The city never sleeps, full of villians and creeps
That’s where I learned to do my hustle had to scuffle with freaks
(da “N.Y. State Of Mind”)
L’attesa
Nasir bin Olu Dara Jones inizia a farsi chiamare Nasty Nas nel 1989, a sedici anni. Questo nomignolo diventerà una delle poche alternative conosciute dalla maggior parte degli ascoltatori oltre al suo più celebre e semplice stage name, Nas. Appena tre lettere ma destinate a rappresentare uno stravolgimento dell’hip-hop.
Se Rakim ha trasformato l’arte di fare rap, introducendo in modo massiccio le rime interne e multisillabiche oltre a rinnovare l’idea stessa di testo hip-hop, da qualcosa di più grezzo e improvvisato a un meccanismo ad orologeria ricercato in ogni sua sillaba, allora Nas ne è il suo erede. Eppure per questo talentuoso ragazzo dei projects di Queensbridge, che abbandona presto la scuola e soffre il divorzio dei genitori in piena adolescenza, è faticoso trovare un contratto discografico. Le sue prime registrazioni passano di mano in mano prima di arrivare a Faith Newman della Sony, che è il primo a riconoscerne le potenzialità. Da lì, il produttore esecutivo Mc Serch mette Nas in contatto con i vari producer, tra i quali spicca il leggendario Dj Premier, con il quale nasce un’intesa perfetta.
L’attesa dell’esordio elettrizza la scena dell’epoca, perché Nas è ancora giovane ma il primo album, quello che sta scrivendo, si preannuncia come qualcosa che lascerà il segno. Già il titolo rinuncia all’umiltà, descrivendo il progetto come qualcosa di estremo e definitivo: “Illmatic”, da intendersi come estremamente “ill”, da tradurre grosso modo come “malato”, “malsano” ma anche “forte” e “definitivo”. Di fatto, nome dell’artista e titolo raccontano molto poco, si limitano a suggerire che qualcosa di incredibile e inaudito ci aspetta, senza però fornire granché di più all’ascoltatore e acquirente ignaro.
Qualcosa di più lo dice la cover art. Sulla leggendaria copertina di “Illmatic”, la faccia del giovane Nasir bin Olu Dara Jones e le strade di New York, entrambe debitamente sfocate e sfumate d’arancione, si sovrappongono, creando un legame indissolubile. Non è possibile dire quale delle due fotografie sia quella più a fuoco, al punto da creare una giustapposizione simbolica, un’immagine con vita propria destinata a eternarsi nella storia dell’hip-hop fino alla fine dei tempi. Nas è New York ma anche New York è Nas. Un’immagine che rappresenta perfettamente quello che ascolteremo nel disco: la storia di un giovane uomo si consuma nella Grande Mela e non può prescinderne. Le strade di Queensbridge sono ben più di uno scenario nelle liriche elastiche di Nasir Jones, sono anzi tanto protagoniste quanto chi le percorre. L’uomo si fa d’asfalto e cemento, il suo respiro è gas di scarico, la sua voce la sintesi di una way of life che unisce il sogno e l’incubo, prosegue il giorno nella notte senza continuità, mischia amaramente dolcezza e tragedia, innocenza e violenza.
Quando il 19 aprile 1994 “Illmatic” arriva nei negozi, cambia qualcosa e divide la storia dell’hip-hop in un prima e un dopo, costringendo qualsiasi grande rapper dei decenni a venire a posizionarsi rispetto a questo album, fosse anche solo per essere contrapposizione. I più scettici potrebbero affermare che “Illmatic”, da album di New York, abbia avuto un impatto circoscritto alla East Coast, mentre la West Coast segue un percorso parallelo, ma “Illmatic” ha la forza di reinventare l’hip-hop nel luogo in cui è nato, ed è quindi un atto di rifondazione che, alla lunga, avrà modo di influenzare anche la scena californiana e, in generale, l’idea stessa di cosa possa e non possa essere un album hip-hop.
Le canzoni
Straight out the fuckin’ dungeons of rap
Where fake niggas don’t make it back
(dall’introduzione di “N.Y. State Of Mind”)
In un contesto così cupo, ci vuole la mentalità giusta, prona al sotterfugio e sempre allerta. Il disco, e con questo la carriera di Nas, non può che cominciare proprio all’insegna di questa attitudine, con una prima canzone vera e propria intitolata “N.Y. State Of Mind”. Cambi di tempo, mutazioni liquide di flow, switch repentini di io narrante, chiasmi, allitterazioni, rime: tempo quattro strofe e il giovane Nasir ha messo in chiaro le insidiosità della giungla di cemento che gli ha dato i natali e il suo peso specifico, lo stesso della storia. Intorno DJ Premier taglia, cuce e reitera fino all’ossessione schegge jazz estrapolate da “Mind Rain” di Joe Chambers e “Flight Time” di Donald Byrd. La chiusura della prima strofa si staglia come una delle più severe sintesi della New York dell’epoca, quando alle taglienti descrizioni del degrado metropolitano Nas decide di aggiungere quattro versi degni di un epitaffio, la sintesi di una vita di tensione e angoscia:
It drops deep as it does in my breath
I never sleep, ‘cause sleep is the cousin of death
Beyond the walls of intelligence, life is defined
I think of crime when I’m in a New York State of Mind
Life’s a bitch and then you die, that’s why we get high
‘Cause you never know when you’re gonna go
When I was young at this I used to do my thing hard
Robbin’ foreigners, take they wallets, they jewels and rip they green cards
Dipped to the projects, flashin’ my quick cash
And got my first piece of ass, smokin’ blunts with hash
Now it’s all about cash in abundance
Niggas I used to run with is rich or doin’ years in the hundreds
I switched my motto; instead of sayin’, “Fuck tomorrow!”
