“I Can’t Give Everything Away (2002-2016)” è l’ultimo di sei box-set che ripercorrono l’intera parabola artistica di David Bowie. Dopo “Five Years (1969-1973)”, “Who Can I Be Now? (1974-1976)”, “A New Career In A New Town (1977-1982)”, “Loving The Alien (1983-1988)” e “Brilliant Adventure (1992-2001)”, pubblicati a partire dal 2015, ha termine la monumentale opera che ricostruisce in rigorosa sequenza l’intera discografia del Duca Bianco (fatta eccezione per l’esordio e per il periodo Tin Machine), arricchita da numerosi contenuti extra. “I Cant’ Give Everything Away (2002-2016)”, che mutua il titolo dalla traccia di chiusura di “Blackstar”, si concentra sull’ultimo periodo della carriera dell’artista inglese, che, pur se minato dalla malattia che ne diradò le apparizioni, continuò a essere ricco di spunti e colpi da maestro, a partire dai risultati del rinnovato sodalizio con il produttore Tony Visconti (interrotto nel 1980 dopo le session di “Scary Monsters”) che condusse a due album nello spazio di soli quindici mesi: il malinconico “Heathen” nel giugno 2002, il più ritmato “Reality” nel settembre 2023.
Con Bowie continuano a suonare musicisti di grandissimo spessore, da Carlos Alomar a Pete Townshend, da Dave Grohl a Tony Levin, da Lisa Germano a Matt Chamberlain. Accanto ai brani originali, alcuni dei quali trovano finalmente una quadratura dopo anni di tentativi (fra questi la sontuosa “Bring Me The Disco King”), il Duca Bianco incide cover di Pixies, Neil Young, Modern Lovers, George Harrison, queste ultime due (“Pablo Picasso” e “Try Some, Buy Some”) inizialmente destinate al progetto “Pin Ups 2”, che Bowie avrebbe voluto registrare negli anni Settanta. I trionfali tour che seguono i due album degli anni Zero testimoniano un periodo di forma smagliante, ma proprio quando Bowie appare inarrestabile, impegnato a raccogliere ovunque plausi unanimi a certificazione di una carriera davvero invidiabile, il 25 giugno 2004, dopo il concerto tenuto all’Hurricane Festival di Scheeßel, viene ricoverato d’urgenza ad Amburgo a causa del blocco di una coronaria. I restanti spettacoli del Reality Tour vengono cancellati. E’ la fine della carriera live di David Bowie, che negli anni successivi resterà lontano dalle scene, eccetto alcune rarissime apparizioni.
L’assenza discografica di David Bowie (se si eccettuano alcuni preziosi featuring disseminati negli anni) s’interrompe l’8 gennaio 2013, giorno del suo 66º compleanno, quando annuncia un nuovo album, “The Next Day”, anticipato lo stesso giorno dal singolo e dal relativo videoclip “Where Are We Now?”. Il disco viene pubblicato il 12 marzo ed è un nuovo enorme successo.
Tre anni più tardi “Blackstar” sarà il commovente, drammatico, a tratti insostenibile epitaffio, nonché il vero capolavoro del tardo Bowie, in grado di trasformare in arte persino la consapevolezza della fine.
Gli ultimi quattro album – rimasterizzati con il contributo di Tony Visconti – sono tutti presenti nel cofanetto (tredici cd oppure diciotto vinili) insieme agli Ep “The Next Day Extra” e “No Plan”. Ma la vera ricchezza del box sono due concerti integrali, uno per ciascuno dei tour che seguirono la pubblicazione di “Heathen” e “Reality”, registrati rispettivamente il 18 luglio 2002 al Montreux Jazz Festival e il 22-23 novembre 2003 al Point Theatre di Dublino. Mentre quest’ultimo era già stato pubblicato ufficialmente nel 2010 (il live album “A Reality Tour”, pur se con una diversa sequenza), il concerto del Montreux Jazz Festival era finora reperibile soltanto come bootleg. Un’esibizione divenuta leggendaria, anche per via dell’esecuzione quasi integrale di “Low”.
Altro motivo di interesse nei confronti di “I Can’t Give Everything Away (2002-2016)” è l’inclusione della compilation esclusiva, creata per l’occasione, “Re:Call 6”: ben 41 tracce fra B-side, registrazioni live, versioni alternative e remix, mai incluse in alcun album. Spiccano le collaborazioni (in studio o dal vivo) con Lou Reed, Arcade Fire, David Gilmour, Kristeen Young, Earl Slick, Maynard James Keenan e John Frusciante.
A completare il ricco cofanetto provvede un elegante libro contenente appunti inediti, disegni e testi manoscritti di Bowie, numerose foto, memorabilia e note tecniche scritte da Tony Visconti e da Jonathan Barnbrook. Ne esce un resoconto quasi completo (qualcosa inevitabilmente manca) degli ultimi quattordici anni di vita del White Duke, un prodotto indispensabile per i maniaci completisti, anche se i contenuti sono tutti già ben noti ai collezionisti del repertorio di Bowie. Il prezzo non è proprio economico, ma al momento è possibile ascoltare tutti i contenuti sulle piattaforme in streaming. Può essere la maniera più appropriata per ricordare un genio del trasformismo a dieci anni da una scomparsa che continua a fare davvero troppo male.