Boris

Heavy Rocks

2022 (Relapse) | stoner-doom, thrash-metal, noise-rock, shoegaze

Una celebrazione del trentennale senza compromessi

di Ruben Gavilli

Il trio giapponese celebra i trent'anni di carriera con il terzo appuntamento per la serie “Heavy Rocks”. Dopo l'incredibile primo album del 2002 e “Heavy Rocks II” del 2011, anche la terza raccolta del 2022 si propone come un monolite di heaviness, partendo in particolare dallo stoner-doom, ma chiamando presto in causa noise, thrash, industrial, shoegaze, d-beat e drone-music.
Le dieci tracce sono un compendio dello stile eclettico della band che si districa tra mille tentazioni di vari tipi di pesantezza sonora, portando all'eccesso l'idea di massimalismo musicale, che in Giappone ha trovato molti seguaci, oltre ai Boris (Merzbow, High Rise, Keiji Haino, solo per dirne alcuni). Dopo i vortici eterei tra shoegaze, synth-wave e drone di “W” a gennaio 2022, questa volta i Boris propongono una personale rivisitazione del canovaccio hard-glam, come la cover leopardata già preannuncia.

Inutile dire che anche queste indicazioni sono molto vaghe e quando si tratta di Boris tutto presto finisce in uno sound iper-distorto e aggressivo: dopo il metal-punk melodico di “She Is Burning”, “Cramper” e “My Name Is Blank”, “Blah Blah Blah” inceppa tutto con inserti di sax e jazz-core; l'altare sacrificale si illumina per il muro doom di “Nosferatou”; “Ruins” e “Ghostly Imagination” corrono sui binari tra d-beat e thrash, con tanto di growl; “Chained” fa la spola tra punk e doom, mentre “(not) Last Song” rigurgita la voce di Takeshi su cupe note di piano con colate noise a sfumare.

Insomma, come sempre complicato descrivere a parole la musica dei Boris, una delle migliori band estreme della propria generazione; tanto complicato quanto facile sembra per il trio districarsi tra i vari generi senza mai risultare forzati o banali, spingendo tutto quello che produce verso una musica pesante e senza compromessi. Sperando che i prossimi trent'anni siano altrettanto prolifici.

***

Fra potenza e sperimentazione, ancora una volta

di Antonio Silvestri

Gli instancabili Boris ritornano per un terzo capitolo della discografia intitolato "Heavy Rocks", da affiancare a quelli del 2002 e del 2011 e come gli altri concentrato su suoni hard'n'heavy settantiani riletti dalla pazzoide creatività del combo nipponico con energia stoner-noise.
Volumi assordanti, energia a fiumi e un certo gusto post-moderno che fa rimanere tutto sospeso fra imitazione e tributo sono il motore di dieci nuovi brani che ingrossano il loro catalogo meno sperimentale e più immediato, senza rinunciare del tutto a qualche colpo creativo.

 

Il singolo "She Is Burning", che detta la linea di buona parte della scaletta, è un rock'n'roll a rotta di collo suonato con la strabordante adrenalina di certi Orange Goblin e graffiato da cacofonie noise che sembrano fare di tutto per far deragliare il brano in un'orgia free che non si realizza. Un altro dei singoli promozionali, "My Name Is Blank", prende un modello classico come l'heavy-metal settantiano, qui soprattutto quello vestito di pelle e borchie dei Judas Priest, e lo esaspera nei volumi assordanti e nelle urla laceranti ispirandosi all'hardcore giapponese.

C'è spazio anche per riletture più hard-psych delle docili allucinazioni sessantiane ("Blah Blah Blah") o per catastrofici rallentamenti spaccatimpani (l'epica pausa di tensione di "Question 1", la coda di "Chained"), ma all'altezza di "Nosferatou" diventa difficile distinguere il modello hard'n'heavy e si può avere l'impressione di star ascoltando semplicemente i Boris nella loro versione più anarchica e Melvis-iana.

Una parentesi più sperimentale, che tende a sondare i confini del mondo "heavy" inglobando anche l'industrial-metal nel thrash feroce di "Ghostly Imagination", copre la seconda parte della scaletta e, nella conclusione, letteralmente mozzata, di "(Not) Last Song" giunge a una strana interpretazione di cantautorato pianistico, rumoroso e malinconico. 

 

Il terzo capitolo della serie "Heavy Rocks", che funge anche da celebrazione di una carriera trentennale, è l'ideale compromesso fra l'adrenalinica potenza della band e la loro mai sopita voglia di sperimentare e sconfinare. È una vera sorpresa solo se avete perso la vasta discografia precedente ma l'intensità dei brani, la costante capacità di giocare con l'ascoltatore e di eludere le sue previsioni sono ancora degne di attenzione per chi ha affinità con sonorità così intense.
I Boris sono ancora una bestia irrequieta e quell'ultimo brano troncato a metà fa ragionevolmente intuire che non sia ancora il momento di appendere gli strumenti al chiodo.

(16/08/2022)

  • Tracklist
  1. She Is Burning
  2. Cramper
  3. My Name Is Blank
  4. Blah Blah Blah
  5. Question 1
  6. Nosferatou
  7. Ruins
  8. Ghostly Imagination
  9. Chained
  10. (Not) Last Song


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