Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani - N. 126 - Febbraio 2022

di Michele Saran

01_autostopp_600AUTOSTOPPISTI DEL MAGICO SENTIERO - PASOLINI E LA PESTE (New Model Label, 2021)
avant-prog

Fabrizio Citossi espande il duo Rive No Tocje con il poeta Franco Polentarutti in Autostoppisti Del Magico Sentiero, ispirato dalle sue letture di Chatwin da cui desume anche il nuovo nome, per il blues-jazz del primo mini “Sovrapposizione di antropologia e zootecnia” (2020), che comunque già propone anche un numero per elettronica e voci diavolesche, “La città è un ovile sovrapposto ad un giardino”. “Pasolini e la peste” è invece una vera rivoluzione perpetrata da tre momenti. La title track è un rozzo doppio assolo free-jazz performato sopra uno sdrucito baccano di voci deformi, abrasioni elettroniche e percussioni sparse. “Academiuta Post Perestroika” impacca un ritmo subliminale informe, un’aura di didgeridoo, una fanfara caotica e una babele di dichiarazioni declamate. I 9 minuti di “Blues dell’Idroscalo”, introdotti da una poesia “concreta” di Polentarutti nello stile di “Evaporazione” di Stratos e costantemente incalzati da un flauto spiritato, raggiungono poi il vertice del rumorismo: lo stuolo dei musicisti produce un frastuono macroscopico tutto proteso a una sinistra forma d’estasi, fino agli ultimi due minuti di strana catarsi apocalittica. Concept didascalico dedicato all’ultimo Pasolini, conterraneo di Citossi, all’inasprirsi intellettuale della sua condanna e al delitto di Ostia (1975). Alla serie di spezzoni parlati - massime, monologhi e registrazioni d’epoca -, talmente in visibilio da rischiare di ammosciare il progetto, soccorre, e torreggia, un sincero innesto tra Stelle Di Mario Schifano e Red Crayola da farne una vetta del rock italiano anni 20. Abbastanza gradevoli i brani minori, “Mossave Attack” su tutti. Oltre trenta elementi contando il nucleo degli Autostoppisti (Citossi-Polentarutti con Federico Sbaiz, Marco Tomasin e il didgeridoo di Martin O’Loughlin), le voci recitanti e gli ospiti, un record assoluto (Michele Saran7/10)


02_violentsc_600VIOLENT SCENES - REBIRTH EP (Stand Alone Complex, 2022)
post-rock

I Violent Scenes nell’Ep “Rebirth” selezionano tre canzoni dal loro primo “Know By Heart” (2017) per rielaborarle secondo un modus desunto dalle ultime esibizioni dal vivo. “From Above” diventa “Unit: 01”, allungandosi a sette minuti di lamento post-soul su soundscape chitarristica di rifrazioni e allucinazioni elettroniche (e uno scatto di rapido folk digitale). L’attacco di “Unit: 02” (l’originaria “Violent Scenes”) fa un sublime calco dei capolavori chitarristici free-form del primo post-rock britannico, il Mark Hollis di “Taphead”, il Graham Sutton di “Fingerspit”, il Neil Halstead di “Rutti”, per solcarlo con uno straziato acuto Jeff Buckley-iano. Più vicina all’idea tradizionale di remix è la trasformazione di “Weigh Me Down” in “Unit: 03”, ma anche questa annovera un’originale revisione del canto, discordanze e contrappunti disgiunti. La mossa del quartetto di Gioia Del Colle (Bari) - Giorgio Cuscito, Gianvito Novielli, Gianfranco Maselli, Antonio Iacovazzi - è corretta, pur castrata dal formato corto. Con la scusa di sintonizzarsi con le esperienze di sonorizzatori di spettacoli, reading e live painting frattanto maturate (“Abbandoni”, 2019, “Sushumna”, 2020, oltre a quelli del solo Novielli), estrudono, lucidano, drammatizzano il sound, insufflando anche toni intellettuali d’avanguardia. Qualità timbrica, specie le chitarre, da annuario (Michele Saran6,5/10)


