Nana Grizol

Ursa Minor

2017 (Orange Twin) | roots, pop-rock

Sette anni di silenzio sono un lasso di tempo senz'altro ragguardevole per qualsiasi artista affermato, ma per una band emergente possono rappresentare una vera e propria condanna all'anonimato. Questo, a grandi linee, quanto capitato alla promessa indie-folk statunitense dei Nana Grizol, passati nel volgere di un biennio dall'entusiasmo con cui fu salutato il fresco esordio "Love It Love It" (2008) alla generale perplessità suscitata dallo sciapo sophomore "Ruth" (2010), e da allora misteriosamente scomparsi dai radar.
Il frontman Theo Hilton ha condito questa lunga ellissi con sporadiche uscite minori in compagnia di qualche amico fidato e ha condotto una vita girovaga facendo la spola tra Seattle e New York, prima di piantare le tende a New Orleans. I suoi compagni, a cominciare da Laura Carter, risiedono ancora nella piccola Mecca musicale di Athens dove questo terzo, francamente insperato album è stato registrato da uno dei capiscuola locali, l'ex-talentino Andy Lemaster (Now It's Overhead, Bright Eyes, Azure Ray).

L'ascolto parrebbe poter annullare una distanza che è in realtà incolmabile. L'illusione complotta per restituirci intatto il prodigioso calore bandistico di un gruppo che appare persino cresciuto, ma che poi delude ostinandosi a manovrare in territori folk-pop fragranti quanto risaputi, già battuti in lungo e in largo dai compagni di scuderia Elf Power (di cui fa parte proprio la Carter), dai Frontier Ruckus (come paroliere, Theo si conferma non meno verboso di Matthew Milia) e da chissà quanti altri. Ci sono la simpatia, un sound più robusto e un Hilton vocalmente meno isterico di come lo ricordavamo; si parla di ambientalismo, liberismo selvaggio, letteratura e omosessualità, eppure tutto questo non riesce a eludere l'impressione di un ritorno abbastanza insipido. I Nana Grizol accarezzano con innegabile garbo, dispensano le loro canzoncine rustiche ed edificanti come degli AJJ ripuliti della verve polemica, ma suonano troppo prosaici per incantare davvero.

Ne esce un compendio di buone intenzioni e suggestioni bucoliche pronte all'uso (la doppia title track), un album di istantanee collezionate nei giorni belli ("Photos From When We Were Young"), un trionfo del carino celebrato alla maniera dei Fruit Bats ma senza avere nelle proprie corde i guizzi e il falsetto di un Eric D. Johnson (per quanto il congedo di "Window" un po' gli si avvicini). Il loro rock delle radici è sempre invariabilmente scolastico ancorché gradevole, a un ascolto distratto. E quando rallenta, qualche sbadiglio va messo in conto ("Almost Know Your Name") come se al gruppo georgiano proprio non riuscisse di esprimersi fuori dello standard uptempo che gli ha regalato quel briciolo di popolarità ai tempi dell'esordio e che qui dà frutti appena appena apprezzabili giusto nell'accalorata "Tacoma Center 1600" e in una più riverberata "T.V. Song", a mani basse i migliori titoli di una raccolta non brutta, semplicemente trascurabile.

(13/04/2017)

  • Tracklist
  1. Nightlights I
  2. Bright Cloud
  3. Mississippi Swells
  4. Almost Know Your Name
  5. Photos From When We Were Young
  6. Ursa Minor I
  7. Nightlights II
  8. Explained Away
  9. T.V. Song
  10. Tacoma Center 1600
  11. Ursa Minor II
  12. Window
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