Soda Stereo

Dynamo

1992 (Columbia) | shoegaze

I Soda Stereo sono stati la più popolare band argentina di tutti i tempi, e in generale la più popolare rock band ispanofona, fatta unica eccezione per i messicani Maná, che hanno tuttavia raggiunto il successo con musica molto più elementare.
La band è stata fondata da Gustavo Cerati a Buenos Aires nel 1982 e ha debuttato su album nel 1984, con “Soda Stereo”. Subito salutato da un buon riscontro in patria, il disco è l’inizio di una scalata sia commerciale, sia artistica, che vede la band attraversare i vari volti di post-punk e new wave, fino ad approdare, nel 1990, a “Canción animal”, titolo epocale che anticipa diverse sonorità poi divenute caratteristiche del rock alternativo, anche anglofono, durante gli anni Novanta (il singolo principale, “De música ligera”, è “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana con un anno di anticipo, benché molto più raffinato).

Il successo di “Canción animal” è enorme e la band finisce sulla bocca di tutti, dalla Patagonia alla Bassa California. Ancor più importante, si tratta del primo disco dove il trio si affranca dai modelli anglofoni e raggiunge una formula personale di rock latino d’atmosfera, con una produzione particolarmente ricercata.
La crescita costante, segnata da una sempre maggiore fiducia nei propri mezzi, sfocia così nell’anno d’oro di Cerati. A marzo del 1992 pubblica in proprio “Colores santos”, cointestato a Daniel Melero (già cantante degli Encargados e grande amico di Cerati), e in ottobre torna con i Soda Stereo al completo, per quello che è probabilmente il loro capolavoro: “Dynamo”. 

Il nuovo obiettivo è lo shoegaze: profondamente colpito dalla corrente britannica, in particolare da band quali Ride e Curve, che nel corso della carriera arriverà a citare apertamente all’interno dei propri lavori, Cerati si mette in testa di dover portare quel suono al grande pubblico latinoamericano, incurante del fatto che persino in Gran Bretagna sia ad appannaggio esclusivo del mercato alternativo.
Lo shoegaze attraverso i suoi occhi è un in realtà crogiuolo di stili che include grandi dosi di elettronica e vanta un approccio sensuale, profondamente romantico e latino, impensabile per una band anglofona.
È anche il disco della band più concertato fino a quel momento. Zeta Bosio, il bassista, ne è co-produttore e la sua firma compare in sette brani su dodici. Anche il batterista, Charly Alberti, rimasto silente durante la gestazione del disco precedente, contribuisce alla composizione di due brani. Oltre ai membri ufficiali, si ritagliano spazio due importanti collaboratori esterni: il solito Melero, che suona tastiere e campionatori in otto pezzi, e lo storico turnista Tweety González, che lo sostituisce nei restanti quattro.

