Death - Chuck Schuldiner

Death - Chuck Schuldiner

Il suono della perseveranza

di Alessandro Mattedi

Tra i padri fondatori del death metal, che ha per di più trasformato e superato, Chuck Schuldiner con i suoi Death ha segnato un'epoca per il metal estremo. Con una serie di album sensazionali che pochi possono eguagliare

Do you feel the pain that I feel?
The pain that lives inside
Do you wear the chains that I wear
The ones that rub me raw

Charles "Chuck" Schuldiner è una delle figure più importanti e influenti del mondo metal. La sua fama è indubbiamente aumentata dopo la prematura scomparsa, il 13 dicembre 2001, per un tumore a soli 34 anni. Nel suo settore, però, la sua celebrità si era già cementata, con merito, negli anni precedenti: il suo ruolo come musicista e compositore con i suoi Death e poi con i Control Denied è stato tale da ricevere riconoscimenti e attestati di stima anche fuori dal suo territorio, nonché innumerevoli tributi alla sua memoria.
Chitarrista eccelso per tecnica e gusto compositivo, Chuck Schuldiner era anche una personalità complessa, dominante in modo litigioso, da sempre conteso contradditoriamente tra lucide e profonde analisi sulla condizione umana alternate a uscite più banali, se non irritanti, nelle dichiarazioni a titolo personale e nel suo rapporto con gli altri. Nella sua carriera si mescolano luci e ombre.

Schuldiner è stato, nella seconda metà degli anni 80, tra i padri fondatori del genere cosiddetto death-metal, e secondo molti addirittura l'ideatore in senso stretto. Merito delle caratteristiche sonore che è riuscito a introdurre e sviluppare, nonché delle tematiche multiformi che ha associato al genere, realizzandone dei modelli e poi mettendoseli alle spalle. Non solo, Schuldiner è stato anche tra i principali innovatori in questo campo, contribuendo alla nascita del sottogenere del technical-death-metal assieme a poche altre formazioni coeve. Nel farlo ha trasceso le coordinate del filone che lui stesso aveva contribuito a far germogliare e a consolidare, al punto che nelle fasi finali della sua carriera si può dire che se ne sia sostanzialmente distaccato per approdare a una forma personale di progressive-metal, molto più raffinata e introspettiva rispetto al suono marcio degli esordi. 
Schuldiner ha quindi tracciato e definito le basi più dure e violente del death-metal, e ha contribuito tantissimo anche ai suoi sviluppi più complessi e intellettuali, ma non solo: ha anche inciso uno dei dischi più accessibili e assimilabili del genere, quel Symbolic che è spesso consigliato come primo ascolto a chi vuole avvicinarsi alla materia.

Tra le varie manifestazioni del metal estremo, il death-metal è uno di quelli che si è rivelato negli anni più duttile e si è diffuso, anche per questo, in tutto il globo: innumerevoli gruppi e scene locali ne hanno dato la propria interpretazione, sviluppandolo in più stili, sottostili, declinazioni e mescolandolo a vari altri generi (non solo metal).
Il nome stesso evoca morte, violenza e dolore, che difatti caratterizzavano in maniera netta i testi e le atmosfere di questo genere ai suoi inizi. Fra i fan, però, è diffusa l'opinione che il death-metal sia stato chiamato così dalla stampa musicale non direttamente per indicare questo immaginario orrorifico tipico dei primi dischi, ma proprio per associazione con i Death. Non tanto il "metal della morte" quindi, quanto piuttosto il metal dei Death e di chi suonava come loro, anche se comunque le due cose andavano a braccetto. Quest'idea non è dimostrata, e non c'è traccia di recensioni dell'epoca che rivendichino lo stesso pensiero, ma è significativo che in molti l'accettino ancora oggi, perché non suonerebbe affatto strano denominare l'intero genere ispirandosi a questo gruppo.

Chuck era soprannominato "il padrino del death metal" per via del suo carisma, ma non amava questo "titolo". Esigente e preciso quando metteva mano allo strumento ed entrava in studio, era insolitamente modesto e riservato quando si trattava di presentarsi al pubblico. Così commentava la fama che si era guadagnato: "Non penso di dovermi prendere i meriti di questa roba death-metal, sono solo un ragazzo con un gruppo musicale e penso che i Death siano solo un gruppo metal". Non si riteneva nemmeno il vero fondatore del genere, onore che attribuiva ai Possessed, che avevano già intitolato una loro canzone "Death Metal" prima ancora che i Death nascessero.

Per descrivere la genesi del death-metal, per capire dove poggiano le sue fondamenta e perché Chuck Schuldiner sia stato un capitolo importante nell'evoluzione del metal, dobbiamo necessariamente fare un passo indietro per risalire alle sue radici.

Le origini

A inizio anni 80 l'heavy-metal era ormai istituzionalizzato: gruppi come Iron MaidenJudas Priest, Motorhead, Mercyful FateVenom erano tra gli esponenti più celebri e influenti. Questi ultimi due si fecero notare non solo per i meriti musicali ma anche per l'immaginario macabro, orrorifico e satanico che li accompagnava costantemente tramite testi, iconografia, rappresentazioni nei concerti. Un'estetica che sarebbe stata influente per gran parte del metal estremo.
Al tempo stesso, i Venom avevano consolidato un filone molto di nicchia, ma storicamente importante, lo speed-metal, che rispetto all'heavy tradizionale era più incalzante, ruvido, grezzo e veloce. Prendendo spunto dallo speed-metal, ma spesso anche dall'hardcore-punk, con la volontà di rendere l'heavy-metal ancora più duro e aggressivo, in breve tempo nacque il thrash-metal (dal verbo inglese "to thrash", percuotere) con formazioni come MetallicaAnthraxMegadeth, Exodus, Celtic Frost e, in particolare, gli Slayer.

Le ritmiche erano diventate molto più dure, mentre il canto un passo alla volta stava iniziando a mettere da parte gli acuti trascinanti dell'heavy per assumere connotati sempre più rabbiosi e urlati. Anche le tematiche si stavano facendo sempre più diversificate e aperte ad approcci diversi: chi si dava al fantastico e all'immaginifico, chi all'esoterico e all'occulto, ma anche chi scriveva testi più crudi e realisti, riflettendo le problematiche della società contemporanea e in particolare la violenza nel mondo. Era una piccola rivoluzione sonora, un crogiolo di idee smontate e riassemblate costantemente da tantissimi gruppi che davano ciascuno la propria interpretazione di una ricetta base, scambiandosi nastri di demo da un continente all'altro e cercando di superare gli amici/rivali in pesantezza o presenza scenica, di album in album.
Il concetto chiave è che il thrash-metal è la base da cui si origina il death-metal. Tutte le prime formazioni del genere si sono formate alla scuola del thrash. E fra gli studenti più attenti e diligenti c'era proprio Chuck Schuldiner.

