Low

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(S)low core e pop minimalista

intervista di Guia Cortassa, Stefano Ferreri, Andrea Vascellari e Lorenzo Righetto

Incontriamo i Low a Milano nel giorno dello spoglio delle schede delle elezioni politiche, nell'aria c'è una strana sospensione elettrica, una tensione che blocca ogni attività, in attesa di sapere cosa ne sarà di noi. Un'indefinizione che si dissolve appena varco le porte dell'albergo in cui mi aspetta la band di Duluth, per trasformarsi in una soffusa tranquillità, molto simile a quella trasmette ogni nota della produzione di Alan Sparhawk e Mimi Parker.
Proprio Mimi sarà la nostra interlocutrice. Con lei, tracceremo un bilancio di cosa siano stati questi primi venti anni – e 10 dischi – dei Low, sul palco e tra le mura domestiche.

La pubblicazione di “The Invisible Way” coincide con il ventennale della band. Se “C'Mon” può essere visto come uno dei vostri dischi più pop-rock, questa nuova release torna agli arrangiamenti minimalisti dei vostri esordi. È stata una scelta intenzionale?

Credo di sì. Non sono sicura di aver intenzionalmente scelto il contrasto, ma abbiamo scritto queste canzoni e ci è sembrato che avessero semplicemente bisogno solo di questa produzione minimalista. Abbiamo sentito, a questo punto, che dopo “C'Mon” potessimo fare qualsiasi cosa volessimo, e abbiamo provato con questo suono.

Molta attenzione, anche nel comunicato stampa sul sito della Sup Pop, per il nuovo disco è focalizzata sul vostro incontro con gli Wilco e la collaborazione con Jeff Tweedy, che ha prodotto “The Invisible Way”. Come è nata questa relazione?
Conosciamo Nels Cline da qualche anno, abbiamo suonato con alcuni dei gruppi di cui faceva parte, abbiamo fatto dei concerti con lui, e credo, una volta unitosi ai Wilco, che ci abbia aperto le porte, ci ha presentati a loro, fino a che, poi, siamo andati in tour insieme, e abbiamo potuto conoscerci. C'è stato un gran parlare sulla possibilità di lavorare con gli Wilco, con Jeff, e finalmente il tempo ce l'ha permesso, la finestra si è aperta, e ha funzionato. Siamo andati nel loro studio, che è veramente bello, il timing era quello giusto.

Come è stato lavorare con Jeff?

Veramente ottimo, è una cosa che lui fa da parecchio tempo, e quindi ovviamente aggiunge qualcosa. Entra con una prospettiva differente, essendo un musicista lui stesso; sapeva esattamente dove volessimo andare con quelle canzoni e lo ha molto rispettato, sempre senza paura di dare il suo parere e il suo consiglio. Poi lo studio è stupendo, è stata una grande esperienza.

Precedentemente avete lavorato con altri produttori, tra cui Matt Beckley, per “C'Mon”, il quale aveva già collaborato con grandi popstar, molto lontane dal vostro sound. Come siete arrivati a questa scelta, e come sono funzionate le cose con lui?
[Ride] Anche quell'esperienza è stata molto positiva. Con Matt, sapevamo che avrebbe aggiunto molto Hollywood alle registrazioni. È una cosa molto strana, ed è incredibile come i diversi produttori mettano il loro marchio, se presti attenzione all'arrangiamento con l'intenzione di ascoltare entrambi può essere molto emozionante.

Canti in parecchie delle canzoni di “The Invisible Way”, e, come sostengono molti fan, i migliori pezzi dei Low sono quelli con la tua voce. Come mai hai scelto di cantarne così tante, questa volta?
Penso che Alan mi abbia costretto a farlo! [ride] Abbiamo parlato di questa cosa, se farmi cantare solo i miei pezzi o tutte le canzoni. Siamo andati un po' avanti e indietro, ma comunque, onestamente, ho sentito un po' di pressione, che non è stato negativo, alla lunga distanza si è rivelato essere una cosa molto buona, ho lavorato più duramente e scritto più canzoni... Chissà, magari un giorno avremo solo progetti solisti, non lo so... Ma, sì, onestamente mi ha spinto a scrivere e cantare.

