National

Alligator

2005 (Beggars Banquet) | indie-rock

I used to be carried in the arms of cheerleaders
("Mr. November")

Niente a che vedere con quando ero nella mia stanza: sto indossando giacca e cravatta - i miei migliori vestiti - in attesa di essere divorato da occhi indiscreti. L’immagine dipinta da una canzone come “Mr. November” è facilmente accostabile a quella di un uomo politico schiacciato dalle pressioni del ruolo: “Sono il nuovo sangue blu, la grande speranza bianca”, ripete il narratore tra sé e sé, “non manderò tutto a puttane - sono Mr. November!”. Non c’è niente che sia più umano del senso di inadeguatezza, e Matt Berninger ce lo ricorda ogni volta che dal vivo interpreta questa canzone, microfono alla mano, in cerca di contatto fisico con la platea. Ansia, disperazione, goffo auto-convincimento, urlati sopra una batteria che sembra crollare sotto i suoi stessi frenetici colpi, con le chitarre che ringhiano taglienti. Salta in mente l’immagine del nuovo presidente degli Stati Uniti, del papa di Nanni Moretti appena eletto (come interpretato da Michel Piccoli), di tutte quelle volte che abbiamo rinunciato per paura di non essere all’altezza. “Mr. November”, una delle più belle canzoni mai scritte sull’ansia da prestazione, è il momento in cui i National diventano i National; è il suono di una band che, scoprendosi fino alla più dolente delle sue vene, raggiunge un nuovo livello di consapevolezza.
 
Uno dei più noti aneddoti legati alla mitologia dell'indie-rock racconta di quanto poco pubblico popolasse i primi concerti del gruppo nel tour di “Alligator”, anno 2005, a differenza dei bagni di folla riservati agli allora celebrati ma oggi dimenticati Clap Your Hands Say Yeah. A quei tempi, la band di Matt Berninger (voce), Aaron e Bryce Dessner (chitarre), Scott e Bryan Devendorf (basso e batteria) non era ancora annoverata tra le nuove sensazioni dell’underground newyorkese. Tutti nativi dell’Ohio, per pura coincidenza i cinque si ritrovano vicini di casa nel quartiere di Brooklyn, nella Grande Mela, sul finire degli anni Novanta. Insoddisfatti dei loro ordinari lavori, decidono di formare una band, sulla scia del progetto avviato qualche anno prima dai gemelli Dessner e da Bryan Devendorf, con l’aggiunta ora di Scott al basso e di Berninger alla voce. Dopo un primo disco autografo vicino al folk-rock dei Silver Jews (“The National”, 2001), il gruppo inizia a ingranare col successivo “Sad Songs For Dirty Lovers” (2003), un disco di ballate d’amore emaciate e sconfitte, raggiungendo una forma migliore l'anno dopo con “Cherry Tree Ep”, contenente gemme dimenticate come “All Dolled-Up In Straps” e la straziante “About Today” (che nel 2011 verrà riarrangiata per la colonna sonora del fortunato “Warrior”). 
 
Una delle canzoni di quell’Ep è la romantica e bevuta “All The Wine”, che figurerà anche nella tracklist dell’album successivo. “Alligator”, il terzo album dei National, uscirà per la Beggars Banquet il 12 aprile del 2005, salvando e cambiando per sempre la carriera del quintetto. Ciononostante - ed è forse per questo che, ancora oggi, è il migliore in una discografia sostanzialmente senza sbavature - possiede quell’energia disperata e vagamente rassegnata di chi non ha più nulla da perdere. “Alligator” è un disco indie-rock mondano e sciupato, in cui Matt ha un po’ quell’aria di uno che arriva in ritardo e già ubriaco all’appuntamento, e che a un certo punto inizia a ballare sul tavolo mettendo tutti in imbarazzo. Il contrasto tra il suo ostentato alcolismo e l’eleganza del suo outfit e della sua voce baritonale lo rende uno dei frontman più magnetici del rock contemporaneo.
 