Sono soprattutto tre i gruppi più influenti per la consequenziale nascita del death-metal: uno dall'Europa e due dagli Stati Uniti. Dal Vecchio Continente provengono i celebri svizzeri Celtic Frost. Inizialmente attivi come HellHammer, hanno riforgiato in modo ancora più oscuro i canoni dello speed-metal e conferito atmosfere bestiali e sulfuree al thrash-metal, plasmando così gli embrioni di molti generi estremi. "Morbid Tales" del 1984 e "To Mega Therion" del 1985 per l'epoca erano fra le cose più efferate ed estreme che si potessero ascoltare.
Da Los Angeles gli Slayer non sono stati da meno quanto a influenza per il metal estremo. Anche loro sono partiti dallo speed-metal, ma hanno rapidamente fatto proprio il thrash-metal rendendolo ancora più malefico e opprimente. Con "Hell Awaits" del 1985 e l'indiscussa pietra miliare "Reign In Blood" del 1986 sembrarono andare oltre quanto fatto dagli altri gruppi speed e thrash, proponendo una musica ancora più violenta, inquietante e lancinante. Nei loro album raccontavano, con molta teatralità e volontà di scioccare, di scenari infernali raccapriccianti, piogge di sangue e criminali sociopatici. Supportati da suoni arcigni e da atmosfere infernali quando non truculente, gli Slayer sono considerati non a torto i capisaldi del metal estremo dalla storiografia musicale.
E poi ci sono i meno noti Possessed, che come una rapida meteora ebbero un impatto che non si sarebbero mai aspettati nella loro brevissima carriera. Il loro primo disco, "Seven Churches", del 1985 rese il thrash-metal ancora più rozzo e raccapricciante, e forse nel farlo i Possessed inventarono già il death-metal... ci torneremo fra poco.

In questo contesto musicale si forma il giovane Chuck Schuldiner, e come lui altri musicisti della sua generazione che condividevano gli stessi interessi e intenti artistici. Come molti ragazzi della sua età, inizia ascoltando i classici hard & heavy, passando l'adolescenza chiuso in camera ad ascoltare musica rock, leggere libri fantasy, guardare film horror, per poi passare a proposte sempre più pesanti. Per lui la musica deve essere libera di evolversi e svilupparsi. Il suo gruppo preferito nei primi anni 80 sono i Sortilège, formazione heavy-metal francese oggi misconosciuta, ma all'epoca di culto per chi cercava proposte provenienti da paesi non anglosassoni. Inoltre Schuldiner ascolta volentieri anche jazz e classica: per lui non bisogna certo fossilizzarsi solo su un nome, e la musica deve essere lasciata artisticamente libera di svilupparsi e attingere da varie fonti. Schuldiner ben presto comincia praticare la musica attivamente suonando per ore e ore la chitarra in garage, provando a replicare sia i classici che ama, sia le correnti più pesanti nate da poco, come lo speed e il thrash, che avevano subito catturato il suo interesse.

Il primo gruppo che fonda sono i Mantas, assieme a Kam Lee e Rick Rozz. Tra il 1982 e il 1984 il giovane Schuldiner registra alcune demo di cui la più importante è l'ultima, "Death By Metal" (sotto lo stesso nome sarebbero state raccolte anche le demo precedenti per un'antologia pubblicata dall'etichetta Relapse nel 2012). A livello audio sono inascoltabili, dati gli scarsi mezzi a sua disposizione, e mostrano un suono grezzo, acerbo e sporco che sembra trasfigurare il thrash in modo più furioso e ossessivo. È difficile stabilire quanto ciò sia dovuto dall'inesperienza nel tentativo di emulare i suoi beniamini, o dalla volontà, ancora embrionale ma pur sempre presente, di superarli quanto a efferatezza. La scintilla che lo folgora in ultima istanza sono proprio i Possessed, che lasciano stupefatto tanto lui quanto molti suoi amici e colleghi in Florida.

Come anticipato, c'è chi ritiene che "Seven Churches" del 1985 sia già il primo vero album death-metal, e questa è un'idea sposata dallo stesso Schuldiner, che adorava quel disco e ne ha consumato il vinile. Non c'è un vero accordo della critica, ma è innegabile che sia stato un punto di svolta e un tassello cardine per la nascita del genere. Nelle tematiche "Seven Churches" propone testi malefici e satanici, mentre a livello sonoro suona ancora più selvaggio e marcio di molti gruppi thrash e nei brani si nota la volontà di spingersi oltre quanto a estremismo e violenza. C'è però un tratto personale e importante dei Possessed che più di tutti all'epoca colpisce Schuldiner e che si sarebbe rivelato influentissimo: lo stile canoro del cantante Jeff Becerra. Anziché i vocalizzi urlati e abbaiati tipici del thrash-metal, Becerra adotta uno stile sporco e cavernoso, più simile a un ruggito primitivo e animalesco che a un canto vero e proprio, e che verrà definito per l'appunto "growl". Questa è l’idea principale che rivela al giovane Schuldiner quale direzione musicale intraprendere. Imitando il growl dei Possessed, ma rendendolo ulteriormente catarroso e gutturale, il suo modo di cantare giocherà un ruolo chiave nel rendere il metal estremo ancora più bestiale. Il growl verrà utilizzato praticamente da ogni interprete death-metal (e non solo) successivo, venendo declinato nelle maniere più disparate per esplorarne tutte le possibilità espressive.

