La serie/etichetta Immediata di Anthony Pateras si avvicina al termine prestabilito delle quindici pubblicazioni complessive: con urgenza forzata il pianista si è messo alla prova stabilendo collaborazioni inedite con musicisti e sound artist di varia estrazione – d’area strumentale, ad esempio, Chris Abrahams dei Necks (176) e il violinista Erkki Veltheim, mentre dalla sperimentazione elettroacustica Jérôme Noetinger e Valerio Tricoli.
Essendosi già esibiti assieme nel 2011, il passo non era troppo lungo per chiamare nuovamente in causa il sacerdote doom Stephen O’Malley: “Rêve Noir” è però la rielaborazione in studio di quella stessa performance, trattata come materia prima di un’imperscrutabile esplorazione al confine tra drone e tape music.
Anche a motivo del trademark sonoro che caratterizza ogni produzione di O’Malley, il live set non presenta l’irruenza dei precedenti incontri one-shot di Pateras il quale, più che in ogni altro caso, ha accettato di farsi coinvolgere in un’atmosfera scuramente riflessiva, completamente incentrata sul mantenimento di singole note – o dei loro immediati dintorni microtonali, come nel recente progetto su Alvin Lucier – per una durata sufficiente a renderle pienamente risonanti, assieme a feedback e armonici naturali. L’inquietudine è pervasiva ma perlopiù sottile, affidata in maggior misura alle stereofonie generate col successivo lavoro di cut-up che non alla violenza degli accordi stessi, alquanto misurati rispetto alle rombanti frequenze dei Sunn O))).
Ciò che davvero stupisce è il potere seduttivo di queste grevi escursioni drone, come se a prevalere fosse davvero la forma pura del suono amplificato, anziché la carica drammatica che saprebbe altrimenti convogliare. E ancora, ciononostante, si conserva il piacere di un ascolto “attivo” grazie alla mutevolezza dei pattern generati in studio dal pianista, che fanno pensare a un tessuto le cui trame divengono via via più contorte e irregolari, con la sola costante delle sfumature (non)cromatiche – ovviamente situate nelle più profonde scale di grigio.
L’ossessiva, serpeggiante progressione di tastiere del terzo movimento, così ridotta nel volume da percepirsi sottopelle, non sposta in alcuna misura la linearità del disegno finale, ancorato in un understatement che non ricerca in alcun modo l’effetto perturbante, bensì riconfigura in maniera originale e dinamica le possibilità espressive di una ricerca radicata nel culto dei toni continui.
17/04/2018
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