Come funziona il songwriting nella band?
Lavoriamo separatamente, viviamo su orari diversi, Alan sta alzato fino a molto tardi la sera e lavora, mentre io devo svegliarmi presto, con i bambini, quindi lavoro nel pieno della giornata, mentre lui fa la sua parte di notte. Poi, successivamente, ci mettiamo insieme a discutere e decidere la struttura e dettagli.

Ognuno canta solo le proprie canzoni, o c'è uno scambio?
Beh, Alan ha scritto “Holy Ghost” e penso che ci tenesse molto a cantarla, ma contemporaneamente voleva che io cantassi di più, quindi gliel'ho praticamente strappata [Ride]. Ma principalmente sì, tutte le mie altre le ho scritte io, e lui ha composto tutte le sue.

Avete registrato uno dei vostri dischi più intensi e emozionanti nella chiesa del Sacro Cuore nella vostra città. L'impressione, dall'esterno, è che quel posto sia di per sé magico. È stata una coincidenza, o l'ambiente vi ha influenzato mentre registravate?
Penso che l'ambiente influenzi sempre; in quel caso si trattava di una bellissima chiesa riconvertita a studio, c'era tantissima storia, tanta vita e morte in quel luogo, e forse un peso, una pesantezza, per tutto ciò che è accaduto. Credo che, magari inconsciamente, essere in un tale posto venga fuori: scrivi i pezzi altrove, poi entri lì e [sospira] arriva qualcosa. Quindi direi di sì, è successo.

“Drums and Guns” è stato probabilmente il vostro lavoro più soprendente e controverso. Credi che l'etichetta di “politico” possa esservi applicata, almeno parzialmente?
Credo che Alan lo consideri il suo disco di protesta, cita guerra e violenza, sai, il nostro paese è stato coinvolto in diverse guerre per un bel po' di tempo, ormai, e inevitabilmente la situazione del mondo entra in te e ti influenza. È la nostra protesta.

Dobbiamo aspettarci dei temi politici anche in “The Invisible Way”?
Dalle mie canzoni no... Ma non sono sicura di poter parlare così tanto per Alan... Qualcuno ha già portato alla luce il concetto di guerra e violenza, ma non so se io lo percepisco così tanto in questo disco.

Ci sono stati parecchi cambi nella vostra line up, negli anni, per quanto riguarda i bassisti. Sapresti dirmi perché?
Sì, abbiamo avuto un certo numero di bassisti... Beh, quello che posso dire è che io e Alan siamo sposati, quindi siamo in certo senso costretti a stare insieme, ma i bassisti non sono sposati con noi! [ride]. Il primo che abbiamo avuto era molto giovane, andava ancora alle superiori quando abbiamo iniziato con il gruppo, dopo un anno, stavamo girando molto, credo che abbia capito non fosse cosa per lui. Quello che è venuto dopo, Zach, è stato con noi credo per 10 anni, poi ha scelto di mettere su famiglia. Credo che, in 20 anni, non sia così inusuale quello che ci è successo. Onestamente, credo – anche se non posso parlare per certo per Alan – che stiamo portando avanti questa cosa insieme, e invitiamo delle persone a unirvisi: se vogliono rimanere e funziona, funziona; se vogliono andarsene, se ne vanno.

Come fate bilanciare la famiglia e il lavoro?
Beh, non lo facciamo! Ciò che succede nel gruppo, sfortunatamente e fortunatamente, si sposta anche nella famiglia, nel nostro matrimonio e nella nostra relazione, e lo puoi solo affrontare. [Famiglia e lavoro] sono fondamentalmente la stessa cosa. Abbiamo due figli, e ovviamente anche loro hanno il loro impatto, I loro momenti critici. È tutto un'unica cosa.