Le fasi iniziali dei Death

Life of misery, soon a corpse you be
As bones show through, nothing you can do
Relief does not exist
When you are born to die

Ormai i pezzi sono tutti in ordine, Schuldiner riforma i Mantas cambiando il nome in Death in ossequio alla canzone "Death Metal" dei Possessed e inizia non solo a rielaborare le sue precedenti demo ma a a scriverne di nuove, con l'intento di suonare ancora più violento.
Il 1986 lo passa in garage a suonare, nel suo alloggio a vedere film horror e in studio a registrare. Si fa assistere alla batteria da Chris Reifert (che poi sarebbe divenuto celebre con gli Autopsy), mentre chitarra, basso e parti vocali li registra da solo. 
Nel 1987 esce finalmente Scream Bloody Gore. Se non ritenete "Seven Churches" il primo album death-metal, questo lo è indubbiamente. Dai Motorhead ai Venom, poi ai Celtic Frost, fino agli Slayer e i Possessed, si può tracciare un filo comune che mostra una evoluzione costante del suono estremo. Non si trattava solo di risultare più veloci e pesanti, ma di una ricerca sonora, e anche tematica e immaginifica, che scioccasse e angosciasse per le sue atmosfere peculiari, per il tocco bruciante delle distorsioni e il gusto compositivo. Dischi come "Reign in Blood" e "Seven Churches" suonavano malvagi, e lo suonano ancora oggi molto più di dischi che ormai li superano ampiamente in velocità.

Scream Bloody Gore compie un balzo in avanti risultando ancora più efferato, marcio, folle e opprimente rispetto al thrash-metal, tanto che inizialmente la stampa lo definisce "thrash da macellai" per quanto è rozzo e sanguinolento. E in effetti i Metallica a confronto sono eleganti e puliti, financo tranquilli (quasi). Ormai quel confine è stato superato e nulla sarà più come prima. Col senno di poi, sembra addirittura incredibile che da un album del genere siano discesi anche lavori molto più raffinati e orecchiabili.
Se gli acuti urlati di un Tom Araya sembravano quelli del nunzio di una processione infernale, il growl straziante e oltretombale di Chuck Schuldiner sembra quello di uno zombie invasato al microfono, o di una bestia posseduta. L'impeto delle chitarre è quanto di più selvaggio mai inciso fino a quel momento, tra riff frenetici da cardiopalmo e assoli taglientissimi e allucinati. La batteria è un terremoto continuo, come la mannaia di un macellaio a ripetizione. I bassi sono gelidi e percossi con violenza, quasi a staccarne le corde. C'è anche spazio per alcune melodie (il macabro arabesco iniziale di "Zombie Ritual", l'inquietante arpeggio in apertura di "Evil Dead", il riff portante di "Beyond The Unholy Grave", quello sabbathiano di "Land Of No Return"), che si combinano alla perfezione con la violenza e, anzi, generano un contrasto agghiacciante, altro fattore innovativo ma per il momento ancora in secondo piano.
Eppure, Scream Bloody Gore è un album decisamente imperfetto. Non c'è particolare perizia nel suono, l'album trasuda ancora di ingenuità giovanile, anche perché molti brani risalgono al tempo dei Mantas - solo riarrangiati e resi più opprimenti. Molti riff risultano troppo simili se non ripetitivi, e c'è poca varietà tra i brani. Le tematiche in questa prima fase non brillano per elaborazione, anzi, sono più che altro rigurgiti giovanili che raccontano di squartamenti, riti occulti e morti viventi, ispirati dai film di registi dell'orrore come George Romero o John Carpenter. "Evil Dead", per esempio, è un tributo a "L'armata delle tenebre" di Bruce Campbell. La scelta non ha altra ragione se non che a un adolescente americano sembrano temi "cool" e anticonformisti. Questo è il metal della morte, in fondo, e a Schuldiner per il momento interessa stupire e scioccare parlando di rituali zombie, battesimi nel sangue, mutilazioni varie e quant'altro possa scandalizzare i borghesi bigotti della Florida.
In generale, il disco suona più caotico di quanto sia maligno e angosciante; un po' come un branco di hooligan che fa più rumore e danni rispetto alla legione di demoni degli Slayer. Non ci sono davvero grandi canzoni, il disco è un monolite compresso. Tutto ciò è il limite di Scream Bloody Gore in confronto a un "Reign In Blood", pur meno violento (ma non di molto), epperò più accurato e carismatico nel veicolare le sue emozioni.
Le prime recensioni sono tutte negative, e persino Steve Sinclair, il responsabile della label che stampa il disco (la Combat) all'inizio non lo prende sul serio, accettando di firmare il contratto solo su insistenza di Don Kaye, il manager del gruppo, che crede tantissimo in Chuck Schuldiner e soci. Ma ormai il dado è tratto e si tratta solo di crescere e perfezionare il nuovo stile.

Il salto di qualità definitivo arriva l'anno dopo. Nel 1988 esce infatti Leprosy, che mostra subito una notevole maturazione in Schuldiner. Ad assisterlo alla batteria questa volta c'è Bill Andrews, inoltre compare un secondo chitarrista che permette di dare un suono più organico ai pezzi, ovvero Rick Rozz, con cui aveva già collaborato ai tempi dei Mantas; ma il basso è ancora appannaggio di Schuldiner, sebbene nel libretto si indichi Terry Butler che però non può incidere e comparirà solo nel disco successivo.
I testi questa volta non puntano a scioccare, ma ad angosciare, incentrati come sono sulla malattia e sulla caducità umana. È infantile parlare di budella lanciate per aria e sangue che si raggruma tanto per fare spettacolo, ma secondo Schuldiner non si può far finta che la morte non esista e non ci tocchi anche da vicino, causando angoscia e sofferenza sia fisica che psicologica. Con questo cambio di paradigma tematico il growl di Chuck suona disperato come se si sfogasse in modo straziante, e sia lo stile canoro che la musica assumono implicitamente anche una funzione di catarsi violentissima.
Le composizioni si fanno più decise, dando maggiore spazio al basso intermittente, che adesso suona caldo e inesorabile, aumentando l'angoscia delle atmosfere. Un maggior tecnicismo nel gioco di incastri tra chitarra ritmica e quella solista arricchisce l'armonia. Schuldiner frequentemente abbina ai riff duri e meccanici dei piccoli assoli che fanno largo uso delle tecniche del bending e del tapping. Questi assoli rendono gli arrangiamenti più intricati e accattivanti; sono taglienti e frenetici come nell'esordio, ma più ragionati.
In generale, la violenza è la stessa di Scream Bloody Gore, ma è usata in modo più intelligente e con maggiore cura nella scrittura. Le canzoni sono più rifinite e diventano memorabili grazie anche al suono più caldo conferito dagli studio Morrisound, che saranno decisivi nell'impostare i primi dischi death-metal: "Born Dead", ad esempio, è un incubo malefico trasposto in musica; "Forgotten Past" è un pandemonio, ma con aperture melodiche che lo rendono accattivante; "Left To Die", con i suoi arabeschi sorprendemente orecchiabili, è una feroce denuncia sociale contro il governo americano che manda giovani soldati a morire come carne da cannone; "Pull The Plug", con i suoi saliscendi, è un alienante grido di disperazione di fronte all'inevitabilità della morte.
La lunghezza dei brani è leggermente aumentata: passano da una media di 3 minuti ai 4/5, con un paio sui 6 minuti, come l'iniziale title track, resa terrificante dai crescendo chitarristici e dai cambi di ritmo, e la conclusiva "Choke On It", che lascia un nodo in gola straziante.

