo di scena: il ritorno al fianco di Lee Hazlewood per un inaspettato terzo capitolo, Nancy & Lee 3. Quattordici canzoni che mostrano una Sinatra in buona forma e un Hazlewood un po’ appannato e arrochito nel suo classico ruolo di contraltare burbero.
Se alcune interpretazioni sembrano solo reggersi stancamente sul mestiere (le blueseggianti “Goin' Down Rockin'” e “Don’t Let Go”, l’easy listening imbolsito di “After The Lovin'” e “Loving You, Loving Me”, il country zuccheroso di “Texas Blue Moon”), altri episodi riaccendono a tratti la scintilla, come il restyling tex-mex della hit dei Drifters “Save The Last Dance For Me”, la struggente cover della “She Won’t” di Duane Eddy, cullata su languide bave di chitarra, e la bislacca novelty folk-pop interrazziale di “Gypsies And Indians”, ripescata da Lee dal suo disco del 1993 con Anna Hanski, che assimila le due etnie (“God cut us from the same tree”) e suggerisce improbabili allusioni sessuali (“I felt the fire in his red skin/ As we lay down in the sand/ And we made love by the blood moon”).
Se l’apice rock della raccolta è sicuramente la cover della vibrante “Barricades & Brickwalls” (title track dell’album del 2001 della reginetta country australiana Kasey Chambers) e quello del divertimento sta nell’indiavolato western-folk di “Pack Saddle Saloon”, il Dna da crooner della famiglia Sinatra si riversa tutto nella rilettura della ballata più malinconica di Neil Sedaka, “The Hungry Years”, in cui Nancy sale in cattedra lasciando Lee a grugnire sullo sfondo.

Quello che poteva sembrare – oltre a una simpatica rimpatriata – il primo capitolo di una nuova collaborazione “matura” tra i due, purtroppo si rivela invece il canto del cigno del duo di culto del pop americano: Lee Hazlewood infatti muore tre anni dopo, nel 2007, a causa di un cancro ai reni. A riportarne alla luce la grandezza, oltre alle sue hit sempreverdi, sarà una nuova generazione indie-rock che lo adotterà come suo dark-hero. La sua musa lo ricorda così in un’intervista al Boston Globe: “Ho sempre pensato che Lee fosse uno scrittore di fiabe. Scriveva storie per bambini, poi quando le metteva in musica avevano una certa connotazione... E tra noi è diventata una questione di chimica: le piccole dolci favole si sono trasformate in fantasie sessuali. E il fatto era che io e Lee non avevamo una relazione sessuale. Penso che il nostro feeling speciale fosse proprio dovuto al fatto che non avevamo mai avuto rapporti. Era tutto implicito e dedotto, ma non è mai successo. È stato un fenomeno molto interessante e sono felice di averne fatto parte”. E in una successiva intervista a Rolling Stone, Sinatra aggiungerà: “Lui faceva finta di essere un bifolco, un ignorante, ma in realtà aveva studiato molto. Era un veterano dell’esercito. Una persona di mondo che sapeva quello che stava facendo. Nei miei dischi tirava fuori quello che definiva il dumb sound. Dumb stava per semplice, non complicato. Consisteva nella sezione ritmica, basso e batteria, e tre chitarre. E ogni cosa è cambiata per me”.

Lana è un amore. Non l’ho mai incontrata, ma quello che ha detto è stato un bel regalo, ha riportato la mia musica al centro dell’attenzione
(Nancy Sinatra)

Sul filo di Lana

 

Nancy Sinatra - Lana Del ReyDopo il ritorno di fiamma del 2004, segue per Nancy una nuova lunga pausa discografica, interrotta nove anni dopo da Shifting Gears (2013), raccolta di registrazioni inedite ripescate dai suoi archivi, con interpretazioni di classici che spaziano dai classici della tradizione di Broadway a successi pop degli anni 60-70, come “Killing Me Softly With His Song”, “Something” (Beatles) e “I Don't Know How To Love Him” di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber da “Jesus Christ Superstar”. Il tutto riarrangiato in chiave orchestrale dal fido Strange.
Da qui in poi si moltiplicheranno soprattutto le ristampe e le raccolte – imperdibile l’antologia Start Walkin’ 1965-1976 (2021), che contiene in gran parte brani originariamente pubblicati come singoli e provenienti in prevalenza dal triennio d’oro 1966-68 – mentre il miglior veicolo promozionale per Nancy Sinatra – gratificata da una stella sulla Hollywood Walk of Fame (2006) e da un’apparizione nell’episodio finale della serie cult “I Soprano” - saranno le nuove generazioni indie che la eleggeranno a icona. Ad esempio, degli insospettabili Wilco, con i quali nel 2013 si esibirà perfino sul palco - in “Bang Bang” e “These Boots Are Made For Walkin'” - durante un tour di supporto a Bob Dylan.