Vengono in tour con voi?
Un po', venivano di più quando erano piccoli, ora vanno a scuola, è più difficile, ed è molto più faticoso per me, quando li porto! Quando siamo solo noi mi alzo quando voglio, mangio quando voglio, ma i bambini hanno fame, hanno sonno, hanno una programmazione rigida, è troppo laborioso [ride].

Quando avete iniziato, nei primi anni Novanta, c'era un movimento parallelo e contrario al grunge, basato su tempi lenti e atmosfere soffuse (penso a Red House Painters, Idaho, Bedhead, Luna...). Ve ne sentivate parte, ai tempi?
Penso che ce ne siamo sentiti parte più tardi, appena abbiamo iniziato eravamo molto isolati, eravamo nel Nord Minnesota, non avevamo molti amici musicisti, ce n'era qualcuno sporadico. Sapevamo fin dall'inizio che saremmo stati diversi da ciò che ascoltava molta gente, e andava bene, perché sapevamo sarebbe stato così. Poi, suonando, abbiamo incontrato altre persone, amici che facevano musica simile alla nostra, quindi credo siamo diventati parte di quel genere, ma sempre comunque rimanendone separati, in un certo senso.

Qualcuno ha chiamato quel genere “slowcore”. In una vecchia intervista Alan ha dichiarato che quella è la definizione più scadente mai data alla vostra musica, continuando “odio quella parola. Sarebbe più appropriato qualsiasi cosa che contenesse la parola 'minimal', ma non credo che qualcuno l'abbia ancora creata”. Siete ancora d'accordo con quell'affermazione?
Beh, la cosa divertente a riguardo è che è stato proprio Alan a usarla per primo! [ride] Un nostro amico ha coniato il termine 'slowcore', Alan ne ha parlato in un'intervista, e da lì è rimasto, quindi è lui stesso la causa del suo male! Non so neanche, a questo punto, se gli desse così tanto fastidio – in ogni caso, le persone inseriranno le cose in una categoria, tutto è categorizzato, e ha dovuto arrendersi. Non c'è di che preoccuparsi, perchè magari non vuoi essere definito in quel modo, ma allo stesso tempo è un modo semplice perché le persone possano farlo.

Potresti nominare qualche nuovo artista o band che ti ha compito positivamente recentemente? Lo slowcore è ancora vivo?
Sì, credo che il genere si sia allargato, ma... mio Dio sono terribile, non ascolto molte cose, e non so se possa fare dei nomi in questo momento, ad essere sincera! Ma penso che il genere si stia espandendo, non so neanche se le persone continuino a chiamarlo “slowcore”, ma, credo, comunque lo si voglia chiamare, che continui a non essere ancora molto popolare, anche se in tanti suonano quel genere di musica, magari dandogli una definizione diversa, che si adatti differentemente.

All'interno del vostro genere avete esplorato tutta un'intera tavolozza di suoni e sensazioni, e la vostra discografia traccia un percorso coerente e personale, ma anche molto variegato. Se dovessi riassumere questo percorso, pensi che qualcuna delle sue parti vi rappresenti in particolare?
Mi è sembrato dall'inizio che fosse una progressione naturale – si spera sia stata una progressione – e siamo entrambi sempre sorpresi di riuscire a portarla avanti, quindi non l'abbiamo mai forzata, non ci siamo mai seduti per fare calcoli come “Va bene, questa sarà la nostra prossima mossa” o “il nostro prossimo disco avrà queste sonorità, dobbiamo fare così...”, è sempre stato tutto molto naturale, e questa visione d'insieme e l'unica che posso avere, non per niente pianificata, scorre liberamente.

Nonostante sia un side-project di Alan, ti chiedo della nuova release dei Retribution Gospel Choir. “3” è un disco molto particolare: due lunghe jam psichedeliche, con rock classico e sprazzi fragorosi. Come mai è stato pubblicato così vicino a “The Invisible Way”?
Penso che sia stata una pura coincidenza, onestamente. Avevano le registrazioni pronte, non c'è stata pianificazione, sapevano che avrebbero dovuto fare un piccolo tour, e sapevano che noi abbiamo un tour enorme invece, quindi credo abbiano provato a farlo uscire un po' prima di quello dei Low, per portarlo in tour, perché dopo saremmo stati veramente molto impegnati.