Nemmeno il thrash più caustico e feroce nel criticare la guerra suona così spietato e razionalmente consapevole di esserlo. Il confronto con questo disco in questo periodo è imprescindibile per chiunque voglia cimentarsi nel death-metal, e la stampa di settore questa volta lo celebra per la sua potenza e la sua carica innovativa. Eric Greif, che si è occupato delle ristampe dei dischi dopo la morte di Schuldiner, così ricorda quel periodo in un'intervista a Decibel Magazine del 24 maggio 2016: "Chi diceva che aveva apprezzato i Death già due anni prima, quando uscì 'Scream Bloody Gore', era un bugiardo, tutti quei recensori [...] è solo dopo l'uscita di 'Leprosy' che hanno cambiato parere".
Leprosy è forse la prima pietra miliare del death-metal, che Schuldiner istituzionalizza definitivamente grazie alla sua personalità stilistica e al connubio di ferocia e carisma trascinante delle canzoni. Chi verrà dopo non potrà che averlo come punto di riferimento, e molti vi attingeranno in un modo o nell'altro.

Nel 1990 esce Spiritual Healing, con la stessa formazione, compreso Terry Butler (che stavolta suona sul serio), ma eccetto Rick Rozz, che viene sostituito da James Murphy degli Obituary. A livello tematico la carne non viene più toccata, che si tratti di non-morti o di malattie. Invece l'interesse di Schuldiner è per la mente, la patologia psichiatrica, la criminalità, la tossicodipendenza e la fragilità della psiche di fronte ai predicatori religiosi. A livello sonoro, i brani sono sulla falsariga di Leprosy, lievemente più melodici e con maggiore tecnica. Gli arrangiamenti si fanno più rifiniti: il disco in confronto ai predecessori suona un po' meno dedito alla violenza pura e un po' più incentrato sulla sua natura durissima e claustrofobica. Schuldiner scrive brani che danno stavolta l'idea di voler fungere da colonna sonora per un manicomio, piuttosto che per una necromanzia o un decesso in ospedale. Non ci sono però novità peculiari, la materia prima è la stessa, giusto un po' rimodellata.
La vera sfortuna del disco nella discografia dei Death è che non suona pazzo e selvaggio come Scream Bloody Gore, né altrettanto opprimente e sconfortante come Leprosy. Ridotti i punti di forza dei due predecessori, Spiritual Healing non è neanche un album davvero aperto alla tecnica e alla melodia, o per lo meno non in modo così coraggioso come avverrà in seguito. Perciò, a posteriori, svetta poco.
La stampa e il pubblico metallari reagiscono tiepidamente, mostrandosi persino un po' ingenerosi: l'iniziale "Living Monstrosity", la lenta "Altering The Future", la psicotica "Defensive Personalities" o l'agghiacciante "Genetic Reconstruction" sono comunque brani molto solidi, con alcuni riff e assoli magistrali, e anche il resto non è mai davvero sottotono. Semplicemente, Spiritual Healing non è spiazzante e caratterizzato come Leprosy e per questo avrà un impatto minore sulla scena. Una recensione dell'epoca addirittura, in modo assai prematuro, sentenzia che la prevedibilità di questo disco dei capisaldi del death-metal sancisce che il genere non ha più molto da dire. Sarà l'esatto opposto.

La svolta tecnica/progressiva

There is a mask
That covers up one's true intentions
Once removed, things become very clear
Analyze behavior patterns to see beneath
The person that is presented to you
Vulnerable through trust
Life is a twisted maze of obstacles
Presented by people with a secret face

Come anticipato, Chuck Schuldiner non è solo: assieme a lui, in Florida, molti altri musicisti con cui condivide interessi, influenze reciproche e idee si stanno attrezzando su territori simili, pronti a pubblicare non molto tempo dopo di lui. Pubblicano le loro demo in contemporanea ai Mantas/Death, o addirittura prima, suonano negli stessi locali, si scambiano materiale e audiocasette. Per esempio, i Massacre esordiscono con "From Beyond" nel tardo 1991, ma il gruppo si forma già nel 1984 quando i Mantas stavano muovendo i primi passi, così come gli Obituary. I Morbid Angel addirittura si formano nel 1983, e avrebbero potuto battere sul tempo Scream Bloody Gore nel 1986 con "Abominations Of Desolation", se solo il gruppo non fosse rimasto deluso dal risultato preferendo lasciarlo al livello di demo mai pubblicata, se non anni dopo. 
È un po' come l'uovo di Colombo, semplicemente l'abnegazione e la motivazione di Schuldiner sono così alte che riesce ad arrivare prima a un Lp ufficiale, così da dar forma e a mettere subito sul palcoscenico un genere che altrimenti avrebbe impiegato più tempo a ispirare altri musicisti e a convincere le case discografiche a investire su di loro. Lo stesso Chuck in fondo non si considera capostipite di nulla. Ma il rispetto che in molti continuano a tributargli non nasce per caso. Possiamo considerarlo un "primus inter pares" del death-metal.