03_delnorDEL NORTE - I WAS BADGER THAN THIS (autoprod., 2021)
noise-pop

Il power-trio dei Del Norte debutta con l’Ep “Teenage Mutant Ninja Failures” (2017) ma va realmente a segno qualche anno dopo con il primo lungo “I Was Badger Than This”. Cominciano con la nenia apatica del singolo “Half Moon + Punch” ma entrano nel vivo con “Nora Is Having A Shower” forte anche di un piccolo saggio di vecchia psichedelia. I refrain strascicati persi in mezzo a distorsioni metal di “Summer If For Lonely Boys” e soprattutto “Should Knew It” (con coda infernale) si stemperano nella serenata da spiaggia di “Sunny”. Riprendono poi slancio nei due vertici della collezione, la Pixies-iana “Song For A” con distorsioni elettroniche, e nei 7 minuti spediti e ancora lisergici di “Sycamore Grove”, con un intermezzo di armonie levitanti che rilancia una certa ambizione in fieri. Frutto della collaborazione tra due stagionati del sottosuolo do-it-yourself pesarese, il chitarrista Gianfranco Gabbani e il bassista Luca Follega, oltre alla batteria di Gianluca Fucci, mixato - non stupendamente - da Michele Conti. E’ una prode imitazione del più generico dopo-punk Usa anni 80: qualità e spirito lo-fi, rumore chitarristico di sintesi tra MooreMascis e Corgan, insistente, impastata ripetitività delle canzoni (anche un po’ zavorra), poche cadute di stile. Si apprezza al meglio in cuffia (Michele Saran6/10)


04_duramDURAME - FONDAMENTA (Ribess, 2021)
songwriter

Dismesso il death-industrial a nome Grammo Di Soma e il grind dei Peste E Carestia, il napoletano Antonio Iannone si reincarna come Durame in veste di cantore dei propri malesseri esistenziali. Lo fa a suo modo: basso acustico appena strimpellato, sottofondo indistinto di rumori concreti, sintetizzatore anemico, percussioni sparse. Soprattutto spicca (o, meglio, tutto fa tranne che spiccare) la sua voce, indolente e apatica, indecisa tra confessione a mezza voce e canto scazzato. Trattati a un livello base questi ingredienti danno l’allucinazione di “Casavatore” e il bisbiglio di “Sogno”, ma anche “Cinema”, un “racconto” di appena due frasucole disperse in un pattern post-psichedelico. A un livello di musicalità appena superiore appaiono “Armadio”, da cui trapela un timbro di simil-accordion, e “Asciugamano”, aumentata da una registrazione d’ambiente con suoni gassosi. E a un livello invece appena più canoro sta infine “Divano”. Il limite di quest’informe concrezione di Jandek e del folk apocalittico, ma più discendente diretto della calma irreale del lockdown, sta nel suo status sbrigativo di abbozzo, come comprovano “Resa”, naturale sfogo di disgiunzione sonica, interessante e senza seguito, e i minutaggi quasi irrisori (ventun minuti in totale). Affine a Forestale Val D’Aupa (zampino Ribess Records non per niente). Produce Paolo Messere (Michele Saran6/10)


05_francescomFRANCESCO MALAGUTI - THE HEDGEHOG DILEMMA (autoprod., 2021)
progressive electronic

“The Hedgehog Dilemma”, seguito di “Faust Und Netflix” (2020), comincia con un paio di numeri di routine synth-pop e synthwave. Quindi viene però la sostanza. “I’m Dead Alive” è un crescendo digitale che segue un’armonia paradisiaca sospinta con tenace insistenza, non dissimile dall’eterna mestizia di certi cantici ambient di Sam Rosenthal (anche se verso la fine stroppia in arrangiamento). Più amatoriale suona la sensuale passerella di gemiti su calligrafia M83 di “Toxic Affection”, ma la sua “Reprise” insieme la estremizza e ingentilisce su un bordone d’organo. “In A Little Place” sembra un appassimento di un pezzo smooth-soul orchestrale di Barry White (peccato per la seconda parte convenzionale). “I’m Not A Machine”, 11 minuti, è il pezzo forte che riprende “I’m Dead Alive” in maniera anche più eterea, deliziosamente impalpabile (droni d’organo, contrappunto elettronico, basso fusion), a trasformarsi poi in un pezzo da camera, con una spina dorsale che fa anche da spina nel fianco, un monologo parlato lungo quanto il brano. “The Dopamine Dilemma” non è una gran chiusa. Il bolognese Francesco Malaguti sforna un altro concept ambizioso, di nuovo ambiziosamente calato nell’era contemporanea: il “dilemma dei porcospini” di Schopenhauer e la psicologia delle masse ritradotti dalla pandemia, dal metaverso, da Elon Musk (parlotta in “I’m Not A Machine” ma in bonus giustamente c’è anche la sua versione solo strumentale). Musicalmente parlando si accontenta di meno, di un pastiche di suono un po’ (troppo) casual tra il futuristico e il vintage che vanta grazia ed efficacia, tralasciando le pecche (Michele Saran6/10)


