Dream Syndicate

These Times

2019 (Anti, Epitaph) | psych-rock

I put some Miles on
And heard the space between the notes
A power-sonic Babylon
I put some Miles on
(da “Put Some Miles On”)

Che “How Did I Find Myself Here?” del 2017 non fosse un album dettato dalla nostalgia dilagante verso certi suoni psichedelici, o dalla smania revivalista di questi anni, lo si capì subito. Facendo cascare per la prima volta la puntina sugli anelli neri di un disco ispirato e, almeno a tratti, travolgente. Se Steve Wynn e compagni erano tornati dopo quasi trent’anni dal lavoro precedente era per fare sul serio. Il lungo e trionfale tour e “3X4” (compilation in cui i Dream Syndicate, le Bangles, i Three O’Clock e i Rain Parade, praticamente mezza scena Paisley, si fanno le cover a vicenda) confermò la sensazione, tanto che la pubblicazione di questo “These Times” non ci ha sorpresi. Tanta erano l’energia, l’entusiasmo e l’ispirazione messi finora in campo, che un sophomore (del ritorno) lo aspettavamo.
Certo, Karl Precoda e Kendra Smith (rievocata nel trasognato brano conclusivo di “How Did I Find Myself Here?”) non sono della partita neanche questa volta, ma Mark Walton al basso e Jason Victor alla chitarra, così come quel vecchio tornado di un batterista di Dennis Duck, fanno il loro sporco lavoro. Tanto quanto basta per non fare pensare a elucubrazioni soliste di Wynn mascherate da band per approfittare della gloriosa sigla.

Il suono di “These Times” è quello che conosciamo tutti. Paisley Underground bollente, con il basso bene in vista e i riff irruenti delle chitarre sempre pronti a distendersi nella spiritualità del deserto. Ma questa volta c’è anche tanta voglia di sporcarsi le mani con materia psichedelica di matrici diverse: il kraut, la New York dei Velvet Underground, i Wall Of Voodoo.
Dopo una breve e scoppiettante intro in salsa sixties intitolata non a caso “The Way In”, è subito tempo del primo squarcio psicotropo del viaggio. Prima con “Put Some Miles On”, autobiografia dettata à-la Lou Reed su sfrecciare di chitarre che fendono il cielo come comete. Poi con “Black Light”, babilonia di ritmi desertici, canti indiani e linee di banjo tex-mex.
È poi la volta di due ballate dal forte retrogusto 80’s: “Bullet Holes” e “Still Here Now”, brano mutevole, quest'ultimo, prima trascinato dal pianoforte, poi traforato da un solo di chitarra incandescente targato “The Medicine Show”.

Scioglie definitivamente le briglie del disco la corsa forsennata dei sintetizzatori di “Speedway”, che fa scontrare le intuizioni di Stan Ridgway con i coretti degli Who. E’ invece lenta e ammiccante “The Whole World Is Watching”, guidata da un giro di basso che se l’avesse sentito Tarantino ce lo ritroveremmo in “Once Upon A Time In Hollywood”.
“Space Age” cala il riff più pesante del disco nello spazio siderale, dove Wynn declama come uno sciamano uscito da “Guardians Of The Galaxy”, con convinzione e credibilità di quelle che ci si può guadagnare solo con una carriera da decano della scena psych. Molto spirituale e più rilassata è invece la chiosa “Treading Water Underneath The Stars”, dove un basso ringhiante si rilassa progressivamente per passeggiare con il pianoforte e le chitarre elegiache e fluenti.
È molto interessante anche il processo creativo dietro la realizzazione di questo disco, che ha visto Wynn scrivere i testi delle canzoni solo una volta che queste erano state già registrate. I cattivi presagi che costellano le canzoni, incentrati come anticipa il titolo dell’opera sulla modernità, sono stati dunque prima tradotti in musica e soltanto poi a parole, a testimonianza del fatto che la musica sia la forma espressiva primigenia dei Dream Syndicate.

In numerose interviste recenti, Wynn ha dichiarato di aver tratto molta dell’ispirazione che è confluita in “These Times” dall’ascolto dei lavori di J Dilla. Se da una parte è difficile (e molto probabilmente impossibile) trovare tracce hip-hop in questo disco, viene invece molto facile scorgere quelle dell’attitudine antologica del compianto produttore di Detroit. I generi esplorati in “These Times” sono infatti numerosi e vengono diluiti nel corso della tracklist come se questa fosse il percorso di un dj radiofonico. La grande varietà offerta dal disco, infine, fa pensare, più che a un capitolo fuori tempo massimo della saga Paisley, a un’opera di psichedelia totale, nella quale si potrà trovare qualche momento meno originale di altri, ma risulterà difficile skippare anche solo una canzone.

(01/05/2019)

  • Tracklist
  1. The Way In
  2. Put Some Miles On
  3. Black Light
  4. Bullet Holes
  5. Still Here Now
  6. Speedway
  7. Recovery Mode
  8. The Whole World’s Watching
  9. Space Age
  10. Treading Water Underneath the Stars


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