Alla fine degli anni 80, comunque, la scena death-metal si è ormai avviata in piena salute e ha assunto i suoi connotati distintivi dal thrash, da cui pure discende. Fuori dalla scena di Tampa, compaiono svariate nuove formazioni come i Malevolent Creation da New York o i Cannibal Corpse da Buffalo a rappresentare la seconda ondata di gruppi del genere. Il death-metal non è necessariamente più pesante e violento del thrash-metal quanto a semplici decibel, e addirittura per alcuni gruppi non sarà neanche più veloce. Gli Obituary, per esempio, sono rallentati, marcissimi, sanguinolenti e auto-ironici, e il loro "Cause Of Death" del 1989 è un pilastro innovativo del genere proprio in virtù del suo uso della lentezza per rendere il suono ancora più angosciante e putrefatto.
I Morbid Angel, invece, non si fanno problemi ad alternare pezzi caotici e allucinati ad altri più cadenzati, usando come collante testi ispirati dagli orrori di Lovecraft, come in "Altars Of Madness" e "Blessed Are The Sick", altri due capisaldi del genere. Gli stessi Death talvolta passano a qualche midtempo. Ma il death supera il thrash per atmosfere, muro sonoro e attitudine. Il canto in growl è un tratto immediatamente distintivo, ma anche lo stile musicale assume un'identità propria. Più di tutti è il tocco unico, diremmo il feeling, a distinguerlo.

Non solo negli Stati Uniti comunque il death-metal sta prendendo piede: i Pestilence dai Paesi Bassi stanno transitando dal thrash al death, lo stesso i Sepultura in Brasile, mentre muovono i primi passi in Svezia gli Entombed e gli At the Gates, e in Inghilterra troviamo i Bolt Thrower; per quanto sia una scena underground (con l'eccezione dei Cannibal Corpse che a sorpresa entreranno in classifica a inizio anni 90), il death-metal si sta rapidamente diffondendo in tutto il mondo, espandendosi creativamente sotto la spinta di fervide menti che lo trovano il mezzo espressivo adatto per esprimere la rabbia e l'alienazione di una generazione, ma c'è spazio anche per il bisogno di riflessione. E sta già per dar vita a un nuovo filone, i cui presupposti sono già nell'aria. Schuldiner, istintivamente, lo percepisce.
Il death-metal, infatti, trasformandosi repentivamente diventa non solo non per forza più veloce e furibondo, ma risulta non essere neanche necessariamente grezzo, sudicio e bestiale. Anzi, per quanto paradossale, gli stessi ingredienti possono essere combinati per dare sfoggio di grande tecnica esecutiva o compositiva, oppure assumere tratti insospettabilmente intellettuali e persino aperti a melodie e armonizzazioni. Trey Azagthoth dei Morbid Angel, per esempio, è un piccolo virtuoso della chitarra. Ma fra tutti e su tutti, in Florida spiccano gli Atheist, che nel 1990 con "Piece Of Time", a cui l'anno successivo ha fatto seguito il monumento "Unquestionable Presence", rifondano il death-metal, portandone la tecnica oltre i suoi limiti e addirittura mescolandola a influenze fusion e progressive-metal. Attivi già da anni nell'underground, sono costretti dalle loro vicissitudini personali a pubblicare più tardi; la loro carriera sarà breve, inizialmente passata in sordina perché troppo "complessa" e poi riscoperta da critica e pubblico solo in seguito allo scioglimento: si possono considerare una delle formazioni death-metal più geniali di sempre, forse i principali artefici della dimostrazione che il genere poteva ambire a vette più alte.

Anche il thrash-metal si mostra duttile e in quel periodo sta avendo i suoi esponenti di una variante technical/progressive: gli svizzeri Coroner e i canadesi Watchtower, a fine anni 80, avevano stupito la scena con un concentrato di violenza e virtuosismo radicalmente originale quanto di nicchia. Schuldiner di queste tre formazioni è entusiasta; più in generale si appassiona moltissimo a tutto il progressive-metal sorto pochi anni addietro (Queensryche, Fates Warning, Psychotic Waltz), e così è ispirato a dare un colpo di acceleratore all'evoluzione della sua musica. Il problema è trovare qualcuno che non sia solo interessato a suonare nella direzione che voleva intraprendere, ma anche capace di reggere il passo con la sua ambizione e tollerarne il perfezionismo. Schuldiner nel privato mostra un carattere difficile ed estremamente esigente. In questi primi anni litiga spesso con gli altri musicisti dei Death, che invita e caccia dal suo gruppo con regolarità. Oppure diserta concerti già programmati in polemica con l'organizzazione, minacciando tuoni e fulmini quando i colleghi paventano di andare lo stesso in tour senza di lui per adempiere ai contratti.
I Death sono la sua creatura personale, del resto: è l'unico autore di tutta la musica e di tutti i testi, e a nessuno consentirà mai di uscire dai solchi che lui tracciava. Musicista appassionato, è convinto che il genere debba evolversi costantemente in stato di libertà artistica ("let the metal flow", era solito dire), ma per molti risulta eccessivamente perfezionista. Trova però un amico discreto e accondiscendente in Gene Hoglan, eccezionale batterista del gruppo thrash Dark Angel, uno dei più feroci in circolazione. Con lui intravede subito una certa sintonia, che però non può concretizzarsi subito per gli impegni che legano Hoglan all'altro gruppo.

Nel 1991 Schuldiner riorganizza il modo di gestire i Death sulla base di collaborazioni una-tantum con musicisti da lui di volta in volta scelti. In particolare per il nuovo disco convoca il giovane bassista Steve Di Giorgio, già con gli Autopsy, e poi il chitarrista Paul Masvidal e il batterista Sean Reifert, entrambi dei Cynic, che operano su binari sovrapponibili a quelli degli Atheist ma sono ancora lontani dal pubblicare un Lp. Sono tutti dei portenti di maestria con i loro strumenti e questa formazione è forse la migliore di sempre dei Death quanto a capacità tecniche. Ne risulta Human, un piccolo capolavoro di poco più di 30 minuti che però nella sua brevità ha molto da dire, e lo dice con convinzione. I testi si fanno più riflessivi e profondi: Human, umano, ciò che ci rende tali nel bene e nel male.
La stupendamente inquietante copertina mostra disegni anatomici del corpo umano su sfondo desolato, a ricordare la nostra natura mortale, che siamo fatti di carne, sangue e dolore, che ciò che ci inorridisce è parte di noi. Human va oltre le tematiche corporali di Leprosy e mentali di Spiritual Healing, passando all'introspezione. Le atmosfere si fanno ancor più opprimenti, trovando il proprio apice nella strumentale "Cosmic Sea", in cui l'equilibrio tra la tastiera spettrale e le chitarre raggelanti fa immaginare di rimanere persi a morire negli abissi marini dove pure la vita ebbe inizio. Le composizioni divengono molto più tecniche, non tanto a livello di assoli (che sono molto più puliti e comunque non puntano sullo sfoggio di velocità) ma soprattutto per quanto riguarda incastri ritmici, arrangiamenti articolati e tendenzialmente poliedrici, cambi di tempo, inviluppi di basso e batteria.
Si notano soprattutto negli interventi della sezione ritmica le influenze di gruppi come i Watchtower, il cui stile viene filtrato e reso molto più cupo e disperato - come s'addice a un contesto death-metal. Il tecnicismo è funzionale alle particolari atmosfere e al messaggio che Schuldiner vuole edificare: per lui la tecnica non è un fine, o comunque un estro da mettere in risalto e basta, ma un importante mezzo per il messaggio che vuole comunicare. E ne risulta una collezione di canzoni ineguagliabili: "Flattening Of Emotions" suona come un martello pneumatico usato per aprire la mente sia in senso fisico che metaforico; "Suicide Machine" è ancora più drammatica e angosciante, ma a stupire è soprattutto "Together As One" il pezzo più dinamico, agghiacciante e variopinto del disco, seguito a breve distanza da "Lack Of Comprehension", che riflette sul dolore provocato reciprocamente dalle persone. C'è anche una certa vena melodica negli assoli, che un po' ricorda i primi gruppi prog-metal, ma lungi dal rievocare immagini fantastiche e spaziali, piuttosto suonando cupa e raggelante.

