Arnaud Rebotini

Arnaud Rebotini

Il French Touch 2.0 in analogico

di Daniela Masella

Dal death metal-noise grunge all’electro-rock, passando per il pop sperimentale, fino ad arrivare alla musica techno: ecco la storia di un uomo in grado di ridare forza e vitalità con solo macchine analogiche e strumentazioni d’epoca a un genere divenuto troppo spesso sinonimo di anonime sperimentazioni informatiche
Arnaud Rebotini non è solo musicista, dj, cantante e compositore di musica elettronica, ma anche produttore rinomato e co-autore di innumerevoli progetti. Artisti del calibro di Oliver Huntemann, Zen Kei, The Rapture, Tiefschwarz, Noir Desir, Rammstein e non ultimi i Depeche Mode lo hanno ingaggiato per i loro remix. Ma per meglio comprendere la storia di questo ancora semisconosciuto dio della techno, è opportuno cominciare dall’inizio.

Le origini e i primi passi nel death-metal

Nato nel 1970, nel piccolo comune di Nancy a nord-est della Francia, Rebotini muove i suoi primi passi, probabilmente spinto da gusti paterni, in ambito funk e disco. Ma ben presto il giovane adolescente si ribella, sceglie l’alias forse un po' profetico di Zend Avesta e si sposta su espressioni acustiche violente, filo death-metal con il suo primo gruppo noise-grunge dal nome - non certo imprevedibile - di Post Mortum, futura evoluzione degli Swamp.
Le influenze sono chiare sin dall’inizio: Burzum, Metallica, Mahyem, Lynyrd Skynyrd. Si tratta della death-metal old school: musica arrabbiata, urlata, agli estremi del trash, con virtuosismi vocali in growl e atmosfere apocalittiche e disperate. Ne sono un esempio brani come “Morbid Desecration”, “Unsane” o “Final Chapter”. Sarà poi sotto il nome di Swamp che il gruppo si perfezionerà, dando alla luce pezzi più studiati e ricercati come “Forest Of Sin”, “Shiva” e l’omonima “Swamp”, strutturata a sorpresa su di una straziante voce femminile.
Ad oggi, di tutto questo resta ben poca traccia: online, se si è fortunati, si può reperire qualche pezzo su Myspace, ma tutto il resto è ormai storia morta, anche se pur sempre solida base di partenza per la formazione del futuro Rebotini.

L’incontro con Ivan Smagghe e la nascita dei Black Strobe

Arnaud RebotiniLa vita continua e Arnaud comincia a lavorare come venditore nella boutique parigina di cd e vinili del marchio inglese Rough Trade, oggi ormai scomparso del tutto, almeno nella ville lumiere. E qui, come il classico inizio di tutte le buone storie di amicizia, incontra per caso Ivan Smagghe, all’epoca noto dj, oggi riconosciuto profeta della musica techno del terzo millennio, nonché co-fondatore dell’etichetta Kill The Dj, con il quale di lì a poco darà vita al duo dei Black Strobe.
I Black Strobe, letteralmente “stroboscopio nero”, si ispirano, anzi sembrano ispirare e dare impulso alla corrente dance ed electroclash inglese di quegli anni. Il pezzo "Me And Madonna", che uscirà poi nel 2002, illustra bene questo orientamento: testo scarno e ripetitivo, ma dalla sensualità ostentata e disincantata, il tutto accompagnato da sonorità techno-dance e synth-pop. Testimone del periodo è il mini-album Chemical Sweet Girl (Output Records, 2004), che include oltre alla già citata “Me And Madonna”, altre sei ballate dance strutturate su drum machine e sintetizzatori.

A seguire, l’Ep A Remix Selection, pubblicato sotto l’etichetta Play Loud (2006), ad edizione limitata, dove appaiono remix brillanti e in chiave dark di pietre miliari della musica electro, come ad esempio “Something To Do” dei Depeche Mode, “Like Eating Glass” dei Bloc Party e, non ultimo, “Keine Lust” dei Rammstein.

