Bob Mould

Blue Hearts

2020 (Merge) | indie-rock, punk-rock

Maledetto Bob, come fa a scrivere ancora un pezzo come “American Crisis”? Sembra uscito dalla discografia degli Sugar, con quel suono di chitarra tagliente e meno deflagrante rispetto ai tempi degli Hüsker Dü, più regolato ma non meno rabbioso e inquieto. “Blue Hearts” è elettrizzante e, soprattutto, cantabile a piena voce e con nuovi sing-along, un rock decisamente più vicino al punk che a tutte le altre influenze del cantautore di Malone. Mould getta il cuore oltre la siepe, e noi lo seguiamo.

Sembra che il tempo si sia cristallizzato e l’album riprenda il filo da “Warehouse: Songs And Stories” (Warner, 1987). Se “Heart On My Sleeve” e “Forecast Of Rain” emergono con lo spirito di “Black Sheets Of Rain” (Virgin, 1990), “Next Generation” e “American Crisis” sembrano due outtake dell’Ep “Beaster” (Rykodisc, 1993) degli Sugar. È proprio dentro la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90 che Mould si sente oggi, cioè in un tempo di incertezza dove si diffondeva il virus dell’Aids nella comunità LGBTQI, di cui il cantautore allora iniziava a sentirsi parte, e gli Stati Uniti restavano saldamente in mano ai repubblicani per il terzo mandato consecutivo. I “Blue Hearts” sono i cuori democratici che si infiammano contro la politica di Trump, scegliendo scaramanticamente ancora oggi, alla vigilia delle nuove elezioni presidenziali americane, quel colore di speranza che Mould dette al primo album degli Sugar, “Copper Blue” (Rykodisc, 1992), in vista della contesa elettorale tra Bill Clinton e George H. W. Bush. Canta in “American Crisis”:

I never thought I’d see this bullshit again
To come of age in the ‘80s was bad enough
We were marginalized and demonized
I watched a lot of my generation die

Welcome back to American Crisis
No telling what the price is

Mould è incredibilmente fluido e netto, con una scrittura diretta tutt’altro che semplice – dalla melodie dei cori ai tocchi di archi e organo nell’arrangiamento – e cura anche la produzione dell’album, più asciutta e meno barocca rispetto a una serie di prove precedenti. La protagonista assoluta è la chitarra di Mould del periodo Sugar, che ha fatto altrettanto scuola rispetto a quella del periodo Hüsker Dü (non è un caso che questo album nasca dopo una serie di concerti solisti fatti da Mould per sola voce e chitarra elettrica, “quella” chitarra comprata dopo lo scioglimento del trio e la fuga da Minneapolis). Fanno ancora un gran lavoro i due membri stabili della sua band, Jason Narducy  (Verbow) al basso e Jon Wurster (Superchunk) alla batteria, ormai in perfetta sintonia.
Così si passa dal punk-rock tiratissimo di “Fireball”, sul filo dei cori, e “Racing To The End”, al rock midtempo di “Everything To You”, con il suo elegante e fugace solo, e “Baby Needs A Cookie”, passando per l’evocazione del Neil Young di “Rockin’ In A Free World” in “Leather Dreams”. Chiude l’album la scia elettrica di “The Ocean”, con l’amplificatore che non vuole essere spento.

Sushine Rock”, tributo di amore agli anni 60, aveva una spensieratezza che rendeva il disco godibile e ricco di variazioni sul tema, di cui troviamo qua traccia in “Siberian Butterfly”. “Blue Hearts” è indubbiamente un album più cupo di cui apprezzare, invece, la capacità incredibile di emozionare con un sound che è la perfetta sintesi di ciò che Mould è stato e ciò che è oggi. E riesce a farlo in maniera così trascinante e convincente come non accadeva da tempo, probabilmente proprio dai dischi degli Sugar, come se i dischi successivi a quel progetto fossero passaggi che ci portano – a ritroso – al musicista di oggi. Uomo e musicista non sono mai stati scissi in Mould, autore di uno dei testi autobiografici più diretti e senza filtro dell’indie rock, co-curato col celebre giornalista Michael Azerrad, autore della biografia dei Nirvana e del seminale testo sull’indie americano “Our Band Could Be Your Life” (dove ovviamente sono presenti gli Hüsker Dü).

Se in “Sunshine Rock” si trovano più variabili stilistiche al songwriting di Mould, “Blue Hearts” è un disco che trasuda urgenza e passione politica con una tale foga da guidare lui, e noi, “oltre il buio” e "oltre la siepe”. È una passione attenta, consapevole, attiva, in grado di riemergere da un passato nell’underground rock e di risvegliare le nostre orecchie stordite dalla quarantena e digiune di concerti elettrici dal vivo. Lunga vita a Bob!

Silence was death
Never forget
Silence was death

(26/09/2020)

  • Tracklist
  1. Heart on My Sleeve
  2. Next Generation
  3. American Crisis
  4. Fireball
  5. Forecast of Rain
  6. When You Left
  7. Siberian Butterfly
  8. Everything to You
  9. Racing to the End
  10. Baby Needs a Cookie
  11. Little Pieces
  12. Leather Dreams
  13. Password to My Soul
  14. The Ocean
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