Un sentore liquido e ovattato attraversa gran parte del disco, che mira dichiaratamente a “sembrare suonato sott’acqua”.
Memorabile sin dall’apertura, quando “Secuencia inicial” si lancia in una cavalcata di batteria e chitarra effettata, col suono completamente appiattito dalla mancanza del basso. Bosio entra dopo mezzo minuto, rigonfiando notevolmente l’arrangiamento, e lo schema è tutto lì, con sibili elettronici che si aggiungono a poco a poco come condimento. Persino il testo sembra andare in accumulo (“La sequenza iniziale corre, nessuno dei due lo ha avvertito. Mi guardo indietro e vedo la ragione, non sei mai stata una canzone. Ti ho sentita entrare, desidero darti un nuovo nome”), fino al grido corale del finale (“Bagnati le labbra e sogna”).
“Toma la ruta” e “En remolinos” puntano su chitarre più sgranate e rumorose, ma mentre una si muove su un battito da arrembaggio, l’altra procede lenta e soffocante, fra le macerie allucinate di ciò che un tempo doveva essere una canzone d’amore: “Lasciami vivere questo sogno. Che delirio. Un fiore, un fiore, un altro fiore, un maestro, una causa, un effetto. Chi conoscerà il valore dei tuoi desideri, chi lo saprà”.
Il pezzo più elaborato è “Sweet sahumerio”. Le tabla dell’indiano Sanjay Bhadoriya si dispiegano estasiate, gli altri gli fluttuano intorno. Fra i jangle disciolti della chitarra di Cerati, gli agglomerati di suoni spaziali di González, il sitar e il tambura che evocano i profumi d’incenso del titolo, le incomprensibili voci in lontananza, si perde il senso dell’orientamento.
È musica difficile da classificare, un raga anfibio, la colonna sonora di un lontanissimo futuro d’utopica armonia, ma anche uno dei più maturi inviti alla meditazione partoriti dalla musica rock. “Lei gioca sul divano, è a piedi nudi, qualcosa di soprannaturale la spiazza. Ha una forma spirale, chi lo sa, acque silenziose le coprono l’anima. Poesia circolare, pesce spada, posso vedere il suo profilo fluttuare nel mare”.
Stupisce trovare in un disco shoegaze una ballata jazzy come “Fué”, influenzata da Luis Alberto Spinetta e graziata dalla tromba di Flavio Etcheto, amico di Cerati e in seguito suo collaboratore in alcuni progetti collaterali.
Nell’avanguardistica “Nuestra fe” le chitarre sature devono fare i conti con il vulcanico basso di Bosio, schegge di sample e tastiere pullulanti, cori soul e lunghi excursus strumentali in cui compare persino una chitarra classica. “Claroscuro” ha ingredienti simili ma punta più sul ritornello che sulla reiterazione, mentre “Texturas” e “Primavera 0” sono due cannonate alternative rock pensate per presentare il disco al pubblico.

Se è vero che “Dynamo” schizza al numero 1 in molte nazioni dell’America ispanofona (in Argentina vende 120.000 copie in due settimane), è anche vero che ne scende piuttosto velocemente una volta constatato quanto l’ascolto sia impegnativo. Un album noto a tutti a cui è successo qualcosa di simile è “Kid A” dei Radiohead, di cui “Dynamo” può essere considerato una sorta di antenato concettuale. 
Pur con riscontri inferiori a quanto sperato, è comunque l’unico album shoegaze che abbia mai toccato la vetta di qualsivoglia classifica, e con ogni probabilità il più venduto di tutti i tempi (“Loveless” dei My Bloody Valentine ha venduto 350.000 copie fra Stati Uniti e Gran Bretagna, e anche aggiungendo il resto del mondo, dove non ha mai racimolato alcuna certificazione, difficilmente può arrivare al mezzo milione, cifra che “Dynamo”, considerando tutti i mercati dell’America ispanofona, ha invece raggiunto). È buffo pensare che negli Stati Uniti e nel Vecchio continente quasi nessun appassionato di musica ne sia al corrente.

La svolta shoegaze dei Soda Stereo sarebbe durata lo spazio di questo disco: il successivo, “Sueño Stereo”, sarebbe infatti uscito solo tre anni più tardi, svoltando verso sonorità ancora psichedeliche, ma decisamente radiofoniche, con un occhio al rock alternativo più muscolare, uno al cantautorato argentino, e uno alla teatralità del britpop (che i Soda Stereo, del resto, avevano da sempre portato in nuce).
Cerati avrebbe in seguito dato il via a una brillante carriera solista, salvo reunion dal vivo con i vecchi compagni, destinate a immensi bagni di folla a zonzo per l’America latina. Morirà purtroppo il 4 settembre 2014, a soli cinquantacinque anni, dopo averne passati quattro in coma a causa di un ictus. Il suo lascito complessivo per la storia del rock ispanofono, e non solo per quello, rimane difficile da quantificare (abbiamo cercato di sviscerare l’argomento nella apposita monografia presente su OndaRock). All’interno di questa eredità, “Dynamo” rimane una splendida meteora, testimonianza di una creatività duttile e alla continua ricerca di stimoli, che non amava sostare troppo a lungo nello stesso posto.

(01/09/2019)

  • Tracklist
  1. Secuencia inicial
  2. Toma la ruta
  3. En remolinos
  4. Primavera 0
  5. Camaleón
  6. Luna roja
  7. Sweet sahumerio
  8. Ameba
  9. Nuestra fe
  10. Claroscuro
  11. Fué
  12. Texturas




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