Human cammina sul sentiero di un nuovo sottogenere inaugurato dagli Atheist e già giunto a maturazione, chiamato technical-death-metal dalla stampa. Come visto non è formalmente il primo disco del sottogenere, e nemmeno quello che porta alle estreme conseguenze lo sviluppo del lato tecnico e profondo del death-metal (ad esempio, nel 1993 gli Atheist con "Elements" e i Cynic con l'immenso "Focus" integrano forti influenze jazz/fusion, mentre già nel 1991 i Suffocation esordiscono mettendo il tecnicismo al servizio della brutalità per dar vita a un altro sottogenere: il brutal-death-metal). Nonostante ciò, Human influenzerà tantissimo la corrente nei suoi sviluppi futuri, forse più di ogni altro disco, grazie alle sue straordinarie qualità e personalità, che lo porteranno a diventare un oggetto di culto tra gli ascoltatori di metal estremo. Ma non è solo il miglior lavoro dei Death fino a questo momento, è anche uno dei migliori album metal di sempre, e riesce a varcarne i confini incassando apprezzamenti anche al di fuori del settore.

Nel frattempo, Schuldiner partecipa al progetto Voodoocult, supergruppo che mescola celebri musicisti speed, thrash, death e groove-metal (tra cui anche Dave Lombardo degli Slayer) in un'insolita formazione a tre chitarre. L'esperimento non dà i frutti sperati, mostrando una certa discrasia tra queste personalità e brani discontinui a livello qualitativo. Jesus Killing Machine è un album spezzato a metà, tra una prima parte ricca di brani interessanti e accattivanti, e una seconda più spenta e monotona. Schuldiner non vi collabora più e si concentra sulla sua musica.

Con Human come base, Chuck è ormai in uno stato di grazia e può incidere nel 1993 Individual Thought Patterns, con cui supera sé stesso. Stavolta a livello tematico lo statunitense comincia a ispirarsi alla filosofia continentale e in particolare agli scritti di Friederich Wilhelm Nietzsche. Le tematiche indagano l'animo umano, le emozioni più recondite, la mente. I testi sono come appunti personali in cui si riflette su sé stessi e sul mondo circostante, ruggiti o meglio growlati su base sonora estrema. La musica si fa ancora più massimale e furiosa rispetto al precedente album, perché nel frattempo si è unito al gruppo l'amico Gene Hoglan, la cui tecnica e velocità alla batteria sono senza pari, con uso massiccio di un doppio pedale martellante che rende ogni brano una valanga sonora.
L'iniziale "Overactive Imagination" è già una sfuriata immensa, come un terremoto che spiazza immediatamente l'ascoltatore prima di cedere il posto a cambi di ritmo improvvisi. I brani non perdono un briciolo di cerebralità, anzi, l'acquisiscono, e si nota appieno l'influenza degli Atheist e dei Watchtower negli assoli che si dipanano. Per questo motivo, indirettamente stavolta, Schuldiner integra anche qualche piccola influenza fusion nei tecnicismi; ma la vena melodica che sfoggia con gli stessi interventi ricorda anche i Fates Warning. La seconda chitarra è di Andy LaRocque (ex-King Diamond). Schuldiner vuole che LaRocque si occupi degli assoli che ha scritto, ma quest'ultimo arriva in studio impreparato e alcuni li improvvisa. Schuldiner non gradisce particolarmente la modalità, ma l'estro mostrato stupisce tutti e così gli assoli vengono conservati.
Nella formazione torna poi Steve Di Giorgio, chiamato in extremis per registrare con il suo basso fretless che conferisce un suono ancora più alienante. La sua presenza è massiccia e prominente, al punto che si può dire senza esagerare che da solo regge il disco, anche se è Schuldiner a direzionarlo. Si notano soprattutto i suoi interventi nella title track e in "Destiny", dove sprigiona note liquide che conferiscono ai pezzi un senso di latente psicosi. Non è solo il suo basso ad apparire alienante, tutti i suoni sono acuti e allucinati. "Out Of Shell" è forse la canzone più ipnotica e destabilizzante, giocando sugli effetti sonori corrosivi più che sulla mera pesantezza che rapidamente subentra. "Trapped In A Corner" è un tripudio di rabbia e afflizione che si erge su tutti i brani grazie alla potenza e alla precisione.
Croce e delizia del disco è poi "The Philosopher", un brano trascinantissimo nella sua esecuzione, guidato da un tapping magistrale, anche se poco convincente a livello lirico. Apparentemente contiene un riferimento alle polemiche per i casi di pedofilia nella chiesa cattolica, particolarmente sentiti negli Stati Uniti, e qui generalizzati verso ogni esponente del Cattolicesimo, visto come persona debole e meschina. Una critica antireligiosa generalizzata, che risulta in fondo banale e stereotipata. Negli anni però c'è stata una seconda interpretazione, secondo cui il vero bersaglio del brano sarebbe Paul Masvidal, il leader dei Cynic, già assunto per Human. Soprannominato "il filosofo" nella scena floridiana per i suoi interessi letterari e il taglio dato ai testi del suo "Focus", Masvidal ha da poco rotto i rapporti personali con Schuldiner ed è anche omosessuale: il riferimento alla passione per i ragazzini del testo diverrebbe così un'accusa omofoba infamante che rappresenterebbe la macchia più grave nella carriera di Schuldiner. Quest'ultimo litigio è il più pesante nella carriera dello statunitense, e non sarà mai chiarito del tutto.

