HUMPTY DUMPTY - Messiness

2016 (Autoprodotto)
new wave, psych-rock

Con un arsenale di ben sedici album auto-prodotti già all’attivo, Humpty Dumpty, all’anagrafe Alessandro Calzavara, si presenta in questa estate 2016 con “Messiness”. Un titolo breve, contenente però un astuto gioco di parole che tanto piacerebbe agli inglesi, capace di fondere in un unico vocabolo le origini messinesi del suo autore con il “disordine” anglofono, un concetto sublimato perfettamente anche dall’artwork di Gesualdo La Porta. È un’immagine di copertina all’insegna della follia extra-terrestre, che sarebbe sicuramente andata a genio anche a Daevid Allen e ai suoi Gong, se soltanto i Pot Head Pixies fossero stati meno pacifici e si fossero, invece, alleati con i colossali Draag disegnati da Roland Topor per “Il pianeta selvaggio”.

D’altronde, si tratta di un disegno visionario e ambiguo almeno quanto l’epiteto dell’artista, prelevato nell’accezione letteraria/psichedelica di Lewis Carroll (“Attraverso lo specchio”), ma che rimanda anche a una filastrocca di “Mamma Oca”, dove Humpty Dumpty, grosso uovo dalle sembianze umane, cade dal muro e va a pezzi. Alessandro Calzavara ne ricompone quindi i frammenti, incollando tra loro una serie di canzoni in cui si possono udire molteplici riverberi ispiratori, che vanno dai Bevis Frond ai Rain Parade, dagli Smiths agli Psychedelic Furs, senza tuttavia dimenticare nel mezzo due colti cantautori neo-psichedelici come Robyn Hitchcock e Julian Cope.

L’orecchiabile apertura elettro-folk di “Open” è un autentico manifesto programmatico degli intenti del musicista, in cui viene dichiarata l’urgenza, quasi fisica, di comunicare il suo messaggio (“I’m putting it down too sincerely/ But there is no doubt/ I can’t live without/ My urgency is getting strong/ The tool swells and then explodes”). Si avanza poi con un riflesso del folk allucinato di Mark Lanegan (“Professionalism”), lasciando spazio anche a plumbee parate mancuniane (“Protest Song”) e sincopate litanie darkwave (“Depth”).

L’acida psichedelia di “Ambition”, a dispetto del titolo, rivela invece come l’ambizione sia soltanto l’ennesimo surrogato di Dio, della sua trepidante attesa, poiché chiunque, in un determinato momento della sua vita, è destinato a mettersi virtualmente in fila ad aspettare qualche Godot. È una presa di coscienza che si materializza, in seguito, nel cupo paesaggio elettronico di “The Brood”, dove si ricorda come la paura sia capace di risvegliare gli istinti più bassi dell’uomo, lasciando così avvizzire “ogni germoglio di coscienza”. In un disco in cui nulla viene dato in pasto al caso, dopo aver esorcizzato l’ambizione e l’odio, Humpty Dumpty getta uno sguardo sul futuro con “Biopolitics”, le cui chitarre irrequiete risentono quasi delle angosciose idee espresse da Foucault circa i pericoli del capitalismo sull’identità del singolo.

Molto singolare la seducente cover di “To Get Inside”, che ripropone la filastrocca new wave degli olandesi Minimal Compact, mentre gli origami elettrowave “Faith” e lo spettrale oblio finale di “Submission” sigillano il disco all’insegna della “fede” e della “sottomissione”. Due termini concettualmente simili, perfino coincidenti se si pensa al significato letterale dell’Islam, ma che qui vengono lasciati liberi e volutamente ambigui. Anche in questo caso, infatti, i testi vogliono aprire uno spiraglio all’interpretazione personale, in quanto ogni forma di espressione, musica compresa, non ha mai un significato inequivocabile.

Come viene rivelato anche dall’Humpty Dumpty “originale” all’Alice di Lewis Carroll, il significato lo stabilisce solo chi comanda. Essendo, infatti, la comunicazione umana basata su un continuo fraintendimento, l’accezione semantica viene “comandata” dalle capacità maieutiche di chi interpreta un’opera a posteriori e quindi, in questo caso, dal suo pubblico. Il paradosso del caso, che entrambi gli Humpty Dumpty conoscono fin troppo bene, è che da questo assioma derivano anche molte delle tecniche di controllo che la società opera sulle masse, manipolando la verità. In quest’ottica, l’impressione finale è quella di un disco estremamente curato dal punto di vista sonoro e testuale, irrigidito da quel freddo ethos britannico che spesso noi italici ci sforziamo d’avere, ma che ad Alessandro Calzavara riesce meravigliosamente facile e immediato.

24/06/2016

Tracklist

  1. 1. Open
  2. 2. Professionalism
  3. 3. Protest Song
  4. 4. Depth
  5. 5. Ambition
  6. 6. The Brood
  7. 7. Biopolitics
  8. 8. To Get Inside
  9. 9. Faith
  10. 10. Submission

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