EOB

Earth

2020 (Capitol) | folk, rave, alt-rock

EOB, Ed O’Brien, il Radiohead meno palpabile, quello meglio vestito. Quello di cui, nonostante la mitezza che emana, si sa di meno. Probabilmente a causa dell’ingombrante, misterioso fascino che avvolge compagni di band più, sebbene malvolentieri, esposti come gli schivi Thom Yorke o l’altra chitarrista Johnny Greenwood.
Suo primo disco in proprio, “Earth” è prima di tutto una ghiotta occasione per fare la conoscenza con i suoi gusti, con i suoi umori, che nel giro di nove tracce lambiscono la musica rave, il folk etereo, una forma moderna e ruspante di alternative rock. Mondi contrastanti che vengono fatti esplodere in un disco onnivoro e volutamente disorganizzato, che svela tutto quello il fondamentale lavoro di cesello atmosferico, cui Ed è addetto nei Radiohead sin dall’epoca “Kid A”, aveva celato.

In realtà, Ed a un album solista ci pensava da prima di “Ok Computer”. La sua umiltà, il timore di non poter competere con colleghi di band più interessanti per pubblico e critica lo avevano però trattenuto fino ad oggi. Ci è voluta una lunga permanenza nelle campagne brasiliane con la famiglia, per disintossicarsi dall’ultimo massacrante tour mondiale con i Radiohead, affinché trovasse l’ispirazione giusta, la motivazione necessaria. Ci sono voluti i colori del carnevale di Rio, interpretati nel rave che sboccia dal folk della lunga “Brasil”. Una delle tracce dance dell’anno, scossa da una cassa dritta e da un basso arrembante che manco i Primal Scream. Anche “Olympik” è tutta da ballare, ma nonostante la ritmica degna di un Fatboy Slim d’annata, le venature sono quelle di “In Rainbows”: praticamente “Weird Fishes” a Copacabana.

La lunare “Deep Days”, la più cupa “Mass” e “Long Time Coming” formano una cospicua fetta di disco folk. Così come “Cloak Of The Night”, dove il canto all’unisono con Laura Marling atterra dolce come una notte stellata che al tramonto scurisce lentamente un lago. La cantautrice inglese è soltanto la punta di un nutrito iceberg di collaboratori illustri, che vanno dai super-produttori Flood e Alan Moulder al bassista dei Radiohead Colin Greenwood (suo il fondamentale apporto a "Brasil") a Glenn Kotche degli Wilco.
Sono i brani rock, come “Shangri-La” e l’energica ma scontata “Banksters”, i momenti meno intriganti di una collezione di canzoni interessante e riuscita che porta a quota quattro i Radiohead alle prese con prove in solitaria (manca ad oggi il solo succitato bassista).

(24/04/2020)

  • Tracklist
  1. Shangri-La
  2. Brasil
  3. Deep Days
  4. Long Time Coming
  5. Mass
  6. Banksters
  7. Sail On
  8. Olympik
  9. Cloak of the Night


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