I mondi sonori di
Mabe Fratti vivono di equilibri precari e metamorfosi continue. Violoncellista guatemalteca nata nel 1992, negli ultimi anni ha attirato l'attenzione degli appassionati di generi piuttosto distanti fra loro. I suoi lavori solisti, fra sperimentazione elettroacustica e folk da camera, sono stati apprezzati dalle principali riviste internazionali. I paladini art-pop danesi
Efterklang l’hanno voluta con sé in un brano di “Things We Have In Common”, e il suo album del 2022 “Se Ve Desde Aquí” è stato definito “mind blowing” (strabiliante) da uno dei nomi chiave della sperimentazione elettronica contemporanea, Daniel Lopatin
aka Oneohtrix Point Never. Dal 2023 collabora con il partner Hector Tosta in un progetto – diciamo così –
progressive rock: i Titanic.
Una partitura a due protagonisti: un organico di alto profilo, e una scrittura emotiva che muta di continuo (ma non perde mai direzione)
Il secondo Lp della band, “Hagen”, ha già dal cast tutte le carte in regola per farsi notare anche fuori dal Messico, dove il duo risiede. Fratti mette in campo violoncello e voce, Tosta (alias I. la Católica) chitarra, basso e tastiere; alla batteria c’è Eli Keszler, già al fianco di
David Grubbs,
Laurel Halo,
Jandek, Daniel Lopatin e persino
Skrillex. Il
mastering è firmato dal compositore
modern classical Rafael Anton Irisarri, la registrazione è curata da Nate Salon (
Jónsi,
MGMT, Bladee,
The Weeknd,
Oklou e ancora Oneohtrix Point Never).
Last but not least, ai synth compare proprio Lopatin, con inserti avvolgenti e discreti che si integrano nel tessuto sonoro senza reclamarne il centro.
I brani di “Hagen” colpiscono per tenuta e presa emotiva, muovendosi in un clima anfibio fatto di svolte improvvise e continui cambi di pelle. Trasformazioni su cui la voce di Fratti emerge come riferimento, esposta e vulnerabile, senza mai cercare lo strappo. “Escarbo dimensiones” si apre su un’atmosfera sognante, con un ritmo rarefatto e un basso acrobatico che, senza preavviso, cambia d'un tratto andatura e trascina il pezzo verso un’andatura incalzante. “Te tragaste el chicle” resta invece sospesa: dolce ed epica, timida e penetrante al tempo stesso, ha graffi di chitarra che chiamano in causa
Robert Fripp più per tensione che per citazione, e una batteria che esplode in raffiche isolate di
gated drum - evidenziando un legame altrimenti nascosto con
Phil Collins e la magia
ottantiana di “
Hounds Of Love”.
Percorsi fra tensione e forma, che anche nei passaggi più ruvidi lasciano un senso di coraggiosa fragilitàIl versante più spigoloso arriva con “La gallina degollada”, il momento più
post-punk del disco - ma post-punk alla
This Heat: incastri
no wave lì lì per sconfinare nel jazz-rock. Dissonante e ritmo-centrica, è costruita su ripetizioni ostinate e si regge a lungo su una singola nota di basso e un
loop percussivo in 5/4, arrivando a sfiorare l'outsider del
punk-
funk Lizzy Mercier Descloux. “La trampa sale” riporta invece a una dimensione maestosa, nei cori, nella progressione guidata dal violoncello e nel passo secco in due della batteria; quando finalmente affiora un ritornello (o forse è una coda?), il brano si apre in uno scarto giocoso, con un pianoforte saltellante che spiazza e conquista.
La conclusiva “Alzando el trofeo”, gloriosa come suggerisce il titolo, ha negli accordi persino un vago sentore natalizio. Con il suo suono insieme luminoso e malinconico, riassume tutte le polarità del disco: sfumato e pungente, introverso ed energico. Un album libero e personalissimo, refrattario alle etichette e poco incline a lasciarsi addomesticare.