Fuzz

Fuzz

2013 (In The Red) | hard-rock, garage-psych

Recensire Ty Segall sembra essere diventata la più futile tra tutte le attività marginali che un modesto cronista possa accollarsi, di questi tempi. Un po’ come lasciare quel mozzicone di trama sempre identica sulle paginette usa e getta del settimanale con i programmi televisivi, nell’apprezzata rubrica delle soap. E’ evidente che occorra il riassunto delle puntate precedenti, ma per una volta faremo bene a stringere il più possibile: straziata dalla morte del padre, la grande speranza del garage statunitense non è riuscita a prendere in mano una chitarra e a scrivere musica per diversi mesi; l’uscita dal tunnel è stata possibile grazie all’esperienza terapeutica di un anomalo disco in solitaria, quasi completamente acustico; per una piena guarigione, il rocker di Laguna Beach ha dovuto però dedicarsi all’ennesimo nuovo progetto collaterale, i Fuzz, fondamentale per ritrovare dentro di sé la gioia pura del rumore. Compagine inedita questa – si diceva – ma solo nominalmente, visto che la squadriglia di stanza a San Francisco è di fatto la stessa già attiva qualche tempo fa sotto la ragione sociale Epsilons, senza il sax di Mikal Cronin e le tastiere di Michael Anderson. Segall non ha mai fatto mistero del proprio amore viscerale per i Black Sabbath e soprattutto per gli Hawkwind, e nell’eponimo “Fuzz” in uscita a inizio ottobre ha cercato di trarne il massimo beneficio in termini di ispirazione, per mettere quel po’ di benzina in un serbatoio creativo in evidente riserva.

La partenza è nel segno di una fanfara scurissima, quasi lugubre, che pulsa lenta e sfuma presto in una cavalcata assai misurata. E’ a questo punto che si consuma quella sorta di esorcismo, con il fuzz (nomen omen) che interviene a esacerbare l’inerzia in chiave hard-rock, facendo il verso ai beniamini sopra citati ma anche ai primi Groundhogs (omaggiati in una b-side), agli Zeppelin e a tanta musica sovraccarica di quarant’anni fa. Il tutto filtrato poi dall’inclinazione grezza e beatamente svaccata di Segall, tra amplificatori che spurgano riverberi in quantità industriale e riguardo per la bella forma prossimo allo zero. Per l’occasione i tre compari rimescolano le carte scambiandosi gli strumenti (a Ty tocca la batteria, al batterista Roland Cosio il basso, mentre il fidato bassista Charlie Moothart imbraccia la chitarra) e questo dovrebbe dirla lunga sullo spirito di un’operazione imbastita esclusivamente per il piacere di fare un po’ di casino assieme. L’impressione più netta, ripensando all’ottimo “Slaughterhouse”, è che la combriccola non abbia comunque scelto di viaggiare a pieno regime (specie in quanto a distorsioni) e si sia almeno in parte disciplinata, in linea con i precetti di un genere approcciato non senza devozione. Il risultato può ancora suonare allettante ma di certo non è imprescindibile, anzi: un salutare ritorno al clima di ricreazione elettrica per il capobanda (cui non ha alcun senso affannarsi ad attribuire significati o valori ulteriori che, prevedibilmente, nemmeno erano ricercati), un divertissement significativo più per i suoi interpreti che per chiunque altro.

La vitalità esplosiva dell’album uscito lo scorso anno a firma della Ty Segall Band non trova repliche altrettanto convincenti. Qui si alternano con troppa frequenza momenti di discreto dinamismo e rallentamenti vistosi, tortuosità acidognole e prolungati metabolismi proto-metal privi del giusto nerbo, che finiscono per fiaccare l’ascoltatore. Gli episodi in cui il sigillo di Ty pare essere molto più riconoscibile non mancano. Al di là di una curiosa cannibalizzazione del refrain di un vecchio pezzo degli Stiltskin,“What’s In My Head?” ricorda ad esempio più di un passaggio su “Twins”, mentre “Loose Sutures” promette di essere affilata e rumorosa come il meglio del repertorio: se la prima sacrifica la propria vivacità a un moloch sonoro monumentale quanto sornione, la seconda si arena sulle secche di un’improvvisazione noiosa, minata da eccessive lungaggini e dall’autoreferenzialità. Più avanti c’è spazio per una sudicia tirata quasi post-hardcore (“Preacher”), per un tocco di isteria controllata (i cori di “Raise”) e per la chiusura arrembante e imprevedibile della strumentale “One” (che potrebbe essere il manifesto di “Fuzz”), ma è indubbio che, giunti a questo punto, l’interesse sia già irrimediabilmente scemato. Fan irriducibili a parte, si arriva in fondo un po’ provati e nemmeno troppo deliziati, visto il pastone non certo da gourmet che i tre californiani hanno servito.

Con l’attenuante del momento difficile per il leader e la constatazione che i feedback stanno tornando quelli di un tempo (ovvero quelli di appena un anno fa), non ci resta che darvi appuntamento alla prossima puntata del Ty Segall show.

(19/10/2013)

  • Tracklist
  1. Earthen Gates
  2. Sleigh Ride
  3. What's in My Head
  4. Hazemaze
  5. Loose Sutures
  6. Preacher
  7. Raise
  8. One
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