Grazie, Mimi...
Grazie a voi!

***

(S)low core, pop minimalista e musica del popolo: l'America in una band


di Francesco Amoroso

Le 19:20 sono un orario un po' strano per un'intervista.
Ma è questo l'orario che mi è stato concesso quando ho chiesto di intervistare (telefonicamente) Alan Sparhawk, cantante e leader dei Low.
Del resto bisogna sapersi adattare e in un momento lavorativamente così intenso per la band di Duluth, tra la promozione del nuovo album, "C'mon" e la preparazione per un lungo tour mondiale, è inevitabile dover in qualche modo sottostare alle esigenze dell'interlocutore.
Certo che una chiamata intercontinentale a quest'ora della sera, agli sgoccioli di un'intensa e faticosa giornata lavorativa, ancora immerso nei fastidiosi pensieri del vivere quotidiano e circondato da colleghi circospetti e vagamente scettici, difficilmente potrà contribuire a creare quell'atmosfera, quella scintilla che sono di solito necessarie perché un freddo susseguirsi di domande si trasformi in una piacevole e intensa chiacchierata e in uno scambio di opinioni di qualche interesse per il lettore.
A peggiorare le cose, poi, c'è il pensiero che in quel di Duluth, Minnesota, è da poco passato mezzogiorno e, pur non conoscendo le abitudini alimentari della famiglia Sparhawk-Parker, posso supporre che Alan sarà impegnato nell'apparecchiare la tavola o nel preparare un piatto di pasta (?) per i suoi pargoli. Insomma, anche immaginare una rockstar (seppur di culto) intenta nelle faccende domestiche (e, di conseguenza, in qualche modo infastidita da una telefonata che viola l’intimità familiare) non da alcun contributo alla necessaria ricerca della giusta atmosfera.
Ma tant'è.
Provo a isolarmi, digito il lungo numero sulla tastiera del telefono e attendo.
Il telefono squilla a lungo. Il registratore mi dice che sono già passati quaranta interminabili secondi quando, dall'altra parte dell'oceano, finalmente una voce mi risponde: "Hello".


Ciao Alan…

Ciao, come va?

Mi presento. Sono un po' imbarazzato. La voce, che giunge al mio orecchio un po' ovattata, non sembra particolarmente amichevole. Ricordo ad Alan di una nostra precedente intervista, all’Auditorium di Roma, per il suo progetto Retribution Gospel Choir.

Tutto ciò che ottengo è un silenzio piuttosto prolungato. Poi:

Sì mi ricordo, per i Retribution Gospel Choir. Come va da quelle parti a Roma?

Tutto bene, grazie. So che avremo solo una ventina di minuti per parlare quindi forse è meglio cominciare con le domande…
Bene. Iniziamo allora.

Spesso ho sentito e letto che non ti piacciono le interviste e che le tue risposte sono piuttosto brevi e secche, anche se molto dirette. Lo fai perché ritieni che non sia necessario usare troppe parole per spiegare un concetto? Oppure è perché preferisci esprimerti solo attraverso la musica?

(un'altra pausa... un sospiro
) Bene... Cerco di spiegarmi a volte ma, alla fine, spesso diventa frustrante e per niente soddisfacente. Quindi è vero. Preferisco che sia la musica a parlare. Non saprei... Non mi importa molto delle interviste. Può essere molto strano parlare di ciò che hai scritto, anche perché a volte non sai nemmeno spiegare esattamente cosa hai scritto e perché. Quindi una canzone è davvero il modo migliore per dire qualsiasi cosa tu voglia. Non so... Ammetto che il mio modo di scrivere sia piuttosto criptico e davvero non saprei trovare una qualche soddisfazione nel tentare di spiegare l’argomento dei miei testi.

Ok. Questo, naturalmente, significa che quest'intervista sarà piuttosto difficile per me…
Spero di no. Ma dipenderà anche da te.

