King Of The Opera

Nowhere Blues

2020 (A Buzz Supreme) | post-pop, elettronica

Doctor, do you remember when we were kids? 
stars were closer and nights never-ending
(King Of The Opera, “The Floating Song”)

Per quanto sia un termine davvero poco sensato nel contesto dell’industria musicale di oggi, c’è stato un momento al principio del decennio scorso in cui la singolare traiettoria artistica di Alberto Mariotti si sarebbe potuta scambiare per una carriera. 
“Nothing Outstanding”, suo primo e unico full-length di inediti a nome King Of The Opera, depurava la musica del songwriter toscano di quasi tutte le nevrosi del periodo Samuel Katarro, bizzarra sigla dietro cui il Nostro si era nascosto per un paio di album febbricitanti e onnivori. Una personalissima rivisitazione del blues che si segnalava per uno stile chitarristico nervoso e una vocalità sorprendente, capace di voli buckleyani ma più spesso alle prese con elaborate stratificazioni.
Il cambio di nome già suggeriva la voglia di distanziarsi da un passato prossimo in cui Mariotti sembrava giocare a nascondino con ambizioni proprie e aspettative altrui, nonostante il talento fosse evidente. D’improvviso, quella crisalide di suoni impastati sfarfallava in un tramonto primaverile di arpeggi sognanti, quadretti folk-pop e miraggi psichedelici: lo straordinario avvitarsi di “Fabriciborio” era collocato strategicamente in apertura, con palpabile emozione dell’autore. E noi, elettrizzati, da lui non ci aspettavamo niente di meno per il futuro.

Poi, però, qualcosa s’è inceppato. Nel 2013 il notevole Ep “Driftwood” alzava ancora l’asticella con una suite da venti minuti; tre anni dopo, le “Pangos Sessions” regalavano cinque rivisitazioni dal proprio passato e altrettante cover di classici come “The Whole Of The Moon”, “Swinging Party” e “Blind Love”. Tutto bellissimo, tutto emozionante, le interpretazioni di Mariotti miracoli di limpidezza e misura: ma per quattro anni, quelli sono rimasti gli ultimi dispacci da un pianeta alieno.

Non è mio compito né è mia intenzione elaborare fantasiosi scenari su uno iato che si pensava interminabile, ma è certo che il ritorno in scena del nome King Of The Opera - tanto inatteso quanto gradito - è intriso di un desiderio di un’ennesima tabula rasa.
“Nowhere Blues” propone infatti sette tracce per tre quarti d’ora di musica che si avventurano per sentieri mai battuti in precedenza, tralasciando quasi completamente la forma-canzone e l’estroversione del glorioso predecessore in favore di un enigmatico suono ambientale, lontanissimo dagli scoppiettanti arrangiamenti full-band cui eravamo abituati e ben anticipato invece dal grigio sfocato della copertina. Come se il musicista volesse liberarsi di un’immagine e di un modo di fare musica che non gli avevano portato quanto, al fondo del cuore, sapeva di meritare.

E allora, per “Nowhere Blues”, cambia tutto: via la voce sognante, da navigatore delle stelle; via gli intrecci elettroacustici e le esplosioni d’elettricità; via la sezione ritmica fisica e i canonici concetti di composizione e dinamiche. Al loro posto, layer di armonie vocali a bassa pressione, elettriche ridotte a filamenti di singole note e un impianto generale fatto di elettronica povera che per comodità potremmo definire ambient post-pop, e in cui il blues del titolo non si mostra tanto nei suoni, quanto piuttosto in strutture che assecondano l’umore del momento.
Si badi bene, però: l’elettronica che si ascolta qui dentro non ha nulla a che fare con le produzioni pulite e riproducibili dei nostri giorni. Piuttosto, si ha la netta sensazione di ascoltare un musicista per la prima volta alle prese con macchine cui ancora sta prendendo le misure: come in un’epoca distante in cui non esisteva un tutorial per tutto, “Nowhere Blues” reca in sé il fascino della scoperta e dell’imprevisto.

Più che i singoli brani - com’è logico, date simili premesse - a colpire sono il flusso sonoro dell’album e i dettagli che vanno ad arricchire e a caratterizzare composizioni mai meno che buone. È il caso del singolo frammento sonico che costituisce l'ossatura di “Monsters In The Heart”, apertura che pare vagare spaesata e poi trova la quadra in un crescendo dreamy che rimanda a una versione disossata e digitale dei Cure di “Disintegration”.
È il caso dei clangori e del battito ansiogeno della title track - canto sonnambulo su bassi possenti - e del crescendo ritmico di “Find Me”, che non si stenta a immaginare rivisitata dai C’mon Tigre. È il caso, infine, di “Never Seen An Angel”, che riparte dalla cover di “A Night Like This” ascoltata sulle “Pangos Sessions” per andare ad avvitarsi in un groove trip-hop squarciato da un piccolo riff di synth così fuori tono da risultare paradossalmente funzionale al risultato.

Detta così, però, sembrerebbe che “Nowhere Blues” non possa vantare singoli episodi di valore assoluto, quando invece ce ne sono almeno due da segnarsi per future antologie dell'autore (o playlist di fine anno, vedete voi).
Il primo è il singolo “I'm In Love”, stortissimo pop psichedelico basato su una linea di chitarra trattata come un sitar: con suoni nemmeno troppo differenti, un pezzo del genere avremmo potuto trovarlo nei vecchi dischi di Samuel Katarro. Il secondo è “The Final Scene”, sorta di cartolina Idm da un Sudamerica raggelato: dieci minuti in cui la voce si muove a occhi chiusi, come in preda a una trance, mentre la base ritmica pulsa sempre più frastornante; un piccolo gioiello, se credete.

Chiude “Places”, mantra graziato dal canto di Mariotti che sembra levarsi da una brughiera nebbiosa all’alba. Una perfetta chiusura per un lavoro di livello, che nelle sue poche, ripetute parole - “rain is not falling too hard today” - riassume l’intero senso di “Nowhere Blues”: un riaprirsi al mondo dopo tanto tempo, felici di mostrarsi nuovi.

(27/01/2020)

  • Tracklist
  1. Monsters In The Heart
  2. I'm In Love
  3. Nowhere Blues
  4. Never Seen An Angel
  5. Find Me
  6. The Final Scene
  7. Places
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