06_gianlucaf_600GIANLUCA FERRANTE - KORE (Megasound, 2021)
new age

Romano bassista, ma pure polistrumentista e arrangiatore, collaboratore di svariati progetti e membro degli Ardecore, Gianluca Ferrante si ritaglia uno spazio per sé incidendo il suo primo “Kore”. Gli spunti ci sono: “Kore” è un’aria quasi-theremin poggiata su puri palpiti; l’incalzante balletto pianistico minimalista di “Mystes” si prolunga nel ping-pong di note su un’inquietudine cameristica in “Kepos”, che a sua volta si prolunga in tremoli di echi dal clima elisabettiano di “Anodos”; la chiusa è un carillon folk rallentato, invecchiato e (soprattutto) intristito, “Omphalos”. A mancare sono i brani e, forse, anche l’album in toto. Davvero una disdetta non poter sentire esploso il potenziale di questo misterico concept seducente, penetrante, non ultimo curato, e inspiegabilmente stringato. Videoclip di “Kore” con i disegni di Leonardo Greco animati da Consuelo Decina (Michele Saran6/10)


07_miriamrMIRIAM RICORDI - CIBO E SESSO (Rodaus, 2022)
songwriter

Miriam Ricordi, cantautrice, cantante e chitarrista nasce a Pescara nel ’90 e debutta poco più che ventenne con il singolo “Stratega” (2013). Quasi una decade dopo con “Cibo e sesso” giunge a una prima maturità artistica ed estetica. Canzoni come “Mi esplode la testa” e “Vieni a provare”, rozze sfuriate hard-rock in 2/2, sono i nuovi mezzi espressivi delle sue invettive liriche sentimentali, ma non ha meno furia il funk pestato di “Presto dottore”, cantata invece in toni eccentrici. Sul fronte del citazionismo vince il bozzetto impressionista di “Venezia”, quasi fratturata tra strofa glam-rock e ritornello disco-punk alla Blondie, laddove non si regge granché “Metabolismo”, un tributo sfacciato alla “Sympathy For The Devil” degli Stones peggiorato da intonazioni leggerine. Ma soprattutto figura “Siamo sordi davvero”, la sua massima hit, una filastrocca folk-rock che sintetizza milanesità e stornelli romaneschi su un appiccicoso tempo skiffle. Forse meno creativo del precedente “Persuadimi” (2017) ma di certo più focoso: passata la chanteuse arriva la rocker erede di Joan Jett e Loredana Bertè, vocalmente ruggente e spiritosamente ironica nelle confessioni, a capo di una propria frizzante squadretta data dalla sezione ritmica di Matteo Teodoro, basso, e Valerio Campione, batteria, più le rifiniture elettroniche (e il sax selvaggio) del produttore Luca Ricordi (Michele Saran6/10)


