Guster

Evermotion

2015 (Nettwerk) | synth-pop

Less is more. Da semplice precetto estetico, il celebre motto di Ludwig Mies van der Rohe pare diventato un mantra, un ritornello cui abbiamo fatto l’abitudine perché spesso e volentieri corrisponde a verità, anche in ambiti che con l’architettura c’entrano poco o nulla. Spesso, si diceva, non sempre. Di esempi che tendono ad avvalorare piuttosto un altro dei suoi aforismi – God is in the details – il mondo non è certo meno pieno, specie quello della musica pop. Ultimo della lista, ma per molti versi emblematico, è il più recente lavoro firmato dai Guster, classica compagine dalla carriera sterminata che nel vecchio continente conoscono sì e no in quattro ma negli Stati Uniti, anche in virtù di uno scaltro posizionamento “di confine” tra indie-rock e jam band, ha venduto sempre discretamente bene.

Fermi ai box da quasi cinque anni, ormai lontano il momento magico di “Keep It Together” e “Ganging Up The Sun”, i bostoniani hanno optato per una svolta radicale ma consapevole, visto che, per loro stessa ammissione, il sogno era quello di evolversi in qualcosa di completamente diverso prima di cedere l’onore delle armi allo stesso manierismo di tanti (e più illustri) colleghi: apportare una bella sforbiciata sul versante produttivo, smettere di inseguire il perfezionismo a tutti i costi e provare a cogliere l’essenza della propria musica, lo spirito, anche a costo di non silenziarne le imperfezioni. Almeno restando sul piano delle intenzioni, un’opzione lodevole; ma di eccessivo sacrificio nei fatti, per un gruppo da sempre accostato al filone “lussureggiante” di altre ciclopiche formazioni yankee, quello di Dave Matthews Band, Phish e Widespread Panic, per intenderci. Va letta in quest’ottica la scelta di affidarsi alle cure di Phil Ek (produttore di gemme come “Perfect From Now On”, “Chutes Too Narrow” e “Fleet Foxes”) e soprattutto Richard Swift, uno che a dire il vero ricordiamo con piacere più per le sue prove soliste che non al servizio di altri, come musicista (al synth negli Shins, al basso nei Black Keys) o dietro la console (per Damien Jurado, Laetitia Sadier, Gardens & Villa).

Abituati a sessioni in studio pressoché eterne, i Guster si sono scontrati con la non meno proverbiale concisione dell’artista californiano. Che ha vinto l’implicito braccio di ferro registrando “Evermotion”, settimo titolo del loro catalogo, in una manciata di giorni appena. Prima vittima sacrificale sono state le chitarre, sommerse in una pozza di suoni liquidi, con la batteria soppiantata nel contempo da un profluvio di percussioni. A segnare il passo pensano allora quella sorta di buonismo ecumenico, veicolato dalle tonalità pastello delle tastiere, e certe soluzioni espressive (portate in dote dalla new entry Luke Reynolds, polistrumentista già nominato per il Grammy) a mezza costa tra i Rem sciapi di “Around The Sun” (l’elettrica crepuscolare nell’opener è puro Peter Buck ultimo decennio) e band piacione ma senza spina dorsale come i Collective Soul. Anche per l’insistenza con cui le pose malinconiche vengono somministrate all’ascoltatore, il risultato non può che risultare tristanzuolo.

“Lazy Love”, discreta scopiazzatura del verbo Beach Boys, lascia appena intuire le potenzialità di un collettivo che per l’occasione sembra girare in riserva di idee ed energia. Altrove si fa affidamento sul traccheggio ludico in salsa sintetica per compensare il generale depauperamento (evidente lo zampino di Swift in “Simple Machine”) ma l’esito tende al grottesco e resta sconfortante. Neppure i fiati dell’unico ospite Jon Natchez (già con Beirut e War On Drugs) hanno modo di rilanciare le azioni di un album volenteroso ma disgraziato e, se possibile, ammorbano ancor più le canzoni in cui si trovano a far capolino. Per converso, hanno le proprietà salvifiche dell’ossigeno le chitarre acustiche nel blitz di “Gangway”, che pure va in archivio, più che altro, alla voce “amplessi simulati”.
Al disco, troppo edulcorato e inutilmente estetizzante, mancano il sangue, il sudore e i brividi autentici. Così l’impressione è quella di una scenografia policroma anche graziosa ma condannata alle due dimensioni di un semplice fondale (“Never Coming Down”). Persino gli infrequenti slanci chamber-pop (“It Is Just What It Is”, ad esempio) appaiono colpevolmente tiepidi e non lasciano un segno indelebile, esaurendosi in simulacri plastici quanto algidi.

A conti fatti, “Evermotion” rimane un esperimento non riuscito e desta perplessità analoghe a quelle suscitate dalle ultime prove in studio di Augustines e Tired Pony, con minor ruffianeria, magari, ma la medesima pochezza in termini di songwriting. Ancora una volta, se Dio è destinato a morire con i dettagli, non c’è aritmetica creativa che tenga: un meno sarà sempre un meno.

(05/04/2015)

  • Tracklist
  1. Long Night
  2. Endlessly
  3. Doin' It by Myself
  4. Lazy Love
  5. Simple Machine
  6. Expectation
  7. Gangway
  8. Kid Dreams
  9. Never Coming Down
  10. It Is Just What It Is
  11. Farewell
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