Ambientato in una Brooklyn cosmopolita, progressista e oscura, il disco alterna momenti in cui il tasso alcolico si fa pericolosamente alto ad altri di meravigliosa dolcezza. Indimenticabile “Karen”, col suo barcollante giro di piano e le sue confessioni assurde (“it’s a common fetish for a doting man/ to ballerina on the coffee table, cock in hand”), oltre ai ricordi teneri e ambigui di “City Middle” (“I have weird memories of you/ wearing long red socks and red shoes/ pissing in a sink”); ma quindici anni dopo, non smettono di gettare brividi lungo la schiena canzoni come “Baby We’ll Be Fine”, “The Geese Of Beverly Road” (“Serve me the sky with a big slice of lemon”: bellissimo) e l’arpeggiata “Daughters Of The SoHo Riots” (“Break my arms around the one I love/ and be forgiven by the time my lover comes/ break my arms around my love”), brani che sembrano parlare di un amore in epoca post-bellica, come un abbraccio sotto una pioggia di granate. Sotto la stessa aria, sconfortata e arida, che si respira in alcuni dei più importanti dischi americani post-11 settembre, da “Yankee Hotel Foxtrot” a "I’m Wide Awake It’s Morning” a “Sound Of Silver”.

Didn’t anybody tell you how to gracefully disappear in a room?
("Secret Meeting")

Che “Alligator” sia un disco memorabile, è reso evidente già dal suo principio, con le scintillanti chitarre di “Secret Meeting” che si aprono come da un nodo sciolto con grazia. C’è un’alchimia perfetta tra gli strumenti, c’è l’intuizione di aggiungere dei controcanti al pathos del finale, c’è un testo che dice tutto nel non dire nulla (“I’m sorry I missed you/ I had a secret meeting in the basement of my brain”). Tutto ciò è merito dell’ispirazione, certo, ma anche di un gruppo di strumentisti spesso sottovalutato, a partire dai due chitarristi, fino alla sezione ritmica, con particolare menzione per la straordinaria batteria di Bryan Devendorf e la sua abilità nel concedersi dei virtuosismi “silenti” (“Friend Of Mine”).
Chiaramente, è anche un disco con i giusti riferimenti — il crooning baritonale memore di Stuart Berman, la paranoia metropolitana mutuata dalla new wave, il senso della malinconia degli Smiths, oltre a tutta l'epica alternative di stampo nineties. E quando in “Val Jester” Berninger canta “All the most important people in New York are nineteen”, mi ricorda i Modest Mouse che cantavano “The universe is shaped exactly like the Earth”, con quell'espediente tipico del migliore indie-rock di dire una cosa oggettivamente falsa come se fosse oggettivamente vera.

Tra gli altri inni di questo album non si può non citare la travolgente “Lit Up” e la lacerata “Abel”, un’altra di quelle canzoni - come “Mr November” - in cui Matt decide che non è un problema violentare la propria gola. Sono anche questi piccoli dettagli che rendono “Alligator” quello che è: un eterno spazio di condivisione, di supporto reciproco tra band e ascoltatori, in attesa di tempi migliori. La qualità delle singole canzoni è enorme, e a posteriori non è difficile immaginare i pochi spettatori di quei concerti centuplicarsi rapidamente nell’arco di soli due anni.
Una delle più interessanti testimonianze di quel periodo di incertezze e speranze è riportata in una retrospettiva di Paul de Revere, scritta su Pitchfork a dieci anni dall’uscita del disco. “Alcuni mesi dopo la pubblicazione dell’album, la band suonò in un piccolo locale davanti a 30 persone, contando anche lo staff del locale e la band d’apertura. Verso la fine della serata, uno dei due chitarristi (Bryce o Aaron) si sedette al pianoforte del camerino e iniziò a strimpellare quella che sarebbe diventata 'Fake Empire', la hit con cui la band si sarebbe fatta conoscere”, ricorda de Revere. Fu proprio quel periodo di intima e vibrante creatività a ispirare le fortune della band. Due anni dopo uscì “Boxer” e tutto cambiò: le arene, i concerti per Obama, la fama. Ciò per cui i Matt Berninger e soci sono oggi conosciuti si trova senza dubbio in quell’album, ma ciò che essi sono, al loro meglio, ha le sue radici nel disco precedente, semplicemente uno degli album indie-rock più belli mai scritti. Ieri oggi e domani, “Alligator” è per sempre.

(03/01/2021)



  • Tracklist
  1. Secret Meeting
  2. Karen
  3. Lit Up
  4. Looking For Astronauts
  5. Daughters of The SoHo Riots
  6. Baby We'll Be Fine
  7. Friend Of Mine
  8. Val Jester
  9. All The Wine
  10. Abel
  11. The Geese Of Beverly Road
  12. City Middle
  13. Mr. November




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