Ma prima un passo indietro al ’97: è proprio in quell’anno, mentre i Black Strobe si accingono a prendere forma, che l’house filtrata del French Touch perde terreno e sembra esalare i suoi ultimi respiri. Saranno proprio Arnaud e Ivan Smagghe, con un pezzo ipnotico, lungo, acido e malinconico, dal titolo del tutto azzeccato di “Paris Acid City”, a riuscire nell’ardua impresa di rivitalizzare quel french touch che stava perdendo colpi, re-introducendo l’house nei club parigini e non solo. La ricetta è semplice: “Paris Acid City” presenta infatti una struttura molto elementare, fatta di beat e baseline scarni, una classica electro-music track di primo remix garage, con voce mono-tono che ripete senza fine “Paris Acid City”. Stessa formula, questa volta un po' più sintetizzata, verrà poi applicata al lavoro successivo “Innerstring”, fino ad arrivare a “Italian Fireflies”, dove si comincia a intravedere una struttura più articolata: i Black Strobe sembrano crescere, modificarsi e centrare il loro stile.
Il lavoro di centratura stilistica porterà, però, ad alcune divergenze, fino a quando nel 2006 Ivan deciderà di abbandonare il progetto anche per andare incontro alla sua carriera di dj superstar che l’attendeva a Londra e Arnaud trasformerà quello che fino all’ora era stato solo un semplice duo, in una vera e propria band, con l‘arrivo di David Shaw alla chitarra, Bastien Burger al basso e pianole e Benjamin Beaulieu alla batteria. È con questa nuova formazione che i Black Strobe danno alla luce nel 2007 l’album Burn Your Own Church (Playlouderecordings), dove compaiono in maniera esplicita nuove ispirazioni a gruppi pop sperimentali e industrial post-punk, come Front 242, Nitzer Ebb e Cabaret Voltaire.

Bruciare vecchi idoli per dar vita a una nuova religione

Con Burn Your Own Church, Rebotini sembra lasciare quasi del tutto la techno-dance semplificata e ripetitiva dei primi Black Strobe, per abbracciare sonorità più virili, complesse ed eterogenee. Concetto del resto ben illustrato anche nella veste grafica del cd: al nome del gruppo si sovrappone infatti una multipla cancellatura a penna, a cui si aggiunge giusto in basso, in un nitido corsivo minuscolo, il titolo dell’album. È un Ep a 365 gradi, da ascoltare dalla prima all’ultima traccia nel rigoroso ordine di successione proposto.
Prima traccia all’ascolto, un pezzo strumentale “Brenn Di Ega Kjerk”, traduzione norvegese di “Burn Your Own Church” ed è subito Rebotini-style: suoni sintetici e bass line in un continuo e vorticoso crescendo, con tamburi molto più combattivi rispetto alla precedente produzione, il tutto teso a costruire un’immagine legata a paesaggi metropolitani, freddi, cupi quasi futuristici.
Si prosegue con “Shining Bright Star”, dove allo sbattere delle corde del basso e al suono potente della batteria, si aggiungono le tastiere elettroniche spinte al massimo nel tentativo di trovare uno spazio tra gli accordi della chitarra elettrica e il timbro di voce di Arnaud, che questa volta sembra uguagliare in tutto e per tutto un altro nume dell'elettronica pop, ovvero Dave Gahan, ed è immediato il paragone con i Depeche Mode, che ritornerà poi anche per altre tracce dell'album, come “Not What You Want”, “You Should Be”, “Lady 13”, “Crave For Speed”.
Ma cedere a facili generalizzazioni sarebbe troppo azzardato, nonché fuori luogo. È infatti con “Girl Next Door” che si resta basiti, trovandosi inaspettatamente di fronte a una ballata medievale in chiave moderna, dal ritmo dolce e delicato ma al contempo noir e oppressivo: un sound vellutato, che echeggia atmosfere lynchiane, electro-dark psichedeliche, dove suoni e voce appaiono più fruscio che urlo.
Ma ancora una volta apprestarsi a classificazioni sarebbe un errore perché con la track successiva, ovvero “Blood Shot Eyes”, Arnaud torna invece a urlare in faccia tutta la sua potenza musicale e il paragone va a tutt’altri gruppi, rispetto a quelli prima citati. Ci troviamo in pieno breakbeat elettronico, violento e furioso, quasi echeggio dell’energica forza dei Prodigy di fine anni 90, con intramezzi e pause geniali dalle esortazioni rabbiose del tipo “And I Want It To Stop Right Now!”. E se si pensa di averne avuto abbastanza per un Ep, in realtà ancora non è finita, poiché, a parte qualche pezzo dance come “Buzz, Buzz, Buzz”, con “I Am A Man” i Black Strobe escono di nuovo fuori da ogni rango, offrendo un perfetto e ironico rock and roll sound. Quello in cui ci si imbatte ascoltando Burn Your Own Church è dunque un lavoro complesso e diversificato in generi, stili e forme, ma con un solo e significativo filo conduttore, quello del Rebotini-style. Da notare poi che proprio brani come “I Am A Man” sono stati utilizzati in diverse produzioni cinematografiche e televisive, come nel film “Rockenrolla” del 2008 e nel secondo episodio della serie tv “The Walking Dead”.
Ma nonostante questo e le molteplici performance live, i Black Strobe restano un prodotto nord-europeo, forse ancora troppo di nicchia per sfondare a livello internazionale.

