22/01/2026

Dream Syndicate

Locomotiv Club/ Largo Venue


OndaRock ha preso parte alle tappe di Bologna e Roma del tour 2026 dei Dream Syndicate, omaggio al loro brillante sophomoreMedicine Show”, eseguito integralmente sera dopo sera per la prima volta dal vivo, a oltre quarant’anni dalla sua pubblicazione.

Bologna, 22/01/2026

di Martina Vetrugno 

Paisley Underground, o di come rock chitarristico tra anni Sessanta e Settanta, memorie folk e arie pop si fecero corteggiare dal punk e riscoprirono e assimilarono la potenza della psichedelia. Tale movimento ebbe come epicentro la California degli Eighties e fu di rilevante importanza per lo svezzamento della musica alternativa (pur figurando a tratti in ombra, almeno in apparenza, rispetto ad altre scene), identificando i Dream Syndicate come suoi alfieri assoluti. Il punto di forza nonché marchio di fabbrica di questi ultimi? Il mantenimento della loro premessa principale, ovvero quella di riuscire a continuare a proporre musicalmente qualcosa di fuori dal tempo, senza per questo ripetersi eternamente, e con un assetto differente rispetto agli esordi, con due componenti originali rimasti. 

Attesa da un nutrito gruppo di agguerriti fedelissimi, già pronti fuori dalla venue ben prima dell’orario di apertura porte, quella al Locomotiv Club di Bologna è la seconda delle quattro partecipatissime tappe italiane, fissate a calendario dall’ormai consolidata formazione capitanata da Steve Wynn, a cui fanno seguito lo storico batterista Dennis Duck, il bassista Mark Walton, il chitarrista Jason Victor e Chris Cacavas alle tastiere.
A fare gli onori di casa non vi è alcuna band spalla, viene invece compiuta la scelta oculata di dividere il live in due parti, la prima dedicata alle pubblicazioni post-reunion, con un importante focus su “How Did I Find Myself Here?” (ormai prossimo al decennale), e la seconda, come preannunciato, al miliare “Medicine Show”, suonata dalla prima all’ultima nota.

Gli occhi dei più si illuminano fin dai primi sbrilluccichii delle chitarre della placida “Where I’ll Stand”, apertura dell’ultima opera “Ultraviolet Battle Hymns And True Confessions” (2022) e graduale anticamera verso gli efficaci sing-along di “Filter Me Through You”. A decollare definitivamente sono i riff sferzanti della vorticosa “Out Of My Head”, in zona Spiritualized, mentre l’ipnotica “Black Light”, unico brano pescato da “These Times” (2019), abbassa la quota noisy e lascia duettare Wynn con la chitarra di Victor, su trame meditabonde, intessute da tastiere e ritmo di batteria, fino ad ammiccare al folk-rock in stile Rem con “Like Mary”. 
Uno dei momenti salienti è inaugurato dalla feroce bassline sfoderata da Walton su “80 West”, a cui si accompagnano i virtuosismi elettrici di Victor, protagonisti anche della successiva “How Did I Find Myself Here”, nel corso della quale il tempo si contrae e si dilata come un elastico, alternando corse a perdifiato e passaggi assorti e lisergici sui fraseggi e sulle distorsioni convulse di chitarra, per poi riassestarsi quando la parola passa a Wynn. La prima (furba) chiusura è segnata dal mood à-la U2 della luminosa “Glide”.
A voler cercare una magagna a tutti i costi (e del tutto soggettiva), la presenza di una piccola jam dall’ottimo “The Universe Inside” (2020) avrebbe potuto aggiungere un ulteriore pizzico di pepe alla quota psych-rock e alla sensazione di duttilità temporale citata in precedenza, ma la decisione di Wynn e soci in questo caso è chiaramente quella di porre l’accento sui vezzi accattivanti forniti da pop psichedelico e rock alternativo.

Dopo una pausa di circa quindici minuti è il momento dell’atteso slot riservato a “Medicine Show”, che il pubblico dimostra da subito di conoscere parola per parola e guitar riff per guitar riffA dare inizio alle danze sono le radici country della corale “Still Holding On To You” e la scura “Bullet With My Name On It”, con la tastiera che prende risalto pezzo dopo pezzo dal rock'n'roll trascinante di “Daddy's Girl”. In “Burn” divampa forte l’influenza di Neil Young, con un ritorno al blues nella successiva “The Medicine Show”, proseguendo con una sua declinazione più punk in “Armed With An Empty Gun”, cedendo infine il passo alla semi-ballad “Merrittville” e, dulcis in fundo, alla chiusura del set con l’acid-rock dell’acclamata “John Coltrane Stereo Blues”. E per accontentare proprio tutti, c’è spazio per una sezione bis, con tanto di cover di "Let It Rain" di Eric Clapton.