That buck that bought a bottle could’ve struck the lotto
Once I stood on the block, loose cracks produce stacks
I cooked up and cut small pieces to get my loot back
Time is illmatic, keep static like wool fabric
Pack a 4-matic to crack your whole cabbage
Il passato e l’infanzia di Nasir ritornano anche qui. Nelle note di cornetta fatte librare da Olu Dara, papà di Nas, tra i sample di L.E.S., su richiesta dello stesso rapper, che avrebbe chiesto al padre una sequenza di note che gli ricordassero la sua infanzia.
Alla stregua dei due brani che la precedono, anche “The World Is Yours” viene spesso indicata tra le migliori canzoni hip-hop di sempre. Anche in questo caso, se la concorrenza non fosse quella che è, l’assunto potrebbe essere dato con facilità per giusto. Certamente ci troviamo di fronte al vertice politico del disco, dove la condizione dei neri d’America nella società è al centro dei versi di Nas.
Dwellin’ in the Rotten Apple, you get tackled
Or caught by the devil’s lasso, shit is a hassle
Il giro di piano felpato, il beat storto di Pete Rock, una fase centrale segnata dal turntablism sfrenato e il ritornello intonato come un dialogo interiore ne fanno però anche uno degli episodi più melodicamente chiari e musicalmente arditi della collezione.
A metà del guado troviamo l’incalzante “Halftime”, il primo singolo in assoluto di Nas, che difatti si presenta qui con il vecchio moniker Nasty Nas. Basso e beat sono pastosi ma arrembanti, incalzano in un groove uptempo che fa da trampolino ad alcuni tra i versi più affilati del disco. Nas rimugina ancora una volta sulla vita di quartiere, mescolando immagini nostalgiche ad altre decisamente meno rassicuranti.
It’s like that, you know it’s like that
I got it hemmed, now you never get the mic back
When I attack, there ain’t a army that could strike back
So I react, never calmly on a hype track
I set it off with my own rhyme
‘Cause I’m as ill as a convict who kills for phone time
I max like cassettes, I flex like sex
In your stereo sets, Nas’ll catch wreck
I used to hustle, now all I do is relax and strive
When I was young, I was a fan of The Jackson 5
I drop jewels, wear jewels, hope to never run it
With more kicks than a baby in a mother’s stomach
Dear Born, you’ll be out soon, stay strong
Out in New York the same shit is goin’ on
The crackheads stalkin’, loudmouths is talkin’
Hold, check out the story yesterday when I was walkin’
That nigga you shot last year tried to appear
Like he hurtin’ somethin’
Word to mother, I heard him frontin’
And he be pumpin’ on your block
Your man gave him your Glock
And now they run together — what up, son? Whatever
What up, niggas? How y’all? It’s Nasty, the villain
I’m still writin’ rhymes, but besides that, I’m chillin’
I’m tryin’ to get this money, God — you know the hard times, kid
Shit, cold, be starvin’ make you wanna do crimes, kid
But I’ma lamp ‘cause a crime couldn’t beat a rhyme
Niggas catchin’ 3-to-9’s, Muslims yellin’ “Free the mind!”
And I’m from Queensbridge, been to many places
As a kid, when I would say that outta town, niggas chased us
But now I know the time, got a older mind, plus control a 9
Fine, see, now I represent mine
My poetry’s deep, I never fell
Nas’ raps should be locked in a cell; it ain’t hard to tell
L’arrivo sulla scena di “Illmatic” fu invero scioccante. Se da una parte la critica lo acclamò, dall’altra la scena e i giovani, o perlomeno gran parte di questi, lo accolsero con le pinze. Era in effetti un oggetto strano. Certamente radicato nella cultura della East Coast e nella sua inclinazione artsy, basti guardare i produttori coinvolti (a partire da Q-Tip, con i suoi A Tribe Called Quest un vero alfiere della cultura newyorkese), ma anche decisamente aperto a contaminazioni. Lo si può certamente considerare un disco di hardcore-hip-hop, sottocorrente che contribuirà a rilanciare nella sua area geografica, ma anche in una certa misura affine all’estetica gangsta, sebbene in maniera auto-analitica e lontana dai cliché che iniziavano ad affliggere il g-funk. È dunque un album che esce in piena faida tra le due coste, ma che però rimane stilisticamente piuttosto trasversale e apprezzato su entrambe le sponde per la sua capacità di rinnovare l’idea stessa di cosa potesse essere un album hip-hop, della profondità a cui potesse ambire il racconto in musica.
14/04/2024