La lunga pausa e i lavori solisti

Arnaud RebotiniProbabilmente stanco e sfinito dalla tournée che aveva accompagnato l’uscita di Burn Your Own Church, Rebotini decide a fine 2007 di ritirarsi e fermarsi un attimo. Si chiude allora in studio, spegne il suo pc, dimentica i programmi e tutti gli altri plug-in che nel bene o nel male avevano comunque influenzato la sua produzione e ne approfitta per far resuscitare vecchie macchine d’epoca collezionate nel corso degli anni, come le sue TR-808, SH-101, TR-909, TB-303 o la Juno 60, tutte apparecchiature troppo analogiche per la techno music di quegli anni. Ma, come ammetterà lo stesso Arnaud in un’intervista, “quando mi sono ritrovato di fronte alle mie macchine a ritmo e ai miei sintetizzatori, mi sono sentito così a mio agio, che ho avuto come l’impressione di averle utilizzate da sempre... Il piacere di ritrovare questi suoni è stato una rivelazione. Quando si accende un sintetizzatore, si gioca con uno strumento che fa parte della storia della musica. Un pc resta pur sempre una macchina per inviare mail”.
Il ritorno alle origini troverà concreta realizzazione nell’album Music Component che Rebotini realizzerà da solo, pubblicandolo sotto l’etichetta francese Citizen, la stessa casa di produzione di Vitalic. L’album testimonia la riscoperta di diodi e transistor, e omaggia in maniera esplicita la filosofia originaria della prima techno e i classici della musica elettronica: pezzi lunghi, strumentali, ripetitivi, potenti e melanconici, tesi a sviluppare un’unica idea di base fino all’ossessione. Sia sufficiente in merito l’ascolto di una traccia tra tutte: “The Swamp Waltz”.
Brani di classe che dimostrano come la techno possa ancora vivere di vita propria anche al di fuori dei dancefloor e che varranno a Rebotini un posto di tutto rispetto tra i nomi dei grandi artisti di settore, come Carl Craig, Plastikman o Drexciya, solo per menzionarne alcuni.
Ma Music Component è soprattutto un album che si pone contro-corrente, contro la saturazione sterile, la confusione di generi, l’ibridazione dei formati, le idee mal sviluppate. Rebotini ridà corpo alla musica techno, ma senza mai trascurare arrangiamenti e melodia, dando prova non solo di una profonda conoscenza del genere – da notare in questo senso la sua attiva collaborazione dal 2004 con il Grm (Groupe de recherche musicale), laboratorio sperimentale di musica elettroacustica - ma anche della sua abilità nel creare del nuovo dal vecchio, rimanendo distaccato dal coro e dalle mode del momento, tutto intento a sviluppare in maniera coerente e disinteressata la propria e personalissima concezione in chiave analogica.

Forse solo oggi, che i sintetizzatori d’epoca vanno a ruba su e-Bay, che mitiche case di costruzione rimettono mano alle proprie macchine per dar vita ad altre più efficienti e che produttori rinomati criticano apertamente i limiti creativi della musica elaborata su computer, che si può capire fino a che punto Rebotini, inseguendo la propria nostalgia per la techno, sia stato un vero e proprio visionario. Ed è così che di fronte al successo inaspettato e comunque rivelatore di Music Component, prende corpo a solo un anno di distanza, Music Component Rev 2 (Citizens, 2009). In quest’ultimo album è mantenuta la lista originale delle tracce presenti nel precedente, ma ogni singolo pezzo è rivisitato da tecnici esperti del settore, come Chloé, Jesper Dahlback, Discodeine, Xaver Naudascher, Martini Bros, Steve Moore e tanti altri. Questa nuova versione è più un progetto partecipativo che una semplice compilation di remix. Un progetto brillante e originale, un perfetto melange tra la techno classica e le nuove tendenze electro.

Nel frattempo Rebotini continuerà a dar vita a progetti collaterali, come quelli che editerà sotto il suo vecchio pseudonimo di Zend Avesta, o Avalanche, oppure ancora il nuovo di Aleph, e l’Ep di sole 3 tracce Back From Beyond, pubblicato sempre dalla Play Loud, nel 2009, con i Black Strobe, dove sembra essere tornata a farsi sentire la sua passione per la electronic body music e i remix più di taglio anni 80.
Ma forse la tappa fondamentale e più degna di nota in tutto questo periodo sarà finalmente nel 2010 la nascita della propria casa di produzione: la Blackstrobe Records, appunto.