Roma, 23/01/2026


di Mauro Vecchio

Un sonnacchioso venerdì sera, mentre Roma si prepara all’urto del maltempo e al big match casalingo contro il Milan. Le strade bagnate sono insolitamente vuote, ma il Largo Venue su Via Prenestina esplode febbrile nel suo ennesimo sold-out. La temperatura interna è tropicale, bisogna svestirsi bene e mettersi in fila per una birra, in attesa di un pezzo di storia della musica, i Dream Syndicate da Los Angeles, California.
Quando sale sul palco poco prima delle 21,30, il sessantacinquenne Steve Wynn sembra in ottima forma fisica, con il capello ribelle e una sgargiante giacca rossa che luccica dai due schermi posizionati ai lati. Wynn giura che è la stessa indossata durante il tour di “Medicine Show” alla metà degli anni 80, tanto per far emozionare ancora di più i numerosi spettatori accorsi nel quadrante di Roma Est.

La prima parte del set, intitolata "21st Century", inizia con il malinconico sapore psichedelico di “Where I’ll Stand”, dall’ultimo album pubblicato dalla band americana tre anni fa. Il sound è subito scintillante come un gioiello perfettamente spolverato, con una “Filter Me Through You” guidata dalle chitarre splendenti ed esplosive come il Neil Young più verace. Dal ritmo marziale velvettiano di “Out Of My Head” all’ipnosi fluida di “Black Light”, l’avvio del concerto è di grande impatto, a dimostrazione di quell’evoluzione sonica che ha mantenuto il gruppo in piedi anche, appunto, nel Ventunesimo secolo.
E’ così interessante la scelta strategica di aprire il set con il materiale più recente, pur all’interno di uno show atteso spasmodicamente dai fan per la riproposizione integrale del capolavoro “Medicine Show”. Nel secondo decennio dei 2000, a quasi trent'anni dallo scioglimento, il Sindacato del Sogno è tornato in pista a livello discografico, sempre in perfetto bilanciamento tra l’ovvio revival del Paisley Underground e un necessario adattamento ai tempi moderni. Passando quindi dal folk-rock malinconico di “Like Mary” all’inquietante muro del suono in “80 West”, guidato dal basso pulsante di Mark Walton.

In una serata letteralmente eccezionale, la band californiana annuncia l’esclusiva ripresa live dell’intero album “Medicine Show”, nella seconda parte del set che promette scintille. Tra i pesi massimi del movimento artistico che ha scatenato la resistenza americana alla politica reaganiana, il capolavoro dei Dream Syndicate targato 1984 viene suonato con estrema fedeltà al sound originale, come a voler trasportare i più attempati spettatori indietro nel tempo. “La cosa brutta è che quando uscirete di qui tornerete di nuovo a essere più vecchi di quarant’anni”, scherza Wynn con il pubblico adorante.
Si parte, ovviamente, con il magnifico riff loureediano “Still Holding On To You”, cesellato con perizia estrema da un Jason Victor in forma smagliante. Si balla sul rock’n’roll scatenato di “Daddy's Girl”, mentre la veemente ballad “Burn” fa alzare i soliti smartphone al cielo.

Il set si incendia sul blues sghembo e deviato di “Armed With An Empty Gun”, che alza i toni tra chitarre distorte e sezione ritmica a pieni giri. Un’ovazione per l’attacco dell’oscuro ritmo new wave di “Bullet With My Name On It”, seguito a ruota dalla grande interpretazione vocale di Wynn nella title track, che riflette tutta la sua teatralità tra blues in stile Canned Heat e ritmi post-punk.
Il picco del concerto non potrebbe che essere quello della chilometrica “John Coltrane Stereo Blues”, omaggio agli anni 60 più acidi in una fantastica jam schizoide a metà tra le atrocità soniche dei Velvet Underground e la poetica dylaniana.
Il pubblico è ormai in visibilio, qualcuno pare non farcela più dopo due ore di concerto. E la buona - o brutta, per la schiena - notizia è che i Dream Syndicate non hanno finito, perché c’è ancora un bis di tre brani, concluso con la cover di “Let It Rain” di Eric Clapton. Inezie, rispetto a quel disco suonato dal vivo dopo oltre quarant’anni, un regalo natalizio leggermente in ritardo per la Capitale.

Setlist

21st Century

Where I'll Stand
Filter Me Through You
Out Of My Head
Black Light
Like Mary
80 West
How Did I Find Myself Here
Glide

Medicine Show

Still Holding On To You
Bullet With My Name On It
Daddy's Girl
Burn
The Medicine Show
Armed With An Empty Gun
Merrittville
John Coltrane Stereo Blues

Encore

Tell Me When It's Over
That's What You Always Say
Let It Rain (Eric Clapton cover)

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