Movimenti sonori che scorrono come un magma ribollente sotto la crosta terrestre. Si sa: le press-release il più delle volte esagerano con le descrizioni. Eppure, questa volta le suggestioni sono sicuramente calzanti, perché le tre composizioni raccolte in questa collaborazione tra i drone-doom master guidati da Stephen O’Malley e i norvegesi Ulver (che in venti anni di carriera hanno più volte mutato pelle, passando dagli esordi black-metal alle più recenti ed oscure infatuazioni cameristiche di “Messe I.X–VI.X“) sembrano proprio suggerire la visione di un sottosuolo ribollente, carico di informe potenza.
Tuttavia, i primi otto minuti di “Let There Be Light” lasciano che gli strumenti scivolino, senza colpo ferire, uno accanto all’altro, salvo risolvere il mistero con un climax sinfonico tutto sommato scontato, oltre che poco “esplosivo”. Sostanzialmente, “Western Horn” si muove sulle stesse coordinate, anche se la componente drone-doom diventa predominante, mentre lo sfondo libera, in rapida successione, tutta una serie di sonorità minacciose. In coda, ecco le trame post-rock di “Eternal Return”, in cui la voce di Krystoffer Rygg evoca, nella seconda parte, le antichità della Bibbia, della Grecia e dell’Egitto, in un lento vortice di malinconico abbandono che è sicuramente il momento migliore di un disco complessivamente deludente.
06/02/2014
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