Oltre il death metal

The answer cannot be found
In the writing of others
Or the words of a trained mind
In a precious world of memories
We find ourselves confined

Nel 1995 sono passati dieci anni da "Seven Churches" e molta acqua sotto i ponti. Il death-metal non è rappresentato solo dalla sua ala tecnica e progressiva (o da quella più brutale), ma anche da una melodica e persino radiofonica, attingendo in varia misura dall'heavy di Iron Maiden e Judas Priest, dal thrash originario dei Metallica, e da quello degli Slayer, reinterpretati per combinare suoni più orecchiabili e altri più aggressivi con il growl come collante. Dischi come "Heartwork" (1993) degli inglesi Carcass, "Lunar Strain" (1994) degli svedesi In Flames o "Slaughter Of The Soul" (1995) degli svedesi At The Gates hanno un passo dopo l'altro forgiato un ulteriore filone destinato a diventare anche relativamente rilevante dal punto di vista commerciale. Symbolic esce in questo contesto e ciò è significativo in virtù delle affinità e delle divergenze con questi lavori.
L'album è il sesto della discografia dei Death e, appena pubblicato, stupisce tutti per il cambiamento che evidenzia. Forse anche Schuldiner stesso rimane impressionato da ciò che ha partorito, al punto da convincersi in futuro a osare ancora di più.
Prima le affinità: non c'è mai stato un disco dei Death così schematico e improntato sulla forma-canzone, con così tanta enfasi data ai ritornelli, con riff tanto scanditi, assoli orecchiabili e una registrazione così nitida e pulita. Le composizioni sono più lente e soprattutto molto più assimilabili che in passato. In tal senso, Symbolic è sì un album di death-metal, ma "melodico".
Ora le divergenze: lo stile compositivo non ha nulla a che vedere con la scuola svedese, e non solo per la mancanza di decisive influenze maideniane, priestiane o slayeriane (tutti gruppi ai quali Schuldiner comunque non vuole essere accostato). Il riffing rimane nei territori della scuola americana, anche se reso più lindo e diretto. I ritornelli tanto in evidenza, inoltre, non sono poi così funzionali alla melodia, che è più chitarristica; anzi, parte del genio di Schuldiner sta nel trasformare con eleganza in ritornelli quelli che sono motivi ruggiti, altrimenti anti-radiofonici. In tal senso, Symbolic non è affatto un disco di "melodic death metal", termine che ormai identifica uno stile circoscritto e riconoscibile fra i molti gruppi che lo rappresentano, e non semplicemente una tendenza compositiva. Symbolic ha uno stile a sé.
Sebbene le canzoni siano meno articolate rispetto a Individual Thought Patterns, e decisamente meno inquietanti e allucinogene, i riff sono tra i più memorabili mai scritti da Schuldiner, come anche gli assoli. La sua tecnica solistica si è ormai evoluta in uno stile davvero unico e immediatamente riconoscibile, con diteggiamenti molto veloci alternati a note sospese e con largo uso di tecniche come il "bending", lo "slide" e il "glissato" che in alcuni casi fanno sembrare che le corde della chitarra possano piangere. Ma la sua predilezione principale rimane sempre quella per il "tapping", onnipresente e distintivo. Non c'è nessuno che suona in questo modo in tutta la scena metal, col suo personale gusto e tocco; anche grazie a questo, i Death riescono a conquistare un pubblico più ampio e generalista. Il gusto melodico si rivela sorprendentemente dinamico e fresco, mostrando uno Schuldiner rinnovato e originale. Le canzoni sono pezzi da 90 che rappresentano nel repertorio dei Death anche degli ottimi biglietti da visita per chi non è avvezzo alle sonorità estreme: la bruciante title track, l'oscura "Empty Words", l'emozionante ed epica "Without Judgement" sono tra i migliori brani mai scritti da Schuldiner.
Anche il resto delle canzoni è di prima categoria: "Misanthrope" è velocissima e furiosa, ma capace di stacchi in midtempo caustici; "Crystal Mountain" è raggelante e inquietante; "Perennial Quest" è infine un viaggio tragico, concluso con una commovente coda acustica. La voce è cambiata, questa volta si fa acuta e stridula, non più il growl, piuttosto una sorta di screaming che decanta testi profondi.

Symbolic è un grandissimo album, anche se non dirompente come il suo predecessore. Alla batteria viene confermato Gene Hoglan, che mantiene il suo tocco micidiale senza trovarsi a disagio anche con pezzi più accessibili. Al basso Schuldiner vorrebbe di nuovo Di Giorgio, che però è bloccato dai suoi impegni, così viene ingaggiato il comunque ottimo Kelly Conlon, seppur in possesso di uno stile meno personale e caratterizzante. La seconda chitarra invece è affidata a Bobby Koelble, un musicista sconosciuto nel settore metal, che si è formato con l'hard & heavy, il blues e il jazz (che fra l'altro insegna). Schuldiner lo considera un buon comprimario per quel che intende comporre.
Ciò che avviene a questo punto è l'inizio di una serie di cambiamenti decisivi. Schuldiner non è più tanto interessato alla scena death-metal e vuole procedere in una direzione differente. Decide così di mettere da parte i Death e fonda i Control Denied, con cui dare una nuova impronta alla sua musica, più tecnica e virtuosa.
Scrive di getto alcune canzoni lunghe e complesse, ma una volta davanti al materiale finito, si rende conto che i suoni duri e le atmosfere oscure conseguenti sono ancora troppo vicine a quanto fatto in precedenza, e sceglie di usare il moniker Death un'ultima volta.