Ma soprattutto sarà Lana Del Rey, la principessa triste dell’Hollywood sadcore a riportare prepotentemente alla luce le atmosfere e l’estetica della Sinatra, di cui si proclamerà “la versione gangster”, cimentandosi anche in una riuscita cover di “Summer Wine”. E Nancy ringrazierà: “Lana è un amore. Non l’ho mai incontrata, ma quello che ha detto è stato un bel regalo, ha riportato la mia musica al centro dell’attenzione”.
E così, superata la soglia degli ottant’anni, l’ex-ragazza con gli stivali si gode gli affetti, i successi e gli omaggi (tra i tanti, le “fembots” del film “Austin Powers”), manifestando anche idee progressiste – tra invettive contro Donald Trump e sostegno al movimento Black Lives Matter – non proprio scontate, vista la famiglia d’origine (Frank era un repubblicano doc) e i suoi trascorsi da beniamina dei Berretti Verdi.
Ma Nancy Sinatra è stata e continua a essere una donna libera, che dribbla gli steccati con la nonchalance dei suoi ritornelli pop. “Non credo che femminismo e sessualità si escludano a vicenda, anzi si potenziano a vicenda”, ci ricorda ad esempio nel libretto della sua antologia del 2021. Are you ready, boots?

Nancy Sinatra

La cantante con gli stivali

di Claudio Fabretti

La storia di come la figlia di ol' blue eyes Frank divenne una star. All'insegna di un pop dal fascino obliquo, sotto l'egida dell'enigmatico Lee Hazlewood. Una storia iniziata con gli stivali di una canzone leggendaria. E proseguita tra tanti successi e gli omaggi di una nuova generazione, capitanata dalla discepola Lana Del Rey
Nancy Sinatra
Discografia
 NANCY SINATRA
  

Boots (Reprise, 1966)

How Does That Grab You? (Reprise, 1966)

Nancy In London (Reprise, 1966)

 

Sugar (Reprise, 1967)

 

Country, My Way (Reprise, 1967)

 

Nancy (Reprise, 1969)

 

Woman (Rca, 1972)

 

One More Time (Boots Enterprises/ Cougar/Warlock, 1995)

 

Sheet Music (Boots Enterprises/ Dcc Compact Classics, 1998)

 

For My Dad (Ep, Boots Enterprises, 1998)

 

How Does It Feel? (Boots Enterprises/ Dcc Compact Classics, 1999)

 

California Girl (Boots Enterprises/ Buena Vista, 2002)

Nancy Sinatra (Boots Enterprises/ Attack/Sanctuary, 2004)

 

The Essential Nancy Sinatra (antologia, Boots Enterprises/ Emi, 2006)

 

Shifting Gears (Boots Enterprises, 2013)

Start Walkin' 1965-1976 (antologia, Boots Enterprises/ Light in the Attic, 2021)
  
 NANCY SINATRA - LEE HAZLEWOOD
  

Nancy & Lee (1968)

 

Nancy & Lee Again (1972)

 

Nancy & Lee 3 (2004)

  
 

THE SINATRA FAMILY

  
 

The Sinatra Family Wish You A Merry Christmas (with Frank Sinatra, Frank Sinatra Jr. and Tina Sinatra) (1968)

  
 

NANCY SINATRA – MEL TILLIS

  
 Mel & Nancy (1981)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Streaming
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Recensioni

NANCY SINATRA & LEE HAZLEWOOD

Nancy & Lee

(1968 - Reprise)
Il primo, leggendario capitolo del sodalizio tra la vezzosa chanteuse del sixties pop e il baffuto songwriter ..