I wanna dance right into the light
But there's no point beating the drum
Who knows what hides in the rhythm?
Mom, look what they've done to my song
Cosa sono stati gli ultimi venticinque anni? Tutto e il suo contrario. Che li si intenda poi capovolti, ossia come i primi cinque lustri del nuovo millennio, poco cambia, data la mole di eventi significativi che hanno ribaltato certezze, innalzato muri, nutrito angosce e anche fracassato i cosiddetti.
Ebbene, Jeff Tweedy prova in qualche modo a venirne a capo. Non tanto per sentenziare sui molteplici aspetti della vita moderna, ma per inquadrare o quantomeno tentare di decriptare uno stato d’animo diffuso, in particolare nel cuore di chi ha vissuto questo primo quarto di secolo prima da giovane e infine da adulto. E lo fa con un triplo disco come non se ne trovano più in giro da secoli, dunque fregandosene delle regole del mercato e dei tempi supersonici che deviano l’ascolto, nutrendo superficialità e Dio, o chi per esso, solo sa quante altre cose.
Cinque anni sono comunque trascorsi dall’ultima prova solista del frontman dei Wilco. ll cantautore chicagoano riparte dalla terra, dai marciapiedi che raccolgono l’erba che cresce nelle crepe del mondo, a metaforizzare fin da subito un desiderio di evadere dalla banalità per immergersi nella grandezza delle piccole cose, nei miracoli a cielo aperto che sono sotto gli occhi di tutti "i vivi" anche solo passeggiando per le strade.
Tweedy canta nella solitudine più completa, al netto di quelli che lo circondano. Accade nei versi di “Parking Lot”: "C'è una versione di me che si aggira nei parcheggi. Nel mio cervello o nel mio subconscio. […] Parlando con altri me che non riconosco”. Parole sussurrate a mo’ di crooner disperato che insegue una salvezza, una galassia nuova.
Sul piano stilistico, invece, le scorribande folk rock proprie dei Wilco sono ancora parte del campionario di Tweedy, come ben mostrano i momenti più ariosi, tipo “Forever Never Ends”, o le luminose discese nel burrone, tra accordi spompati e squarci improvvisi, della splendida "Mirror”.
You are a mirror and a face
You and i are the same
Your mind goes blind
We arе erased
You will be thе person digging your grave
Tweedy attraversa la sua anima a bordo di una Ford Taunus scassata, che è anche la metafora perfetta per ricongiungersi con il suo approccio a metà tra country e cantautorato rock d’epoca. Perché “Twilight Override” è un album di mero artigianato. Tant'è che stato registrato nello studio di Chicago di Tweedy, il Loft, con i contributi fondamentali di James Elkington, Sima Cunningham, Liam Kazar e Macie Stewart. E ne fanno parte anche i figli di Jeff, Spencer e Sammy, chiamati in causa dal padre dopo aver ascoltato “Sandinista!” dall'inizio alla fine durante un viaggio in macchina, come dichiarato al New York Times.
Tweedy afferma anche che il disco è un tentativo di sopraffare nuovamente la noia consumando l’oscurità. Una spiegazione che sottintende un’ambizione privata, lontana anni luce da ipotetiche velleità di partorire il triplo definitivo o della vita. Non è un caso, del resto, che tutto scorra senza patemi o affanni di sorta. E tra una ballata western (“Throwaway Lines”) e trotti alla Uncle Tupelo (“Out In The Dark”), la cavalcata è sempre piacevole. Certo, i versi mettono spesse volte a nudo un cuore in fiamme che non vuole saperne di cedere il passo a un tempo bastardo e a una società corrotta, viziata, oscenamente ripetitiva. Ma è un'ombra costante che finisce poi per ammaliare.
Alone in the temple
Asking my heart to beat
I’m setting an example
By tapping my feet
And in the crescendo
Notes I cannot reach
A world without windows
No method to teach
Non poteva inoltre mancare la consueta religiosità, onnipresente dai tempi di “A Ghost Is Born”, ben esposta ad esempio in “No One’s Move On”, canzone in cui Tweedy fa i conti con Dio e affronta i fantasmi accettandoli una volta per tutte. In questo viaggio totale, non mancano nemmeno gli omaggi ai miti di sempre, su tutti quello simpaticissimo a Lou Reed in “Lou Reed Was My Babysitter”, canzone scritta come se Tweedy avesse viaggiato a bordo di una DeLorean per ritrovarsi a suonare come turnista di Reed in “New York”. E ancora il pacifismo che conta, ovvero quello indiano di “Amar Bharati”, (de)cantato con pochi accordi e uno stupore che è anche beatitudine.
La morte giovane (“Ain't It A Shame”), la droga come ricordo immutabile (“Too Real”), l’amore che svanisce mentre le giornate passano e la mente si interroga sui perché più generici (“Enough”) sono "solo" gli ultimi lampi di luce lanciati nel buio più profondo da un musicista mai così pieno di sé e allo stesso tempo in perenne fibrillazione. Che Dio benedica, sempre e comunque, quelli come Jeff Tweedy.
13/10/2025