(Risatina nervosa)
Dopo un paio di anni con i Retribution Gospel Choir, hai trovato qualche cosa di diverso nel ricominciare a scrivere e a incidere per i Low? E come è stato ritrovarti a lavorare fianco a fianco con Mimi?

Non saprei dire esattamente, ma certamente è sempre un processo molto naturale per me ricominciare a pensare ai Low. E' una cosa naturalissima ritornare ai Low per il modo che io e Mimi abbiamo di cantare insieme e per il nostro modo di scrivere canzoni. Non che sia facile: però è sempre lo stesso tipo di difficile lotta, qualcosa di decisamente familiare.
Senza dubbio lavorare con i Retribution Gospel Choir mi permette di sperimentare cose diverse che, in qualche modo, influenzano il nostro modo di registrare, per esempio. Non so, credo che sia anche una sorta di reazione: con i Retribution suoniamo in maniera molto aggressiva e facciamo anche molta improvvisazione. Con i Low non lo facciamo mai, non è mai stato parte del nostro processo creativo. Quindi per tornare alla tua domanda lavorare di nuovo con i Low è un po' guardare il rovescio della medaglia: meno improvvisazione, ma finalmente sento di essere di nuovo in controllo, di avere le idee chiare di avere una prospettiva più lucida su ciò che voglio.
Per molti anni ho collaborato con tante persone diverse, tanti gruppi diversi, progetti lontani dai Low e ognuna di queste persone, ognuno di questi contatti mi ha insegnato qualcosa di più su ciò che sono i Low, su ciò che voglio dai Low.

Nell'intervista precedente mi hai detto che la musica folk è la musica della gente, è il modo che il popolo usa per esprimersi. Possiamo dire che voi suoniate musica folk?
Sì! Assolutamente.

Quando si dice folk music, molte persone pensano alle chitarre acustiche e a un uomo e una donna che cantano, un violino. Ma è solo una convenzione: folk vuol dire gente. La folk music è la musica del popolo, comunque la si suoni o la si canti.

Pensi che "C'mon", il vostro nuovo disco, sia quanto più vicino voi abbiate mai fatto alla musica folk (intesa in senso "tradizionale")?
Uff... non saprei, davvero. Non riesco a paragonarlo ad altro. Né alle altre cose che abbiamo fatto, né all'idea classica di musica folk, ma in ogni caso credo sia piuttosto "pop" e, poiché la musica pop è pur sempre un tipo di "folk", possiamo dire che "C'mon" sia folk.
E poi noi siamo decisamente "folk": la ragione è che siamo "non educati" musicalmente, siamo autodidatti, abbiamo imparato tutto da soli. Non abbiamo mai saputo quale fosse il modo "giusto" per scrivere una canzone.

Sempre rimanendo in ambito di definizioni, come ti senti rispetto al termine "slowcore" che è stato sempre appiccicato ai Low sin dall'inizio della loro carriera?
Per me va bene. Sai le persone hanno bisogno di etichette per capire le cose in fretta, per imparare qualcosa facilmente. In fondo anche io faccio lo stesso quando leggo una recensione rapidamente: vado a guardare il genere, ho bisogno, come tutti, di dividere per categorie. E' chiaro che nessuno amerebbe essere etichettato in alcun modo, ma per me non c'è problema. Non mi irrita più come succedeva una volta. Del resto è un buon modo per descrivere quello che facciamo.

Da qualche parte ho letto che, tutto sommato, preferiresti che i Low fossero etichettati come "minimal"…
Sì. Penso che una buona parte di me segua ciò che si chiama minimalismo, seppur in ambito pop.
"Minimalist pop" andrebbe benissimo. Ma forse è chiedere troppo.

Potrei utilizzare questa etichetta per la recensione di "C'mon"…
Fallo! Magari dai il via a un trend e altri, poi, la utilizzeranno.

