Doppio album dal vivo, ensemble d’archi incluso, per l’equilibrista neo-soul Jordan Rakei: dopo sei Lp in studio, la data del 2024 alla Royal Albert Hall fotografa il cantautore e polistrumentista australiano/neozelandese nel momento perfetto, pienamente a suo agio nella prestigiosa venue londinese e in una sintonia galvanizzante con band e pubblico.
Lo si percepisce subito in “Mad World”, dilatata dai tre minuti radiofonici della versione in studio a un climax di oltre cinque, costruito sui ritornelli ripetuti e condivisi con la platea. Ma è con “Freedom” che il concerto inizia davvero a ingranare con una capacità di trasporto che ha dell’eccezionale: i suoi 12/8 claudicanti offrono al fedele batterista Jim McRae il terreno perfetto per una masterclass di virtuosismo broken beat e trascinano il pubblico, nonostante – o forse proprio grazie a – un andamento ritmico tutt’altro che accomodante.
Da qui in poi, il live si configura come un viaggio attraverso la storia della soul music e delle sue diramazioni, sostenuto da una versatilità che dal vivo emerge con molta più evidenza rispetto al suono più controllato degli album in studio. Il respiro classico di “Royal”, con i suoi accordi di piano zompettanti – a un passo da Stevie Wonder – convive con la spinta funky e quasi afrobeat di “Wind Parade”, impreziosita da doppio assolo sax+tromba. E in “State Of Mind” Rakei imbraccia la chitarra acustica per un numero folk-pop avvolgente e flessuoso, in cui affiorano persino accenni di smooth reggae alla Bobby McFerrin.
Ma il groove di Rakei sa parlare anche una lingua decisamente contemporanea. È uno spiritual post-dubstep alla James Blake quello che prende forma dai bassi sintetici di “Clouds”, che ascende celestialmente sugli arpeggi senza beat del ritornello, per poi risprofondare negli abissi urbani del riff e della strofa quasi rap. Dalla coda di chitarra cristallina, in una sorprendente zona quiet/loud di ascendenza Explosions In The Sky, emerge invece “Forgive”, illuminata dal brillante assolo del chitarrista ospite Oscar Jerome.
Il momento più alto arriva con “Eye To Eye”, la cui esecuzione Rakei dedica esplicitamente a Jeff Buckley. L’avvio è in effetti dimesso e introspettivo, perfettamente in linea con il mood di quest’ultimo; poi però il brano cambia pelle con una svolta radioheadiana, costruita su uno dei 4/4 più spezzati e imprendibili immaginabili. Offbeat, stratificazioni poliritmiche (con un ostinato di synth in 5) e una chiusa su un crescendo in 20/4 permettono alla formazione sul palco di sprigionare tutta la propria potenza di fuoco sinfonica, superando nettamente l’impatto emotivo della versione su “Wallflower” del 2017.
È un’architettura sonora permeabile, capace di spalancarsi a mondi lontani e rimettere costantemente in gioco i ruoli dei protagonisti: così, la parentesi sacrale di “Dieus sal la terra”, affidata all’Idrîsî Ensemble, apre una finestra sul Mediterraneo medievale per poi sfumare con naturalezza in “Miracle”. In “Cages” Rakei passa al basso, mentre nella chiusura della liberatoria “Everything Everything” si riscopre percussionista, affiancato dai musicisti Oli Savil, Fabio De Oliveira e Aula Nascimento.
Immortalato anche in video e disponibile integralmente su YouTube – con tanto di commenti dell’artista – questo live è il modo migliore per cogliere la portata di una performance fuori scala: non solo la celebrazione di un disco riuscito, ma la fotografia di un musicista capace di tenere insieme tradizione soul, complessità ritmica e sensibilità contemporanea, firmando una delle incisioni dal vivo più entusiasmanti degli ultimi anni.
30/12/2025