Nel 1998 esce così The Sound Of Perseverance, che suona ancora diverso rispetto al predecessore. Lo si può definire un progressive-death-metal guidato dai virtuosismi e, al contrario di Symbolic, basato sulla poliedria piuttosto che sulla forma-canzone. Il risultato è grandioso, pur con qualche incertezza nell'equilibrio tra le varie parti strumentali, che sembrano andare per proprio conto. Il batterista è stavolta Richard Christy, un giovane talentuosissimo che si differenzia da Hoglan per il suono più pieno e corposo delle pelli, anziché nitido e "a valanga". Assieme alle chitarre forma dei monologhi strumentali portentosi.
La bontà delle canzoni è suprema: "Scavenger Of Human Sorrow", "Flesh And The Power It Holds", "Story To Tell" sono solo alcune delle lezioni di stile che Schuldiner impartisce alla scena technical-death, in cui coniuga il tecnicismo, mai così in mostra, al gusto per i riff trascinanti e accattivanti. Se esistesse un manuale che insegna come coniugare in modo viscerale melodia, rabbia e complessità, ci sarebbe la sua foto in copertina. Il capolavoro dell'album è però la breve strumentale di chitarra acustica e doppia elettrica "Voice Of The Soul", che incanta nelle sue atmosfere e commuove nel pianto che il feedback della distorsione urla attraverso l'amplificatore.
Alla fine del disco è presente anche una cover di "Painkiller", lo storico potentissimo brano dei Judas Priest, ma suona troppo caotica e satura rispetto all'originale, e le urla di Chuck Schuldiner non hanno l'efficacia e il carisma degli acuti di Rob Halford. È solo un neo alla fine di un album memorabile che è ancora oggi tra i più ascoltati di sempre dai Death e che per molti, col senno di poi, è divenuto il testamento sonoro di Chuck Schuldiner, l'equilibrio equimolare tra le differenti tendenze che l'hanno accompagnato nella carriera fino a quel punto.

Nel 1999 può finalmente esordire il progetto Control Denied con The Fragile Art Of Existance. Schuldiner si concentra sulla chitarra e lascia il microfono a Tim Aymar, di cui ammira l'ugola potente, capace di acuti ruvidi e carismatici: per lui è un cantante eccezionale che sfodera proprio tutto quel repertorio canoro pulito che vorrebbe essere in grado di esprimere ma che non possiede. Le composizioni sono molto simili a quelle di The Sound Of Perseverance nella struttura, ma con atmosfere meno opprimenti, e con maggiore spazio per dialoghi virtuosisti tra gli strumenti. Il riffing si avvicina alla corrente americana power-metal (Metal Church, primi Savatage, Jag Panzer), che si differenzia da quella nota in Europa per i suoni ben più cupi e duri, con parti in midtempo e maggiori influenze dall'heavy-metal che dallo speed-metal.
Non si tratta di un lavoro rivoluzionario e la scrittura delle canzoni è discontinua. Ma il risultato è poliedrico, guidato da una percepibile volontà di rinnovamento, in cui gli ultimi Death si siedono al crocevia tra Coroner, Nevermore, Metal Church e Queensryche. Ciò lo rende interessante anche quando non del tutto convincente e lascia presagire evoluzioni future più a fuoco e metabolizzate.
L'iniziale "Consumed" è un pezzo oscuro ma graffiante, guidato dalle chitarre taglienti che sfociano in un tetro assolo. "Breaking The Broken", più suadente, alterna fraseggi irresistibili e placidi di basso, affidati al rientrante Steve Di Giorgio (il cui tocco si avverte tutto), a riff power-metal improvvisi, con un assolo poeticamente allucinante a fare da raccordo. "Expect The Unexpected" ha un ritornello trascinante innestato su un groviglio strumentale impressionante e intenso, ma basato su struttura prog.
"When The Link Becomes Missing" sfodera una malinconia palpabile nelle sequenze di chitarra acustica ed elettrica. Questa cede poi spazio all'emozionalità grintosa di "Believe", che sfoggia anche gli unici riff death-metal del disco. Infine, la title track, ciliegina di un disco che non è un capolavoro ma che risulta tutto sommato godibile e promettente per il futuro.

Si sente che Schuldiner ha tanto di nuovo da esprimere, e che anzi vorrebbe fare ancora di più. Purtroppo, però, non potrà proseguire il suo nuovo percorso, in quanto nel 1999 gli viene diagnosticato un terribile tumore al cervello. In un primo momento sembra riuscire a sconfiggerlo grazie alle terapie, tanto che inizia a scrivere il secondo album a nome Control Denied e incide le prime demo. Ma poi c'è una ricaduta, dalla quale non si riprende più, nonostante gli sforzi per aiutarlo, raccogliendo fondi per le cure, ad opera di musicisti diversissimi come Dave Grohl e Ozzy Osbourne. Schuldiner muore il 13 dicembre 2001. La sua scomparsa lascia in lutto tutta la scena metal estrema, e anche oltre. Arriveranno condoglianze tanto dai Morbid Angel quanto dai System of a Down, a testimonianza di come la sua influenza, come chitarrista e compositore, sia andata oltre il death-metal.

We were set free
what is to be?


Ringraziamenti a Emanuele Pavia e Antonio Silvestri per la revisione e i contributi.

Death - Chuck Schuldiner

Il suono della perseveranza

di Alessandro Mattedi

Tra i padri fondatori del death metal, che ha per di più trasformato e superato, Chuck Schuldiner con i suoi Death ha segnato un'epoca per il metal estremo. Con una serie di album sensazionali che pochi possono eguagliare
Death - Chuck Schuldiner
Discografia
 Mantas - Death By Metal (demo autoprodotta, 1984) 
 Death - Scream Bloody Gore (Combat, 1987) 
Death - Leprosy (Combat, 1988) 
 Death - Spiritual Healing (Combat, 1990) 
Death - Human (Relativity, 1991) 
Death - Individual Thought Patterns (Relativity, 1995) 
Death - Symbolic (Roadrunner, 1995) 
 Death - The Sound of Perseverance (Nuclear Blast, 1998) 
 Control Denied - The Fragile Art of Existence (Nuclear Blast, 1999) 
 Death - Death & Raw: Live in Los Angeles (Nuclear Blast, live, 2001) 
 Death - Live in Eindhoven (Nuclear Blast, live, 2001) 
 Control Denied - Zero Tolerance (Karmageddon, compilation, 2004) 
 Death - Live in Cottbus '98 (Nuclear Blast, Dvd, 2005) 
 Mantas - Death By Metal (Relapse, compilation, 2012) 
 Death - Vivus (Relapse, live, compilation, 2012) 

 

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DEATH

… For the Whole World to See

(2009 - City Slang)
Finalmente pubblicato il "mitico" demo della band di Detroit