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Kscope - Il tempio del post-prog

di Marco Sgrignoli

È la fine del 2007, un giorno come un altro. Nel lettore cd di Johnny Wilks, responsabile sales&marketing dell’etichetta londinese Snapper Music, suona il demo di un nuovo album: è “Tightly Unwound”, il settimo dei britannici Pineapple Thief. È stato Steven Wilson, leader dei Porcupine Tree nonché cavallo di battaglia della label, a consigliargli l’ascolto. Il disco è valido, molto valido, e sembra perfetto per compiere un passo che da un po’ prende forma nella mente di Wilks: creare uno spazio che possa far da casa ad altri progetti alla frontiera tra pop, progressive, musica indipendente e sperimentazione. Il disegno ruota attorno a un nome, “Kscope”, contrazione di “kaleidoscope” (e al tempo stesso richiamo all’etichetta settantiana K-Tel), scelto nel 1999 da Steven Wilson come marchio per contrassegnare i propri progetti all’interno di Snapper Music.
Wilks bracca il collega Tony Harris nel cucinotto annesso all’ufficio, gli espone l’idea; poco dopo, i due sono dal managing director Fred Jude a presentare il progetto, che viene approvato con entusiasmo. “Tightly Unwound” viene annunciato nel febbraio 2008 sul sito della neonata etichetta.

La press release iniziale afferma che negli anni immediatamente precedenti “un sempre più vasto movimento di formazioni ha iniziato a spogliare il progressive rock dei suoi eccessi e cliché, ristabilendo il suo desiderio iniziale di sperimentare con fonti musicali eclettiche e molteplici possibilità sonore, per riuscire a creare qualcosa che abbia significato qui e ora”. Cita poi una gamma assai diversificata di artisti esemplificatori di questa tendenza: Porcupine Tree, Radiohead, Amplifier, Oceansize, Muse, Opeth, Mars Volta in ambito “nu-prog” e prog-metal, ma anche Sigur Rós, Godspeed You! Black Emperor e Tortoise in territorio post-rock, Rain Tree Crow, No-Man e Air come alfieri dell’”ambient-prog”, Lewis Taylor (“soul prog”) e perfino Neon Neon e Dälek (“prog-hop”).
È proprio Tim Bowness dei No-Man, associati al marchio Kscope fin dalla riedizione di “Flowermouth”, nel 2005, a proporre l’espressione che fin da principio farà da biglietto da visita al progetto: “post-progressive sounds”. Un modo efficace - e quasi antitetico a “neoprog” - per indicare musica che, provenendo da percorsi stilistici anche molto lontani dal progressive rock comunemente inteso, condivida con quest’ultimo l’attitudine alla costruzione di atmosfere cangianti, al dialogo fra canzone e ricerca, alle tessiture strumentali dal carattere fortemente evocativo.

Negli anni, con l’ampliamento del catalogo e l’influenza del sound Kscope sugli artisti emergenti, la categoria di post-prog si sarebbe affermata come chiave di lettura sia per gli appassionati che per i giornalisti. Kscope sarebbe diventata il nome di riferimento della scena e, pur mantenendo una proposta molto diversificata, il suo imprinting si sarebbe fatto più evidente.
Questa compilation vuole tentare una sintesi e al tempo stesso un percorso attraverso le molteplici anime dell’etichetta. Si va dai progetti più vistosamente legati ai Porcupine Tree (Steven Wilson, Pineapple Thief, No-Man, Blackfield) alle traiettorie “in fuga dal metal” di artisti come Lunatic Soul (one-man band di Mariusz Duda dei Riverside), Katatonia, Anathema, Ulver, sconfinando anche nel synth-pop con The Receiver o Envy Of None (ultima creatura del chitarrista dei Rush, Alex Lifeson).

Che si tratti di artisti esordienti o di vecchie glorie (Ian Anderson dei Jethro Tull e Paul Draper dei Mansun sono entrambi accasati presso l’etichetta), alcuni fili conduttori emergono facilmente: la notevole gamma dinamica che caratterizza il songwriting di Steven Wilson si ritrova anche in artisti che spaziano in uno stesso brano dal rock acustico alle distorsioni metalliche; il drumming “espanso” di Gavin Harrison sembra il modello di molti incastri ritmici, discreti ma avvolgenti; l’impianto atmosferico del tastierismo di Richard Barbieri riecheggia anche negli italiani Nosound, nel mood sospeso dei folkeggianti Se Delan e nelle stratificazioni di molti altri.
Qua e là, la marcata ricerca di un’espressività trascinante ma delicata sconfina nel pretenzioso; talvolta forse anche nel monotono. Nel complesso, però, è soprattutto la personalità a emergere, con artisti come Gazpacho, Gleb Kolyadin (tastierista dei russi Iamthemorning) e i paladini djent Tesseract che riescono a risultare magniloquenti e sorprendenti come il prog sinfonico dei tempi che furono, pur senza richiamarlo direttamente dal punto di vista sonoro.