Smoke Fairies

Smoke Fairies

2014 (Full Time Hobby) | dream-pop

Da promessa acerba a piccola garanzia dell’alternative inglese, in nemmeno un lustro.
Chissà quanti si sarebbero sbilanciati a pronosticare una così rapida maturazione per le Smoke Fairies, quando le ragazze di Chichester muovevano giusto i primi passi con le benedizioni di un paio di endorser importanti (Jack White e Richard Hawley), impressionati dall’incisività delle loro prove dal vivo. Più forti dell’eventuale scetticismo sul loro conto, Katherine Blamire e Jessica Davies sono riuscite in breve tempo ad affermarsi come qualcosa più di un’effimera realtà tra le tante, nel sottobosco folk del loro paese. Certo non si può nemmeno negare che, dagli esordi appena screziati di blues al nuovo album eponimo, terzo a referto per loro, le Fatine abbiano cambiato pelle con una certa determinazione.

La voce arrochita, già in avvio, suggerisce carattere, tempra rock, e in effetti il sound si è fatto un po’ più robusto rispetto ai tempi di “Through Low Light And Trees”. Il duo resta però ancorato a soluzioni musicali di grande lievità, nel caso di “We’ve Seen Birds” dalle parti dei tormentoni in forma di filastrocche, movimentati dalle tastiere e improntati a una scrittura di chiara derivazione pop. Salto di traccia e i ritmi restano blandi, quasi narcotici, mentre sono ancora gli organi opachi a intavolare una sorta di mantra infettivo, colorato a pastelli grigiastri e squarciato in esclusiva da un refrain di tenue meraviglia. Decisamente buona la misura, di pura sostanza le trasparenti finiture a cesello dell’elettrica, convincente l’interpretazione, per un easy-listening ombroso ma non schiacciato dal senso di angoscia che pure esprime così bene.
L’orientamento sonoro si conferma alquanto cupo ma ben radicato nel presente e ancora una volta sono gli scarti minimi a lasciare il segno, in un quadro che vede il canto farsi talvolta (“Shadow Inversions”) più subdolo e impersonale, come di sirene pronte a irretire l’ascoltatore. Oltre la foschia il loro mare è turbato, l’aria frizzante, ma le ragazze si dimostrano brave a dissimulare ogni ipotesi di spigolo, di increspatura nervosa, ed è una strana pace a prevalere.

Katherine e Jessica danno sovente l’impressione di aver fatto più di un passo avanti, specie nella gestione della tensione, mirabile (sulla falsariga dell’amica Laura Marling), o nel bilanciamento tra parsimoniosi slanci lirici e preparazioni volutamente caliginose, quando non inespressive. Così si trovano ad avvicinare, in territori lambiti dall’inquietudine, la superba versatilità di un’Azita, o la gravità e il faticoso dinamismo ritmico della Fiona Apple di “The Idler Wheel”, anche se il vero modello di riferimento resta la PJ Harvey degli ultimi anni.
Proprio nella pancia del disco ci si discosta però da questi registri disadorni (ma mai davvero tetri), con un paio di gemme realmente sorprendenti: “Waiting For Something To Begin” è un passaggio estatico che apre con decisione alla luce del sole, pur se in un bianchissimo soft focus che ricorda analoghe astrazioni nella più recente fatica dei Besnard Lakes (nei frangenti rischiarati dalla voce di Olga Goreas, ovviamente); stessa corrispondenza privilegiata – con in sovrappiù la Victoria Legrand di “Bloom” – vale per la successiva “Your Own Silent Movie”, un dream-pop capace di autentici incanti in virtù della sua disarmante dolcezza.
Ancora una volta, pregio ulteriore, siamo sollecitati in maniera del tutto naturale, senza che si ricorra a particolari adulterazioni sul piano formale e senza che sia concesso margine a comode tentazioni espressioniste.

Tra i limiti dell’album non può essere taciuto il suo apparire forse eccessivamente algido, per quanto all’ascoltatore non siano comunque preclusi momenti di sostanziale disgelo, di primavera entrante. In “Want It Forever” le fanciulle si mostrano ad esempio ben più vivaci e smaliziate, al punto che la canzone ha le cadenze di un ballo sensuale, persino ammiccante, un attimo di giovinezza esibito in aperto contrasto con il resto. Vaporosamente essenziali, nella seconda facciata le Smoke Fairies sembrano prediligere i paesaggi ultrararefatti, nordici, brulli, e pagano il rigore scelto con un pizzico di tedio. A riscattarle è magari la sublime disciplina minimalista nel loro corredo di artiste, la stessa che effonde tra le pieghe di “Koto” curiose fragranze nipponiche, dando luogo a fragili architetture d'armonie.
Ma le due inglesi si ripresentano seriose e determinate alla prima occasione utile, riassorbendo la modesta digressione che hanno scelto di concedersi, per tornare a quell’atmosfera di vagheggiamento liofilizzato, di “elegia in cattività”, che rappresenta la vera cifra espressiva del nuovo lavoro nonché il suo neo più evidente. Scongiurato, peraltro, sul finale, dove riescono terse, alleggerite dalla coltre monocolore di una malinconia forse troppo distante e refrattaria per diventare davvero indimenticabile.

Non è ancora tempo di miracoli, insomma, ma è probabile che le Fatine del Sussex ci stiano lavorando.

(02/07/2014)

  • Tracklist
  1. We've Seen Birds
  2. Eclipse Them All
  3. Shadow Inversions
  4. Hope Is Religion
  5. Waiting For Something To Begin
  6. Your Own Silent Movie
  7. Misty Versions
  8. Drinks and Dancing
  9. Koto
  10. Want It Forever
  11. The Very Last Time
  12. Are You Crazy?




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