Nella vostra lunga carriera avete lavorato con produttori del calibro di Kramer, Steve Fisk, Dave Fridmann e Steve Albini: che cosa ha dato ognuno di loro alla musica dei Low e quale è il criterio con cui di volta in volta scegliete il produttore dei vostri album?
Sin dall'inizio abbiamo sempre lavorato con produttori che avevano una loro voce, un proprio stile e questo, in qualche modo, ci è stato di grande aiuto.
Abbiamo sempre saputo cosa volevamo, ma lavorare in studio con qualcuno di esterno alla band, che tu sai avere un proprio modo di vedere le cose, ha sempre reso il processo di registrazione più interessante, il progetto più attraente.
Credo che per la scelta sia sempre una questione di rispetto: devo rispettare e credere nella persona che scelgo per produrre gli album dei Low. Devo potermi fidare del fatto che qualunque sia la sua idea e il suo modo di vedere le cose, questi abbia a cuore ciò che facciamo e riesca a far emergere il meglio dalle registrazioni. E comunque durante le registrazioni io ci sono sempre, non sarà mai possibile che un produttore stravolga completamente la nostra musica a suo piacimento. Abbiamo provato comunque, con "Drums & Guns",a usare suoni diversi e un approccio differente e siamo comunque noi. Personalmente non ho alcuna paura a lavorare con persone "estreme", anzi lo trovo più interessante e stimolante. Alla base, in ogni caso, ci sono sempre i Low.

"Drums & Guns", oltre ad avere un approccio sonoro differente, era anche un album in qualche modo molto politico. "C'mon" sembra provenire da qualche altra parte, da una diversa ispirazione. Lo senti un album più personale? Più intimo?
Sì, assolutamente. Non è stata una scelta intenzionale, ma mi sembra che le canzoni che abbiamo scritto dopo "Drums & Guns" fossero tutte più personali, tutte più basate sulle persone che amiamo e che ci circondano, sulle situazioni che abbiamo attraversato. Invece "Drums & Guns" era più una ricerca. Abbiamo tentato di trovare il modo di alzarci in piedidi fronte alla gente e dire loro ciò che pensavamo, in particolare sulla guerra, sulla violenza. Sull'umanità in generale. Questo genere di canzoni a volte funziona, a volte meno.
Questa volta, invece, è stato tutta una faccenda più personale, senza dubbio.

A questo proposito, anche se hai detto che non ti piace spiegare i tuoi testi, c'è un verso di "$20" che mi ha molto colpito: "My love is for free, my love". Ha qualcosa a che vedere con il fatto che oramai si può comprare qualsiasi cosa, ma non i sentimenti?
(Una pausa)... Sì... Per me... per me è qualcosa che ha a che vedere con... con la mia anima.
Credo e spero che l'amore di tutti sia gratuito, non possa essere comprato. Almeno l'amore vero: dovremmo capire che deve essere concesso senza pretendere nulla in cambio e non dovremmo tentare di comprarlo.

Poiché "C'mon" è un album più intimo mi viene spontaneo domandarti qualcosa di "personale": Come funziona essere una famiglia "rock"? Mi dicesti che essere in tour con i RGC era molto più da rocker che girare con tua moglie e due bambini piccoli. In quel caso eri "autorizzato" a fare ciò che i veri rocker fanno… E qual è il rapporto dei tuoi figli con la musica dei Low?
Non è facile rispondere a questa domanda, però posso dirti che tentare di separare la tua famiglia da ciò che fai nella vita mi sembra una perdita di tempo. Credo che la tua famiglia dovrebbe essere sempre parte di ciò che fai. Certo, con i RGC era qualcosa di più simile a essere ragazzi in una band, qualcosa di più tipicamente rock'n'roll, qualcosa che aveva a che vedere con l'andare a caccia tra amici - dalle mie parti tutti i ragazzi andavano a caccia. Ed è vero: con i Low è semplicemente essere in famiglia.
Quanto al rapporto dei ragazzi con la nostra musica, beh, so che a loro piace ciò che suoniamo, in particolare le canzoni più orecchiabili, e gli piace molto quello che faccio con i RGC. In effetti è una fortuna che gli piacciano le nostre canzoni: sono comunque costretti a sentirle davvero molto quando ci stiamo lavorando su.
Mi sorprendo spesso per la loro capacita di apprendere ciò che sentono e di memorizzarlo immediatamente. Mi sarebbe piaciuto avere questa capacità quando ero un ragazzino.