Il ritorno alla religione e le nuove contaminazioni in chiave boogie

 Dinnanzi ai successi riportati da Music Components e dalle sue rivisitazioni, nonché dalle molteplici perfomance live, da solo dietro le sue macchine analogiche e dopo essersi immerso totalmente e confrontato ancora una volta con la dura realtà commerciale del dancefloor, Rebotini sembra risentire la necessità di un ritorno alla sua religione e sempre da solo pubblica nel 2011, questa volta sotto la propria etichetta Blackstrobe Records, Someone Give Me Religion.
L’album si apre con un pezzo strumentale della durata superiore ai 10 minuti, dal titolo neo-romantico “The First Thirteen Minutes Of Love”: è musica ambient, di quell’ambient che però non si sentiva più da anni. Una lunga traccia che si avventura tra sound alla Carl Craig e spazi più chill-out, lanciando un chiaro messaggio, un avvertimento. È come se venissimo invitati a prendere un bel respiro prima di lasciarci trasportare dalle successive 8 tracce, dove non c’è più tempo per fermarsi a riflettere. Quello che Arnaud concepisce, questa volta, è uno sorta di ponte immaginario tra la Detroit techno e quella di Berlino, i Front 242 e Carl Craig, gli slanci della musica trance con le pause statiche del minimal, la produzione degli anni 90 con quella più contemporanea, è potenza che si manifesta nel battito, nel ritmo che pulsa all’interno di tutti i migliori club che si rispettino. E anche se non sappiamo chi sia stato a ispirare ad Arnaud questa sua nuova religione, in Someone Give Me Religion ne risultano evidenti credo e dogmi.

Ma che Rebotini sia un artista impossibile da limitare e identificare in un’unica professione di fede è ormai cosa risaputa. Tuttavia, questa volta per il suo album in cantiere per il 2013, tutto ci si aspetterebbe fuorché un ritorno dei Black Strobe in chiave boogie-woogie. Ed è subito smarrimento, anche se solo apparente. Il re della techno - perche ormai come tale possiamo definirlo - sembra questa volta resuscitare il suo interesse per il buon vecchio boogie, sopratutto quello rivisitato agli inizi degli anni 80 da gruppi come gli ZZ Top (retro futuristi e deliberatamente kitsch - ma terribilmente affascinanti - come nel caso dei brani “Eliminator” e “Afterburner”, apparsi rispettivamente nel 1983 e nel 1985).
Gli amanti della techno rimarranno basiti ascoltando il suo nuovo pezzo in anteprima su YouTube, “Boogie In Zero Gravity”. Nel video, attorniato dagli altri componenti dei Black Strobe, Aranud sembra aver ritirato fuori dall’armadio i suoi terribili camperos/mocassini bianchi a punta (gli stessi probabilmente che indossava nel videoclip di “I Am A Man”) e interpreta con viso compiaciuto - sembra quasi di vederlo mentre ci strizza l’occhio - un pezzo dal sound decisamente rallentato, una sorta di blues raddolcito dal calore della voce da uomo bianco. Un mix a cui vanno comunque ad aggiungersi – ed è questo l’aggancio al passato – elementi elettronici, una punta di vocoder, effetti synth e un beat downtempo ossessivo. Rebotini sembra voler sedurre attraverso quella nostalgia insita in ogni appassionato di musica electro che sia passato per il rock degli anni 80 prima di rompersi reni e rotule nei vari rave techno degli anni successivi. E il piacere con cui si diletta nell’impresa ci rivela infine il segreto del suo charme: Rebotini è un artista multiforme, ma semplice e sincero, che cela dietro una facciata burbera e barbosa alla Lemmy dei Motorhead solo un grandissimo entusiasmo per tutto quello che fa.

Arnaud Rebotini

Il French Touch 2.0 in analogico

di Daniela Masella

Dal death metal-noise grunge all’electro-rock, passando per il pop sperimentale, fino ad arrivare alla musica techno: ecco la storia di un uomo in grado di ridare forza e vitalità con solo macchine analogiche e strumentazioni d’epoca a un genere divenuto troppo spesso sinonimo di anonime sperimentazioni informatiche
Arnaud Rebotini
Discografia
 BLACK STROBE
  
 Me & Madonna (Ep, Output, 2002)
 Chemical Sweet Girl (Ep, Output Records, 2004)
 Shining Bright Star (Ep, Playlouderecordings, 2006)
 A Remix Selection (Ep, Playlouderecordings, 2006)
Burn Your Own Church (Playlouderecordings, 2007)
 Back From Beyond (Ep, Supersoul Recordings, 2009)
  
 ARNAUD REBOTINI
  
Music Components (Citizen Records, 2008)
 Music Components Rev2 (Citizen Records, 2009)
 Personal Dictator (Ep, Blackstrobe Records, 2011)
 All You Need Is Techno (Blackstrobe Records, 2011) 
Someone Gave Me Religion (Blackstrobe Records, 2011) 
 Another Time, Another Place (Ep, Blackstrobe Records, 2011)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Black Strobe - Me And Madonna
(videoclip, da Chemical Sweet Girl, 2004)

Black Strobe - I'm A Man
(videoclip, da Burn Your Own Church, 2007)

 

Black Strobe - Boogie In Zero Gravity
(videoclip, 2013)

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