08_ditonellap_600DITONELLAPIAGA - CAMOUFLAGE (Dischi Belli, 2022)
dance-pop

Esclusa la prima “Parli” (2019), “Camouflage” raccoglie lo scibile finora prodotto dalla cantantessa electro-r’n’b Ditonellapiaga. Anzitutto stanno i classici poli opposti, quello irruento dato da “Morphina” (2020), un rap-techno con infiltrazioni reggaeton, e quello mellifluo della ballatina urban “Spreco di potenziale” (2021), quindi l’Ep “Morsi” (2021) con un’ancor più esotica “Repito” e un’“Altrove” dal sinistro drone elettronico, e un altro singolo, il più dimenticabile, “Non ti perdo mai” (2021) a quattro mani con Fulminacci. Una buona aggiunta, il rave post-Kylie Minogue di “Prozac”, e una discreta, lo spedito calembour di “Vogue”. Sostenuta dalle solide intelaiature retrò dei bbprod (Benjamin Ventura e Alessandro Casagni), la performer, al secolo Margherita Carducci, romana, classe ’97, un po’ bara nell’ostentare una personalità camaleontica tramite una voce piuttosto media, anche se destramente sciolta in flow fulminei, la sua specialità. Non così inascoltabile. Partecipazione a Sanremo 2022 con Rettore. Targa Tenco 2022 sezione  “Opera prima” (Michele Saran5,5/10)


09_rene_600RENEE - A CASA MIA (Ferramenta Dischi, 2021)
soul-hop

Renato “Renee” D’Amico dà il suo contributo come autore in “A Casa Mia”. Il suo talento alla produzione si saggia fin dalla “Intro”, un bozzetto digitale distorto alla M83. L’amore per la modellazione analogica sgorga poi in “A casa mia”, arrangiato come una batucada con twang chitarristico lamentoso in sottofondo, ma una sua versione fratturata e persino espressionista anima “Parli la mia lingua”, un Battisti remixato brutalmente. Oltre a brani introspettivi di corredo, il post-gospel “Gli occhi” e la più pianistica, raminga “Mammifero”, c’è anche una “Ridere” di soli 2 minuti introdotta da una cadenza di canto folk sardo e chiusa da un rap al fulmicotone. Debutto del giovane fiorentino già produttore e turnista live di Emma Nolde e Postino, discreto nella prima parte, varia e tenuta salda da una certa mondizia. Dispensabile la seconda, scarica, sdilinquita e senza idee (al massimo l’impressionistica “Ti vedo nuda”). Singoli: “A casa mia” e “Ridere”. Presentato assieme a una linea di abiti concepita con Francesca Lombardi (Michele Saran5,5/10)


10_elsan_600EL SANTO - IL GIORNO DOPO IL LIETO FINE (Viceversa, 2021)
alt-rock

Sembra mancare un vero filo conduttore ne “Il giorno dopo il lieto fine” degli El Santo. Un’ipotesi potrebbe darla la fusione tra folk-blues e ritornelli it-pop (non impeccabile in “Skin” e “Nulla si distrugge”, superiore in “Se la sete deve bruciarmi”), ma poi già si sbarella: una “Jesoo” tenta la carta del power-pop, “Lagrima” quella della furia elettronica e “Juda fa Juda” l’hard-rock acido. Non esaltante ritorno della compagine milanese erede dei La Stasi a otto anni da “Il topo che stava nel mio muro” (2013). Esagerato negli arrangiamenti, scarso nelle canzoni: vince probabilmente “Alessandria” col suo refrain multi-voce quasi-Crosby, almeno in sobrietà. Il titolo dell’album è la sua cosa più bella (Michele Saran5/10)

Playlist
AUTOSTOPPISTI DEL MAGICO SENTIERO - PASOLINI E LA PESTE (New Model Label, 2021)
VIOLENT SCENES - REBIRTH EP (Stand Alone Complex, 2022)
DEL NORTE - I WAS BADGER THAN THIS (autoprod., 2021)
DURAME - FONDAMENTA (Ribess, 2021)
FRANCESCO MALAGUTI - THE HEDGEHOG DILEMMA (autoprod., 2021)
GIANLUCA FERRANTE - KORE (Megasound, 2021)
MIRIAM RICORDI - CIBO E SESSO (Rodaus, 2022)
DITONELLAPIAGA - CAMOUFLAGE (Dischi Belli, 2022)
RENEE - A CASA MIA (Ferramenta Dischi, 2021)
EL SANTO - IL GIORNO DOPO IL LIETO FINE (Viceversa, 2021)