Non ricordo con precisione né dove, né quando tutto è iniziato. Ricordo invece, perfettamente, come: un arpeggio di chitarra, una voce ardente, una deflagrazione elettrica che improvvisamente squarcia l’apparente calma e la riempie completamente, nell’arcobaleno di colori di un ritornello quasi irreale nella sua insostenibile perfezione. La storia d’amore (e magari anche di odio) con i Band Of Horses iniziava per tutti, allora e forse anche oggi, nello stesso modo: negli inquieti marosi emozionali di “The Funeral”.
Erano gli anni d’oro dell’indie-rock americano, e a ripensarci adesso, come si fa a trattenere – anche solo metaforicamente – la classica lacrimuccia? Gli Strokes con “Is This It” avevano rotto le acque di una nuova, esaltante stagione e uscivano grandi dischi (e band) a ripetizione: in ordine sparso e del tutto non esasustivo, i Death Cab For Cutie con “Transatlanticism“, i Wilco con “Yankee Hotel Foxtrot“, gli Arcade Fire dal vicino Canada con “Funeral” e poi gli Shins, i Nada Surf e mille altri, tra cui i Band of Horses di Ben Bridwell. Riguardare con il senno di poi i set fotografici dell’epoca, uno strano miscuglio di barbe country e camicie a quadrettoni – uscivano per la Sub Pop, mica per niente… – è forse il modo più utile per provare a raccontare, due decenni dopo, un album come “Everything All The Time”.
Il ventennale, appunto, con canzoni rimasterizzate, bonus tracks, take varie ed eventuali e qualche live d’antan, è l’occasione giusta per rifare i conti con uno di quei dischi che sembrano galleggiare placidamente al di fuori del tempo, come se fossero sempre esistiti. Le dieci canzoni che lo compongono percorrono ciascuna la sua strada. Ciononostante, c’è un filo invisibile a legarle indissolubilmente: quel tocco, quello stile, quel modo di fare insomma che rende la mano autografa in qualche modo inconfondibile, nonostante l’intero repertorio viva sulle spalle di un revivalismo che, conclusi i fatidici Novanta, sta imparando l’arte di emulare rinnovando.
Il primo tratto distintivo è proprio la voce squillante di Bridwell, pronta a tramutarsi in marchio di fabbrica, ma non è l’unico. Il modo di concepire il suono delle chitarre (o del banjo), di iniettare l’indie-rock di stilemi folk o persino country (utili in tal senso gli appunti presi dagli Okkervil River) sono tratti a loro modo unici della band di Seattle.
A ben vedere, infatti, brani come “The First Song” sembrano anticipare di qualche anno, e dunque indicare la strada, all’indie-rock declinato alla maniera di progetti quali i Real Estate, anche se poi arriva “Wicked Gil” a irradiare di una luce abbacinante l’orizzonte, annunciando promesse che solo in parte, poi, la band americana sarà in grado di mantenere. Oltre alla già citata e ormai mitologica “The Funeral”, altri pezzi da novanta sono “The Great Salt Lake”, che fa implodere l’energia accumulata nella strofa in un ritornello quasi atmosferico fino all’arrivo della solita cascata di arpeggi chitarristici, e una “Monsters” che flirta con il folk in un brano che guadagna fascino man mano che si srotola nei suoi oltre cinque minuti.
Folk che si mescola con il country in un altro caposaldo di questo primo repertorio, “I Go To The Barn Because I Like The”, mentre “Our Swords” parte dalle linee di basso e “Weed Party” si lancia sulle ali della più classica delle spensieratezze giovanili.
Nell’edizione del ventennale, i fan dei Band of Horses potranno beneficiare di una versione rivisitata di “(Biding Time Is A) Boat To Row”, la grande esclusa dell’epoca, accompagnata da un video nuovissimo, ma anche dei placidi arpeggi di “Part Two” e di “Coal Mine”, cartoline tutt’altro che sbiadite di una stagione che sembra ancora sufficientemente vicina da poter essere toccata con mano. Interessante anche il recupero delle demo versions, che offrono una finestra sulla nascita e sull’evoluzione di canzoni che non hanno smesso di risplendere di luce propria.
12/04/2026