Riguardo alla tua infanzia c’è un brano su "C'mon" ("Witches") in cui racconti un episodio che ha a che fare con un sogno e con le streghe e con il fatto che tuo padre ti incitò a "tornare indietro" e a combatterle con una mazza da baseball. E' un'allegoria di qualche tipo?
Lo è, in qualche modo. Ma è una storia realmente accaduta. Una volta, ero ancora bambino, mi sono alzato e non ero riuscito a dormire per tutta la notte, così credo di aver usato le streghe come una scusa per giustificarmi, ma mio padre mi ha detto che avrei dovuto io stesso risolvere il problema, che avevo il potere per preoccuparmi personalmente delle streghe, magari con una mazza da baseball. E' un concetto un po' strambo, lo ammetto. E' una specie di immagine sempre nella mia testa. Per me comunque ha sempre rappresentatoqualcosa. Non so se stavo tentando di dire qualcosa o di usare una metafora, ma sentivo il bisogno di raccontare questo episodio che mi ha accompagnato per tanto tempo.

Ascoltando l'ultimo brano di "C'mon" è oramai ufficiale che siete la famiglia più intonata d'America. Sentir cantare i tuoi figli in coro è stato piuttosto emozionante!
Davvero? Ti ringrazio per il complimento. Ci abbiamo pensato a lungo, perché non volevamo che la gente pensasse che era una cosa stupida o troppo autocelebrativa, ma poi ci è sembrato fosse venuta bene ed è stato tutto così spontaneo...

Robert Plant ha realizzato due cover di brani dei Low. Le hai ascoltate e cosa ne pensi?
Le ho ascoltate, certamente. Sono un suo fan ed è stato un enorme onore per me che lui facesse delle cover dei miei brani. Ed è stata anche una grande sorpresa. Una cosa davvero bella, comunque. Qualche settimana fa siamo andati a sentirlo suonare e l'abbiamo incontrato dopo il concerto. E' stato molto gentile e mi ha fatto molto piacere. Ma cosa posso dirti? E' stata davvero una sorpresa. Non ho neanche idea di come lui abbia potuto conoscere la nostra musica! All'improvviso qualcuno della sua casa discografica è venuto e ci ha detto: "Congratulazioni, Robert Plant vuole fare una cover di un vostro brano". Siamo stati colti alla sprovvista, anche se avevamo sentito qualche voce sul fatto che Plant ascolti ancora tanta musica e tanta musica "nuova". Così forse lui ci ha sentito da qualche parte, oppure qualcuno gli ha dato un nostro album. Avrei dovuto chiederglielo, in effetti. Sarebbe bello sapere chi ci ha fatto questo grande favore.

Poiché OndaRock è una webzine, ci interessa sempre sapere quale è il rapporto dei musicisti con il web. Pensi che influisca sul modo in cui gli artisti fanno musica?
Penso che senza dubbio stia cambiando il modo della gente di vedere la musica, di avvicinarsi ad essa, per esempio per il fatto che quasi tutti siano oramai attratti dai singoli brani piuttosto che dagli album, anche se poi, magari a livello più sotterraneo, ci sono sempre gli appassionati, quelli che sono ancora alla ricerca di vinili, che vogliono avere qualcosa di tangibile nelle loro mani.
Insomma probabilmente abbiamo perso tutti qualcosa in termini di vendita a causa della semplicità con cui la musica si può reperire su internet, ma va bene così, non me ne preoccupo più di tanto. Per quanto mi riguarda personalmente penso al 1983, quando ero alla junior high school ed ero piuttosto bravo a programmare con l'Apple: adesso saranno almeno quindici anni che non tocco un computer. Per me il web non ha cambiato molto!

Guardando indietro alla tua lunga carriera ti senti soddisfatto di quello che hai fatto e ottenuto? Esiste un album o una canzone che ami più delle altre? O qualcosa che avresti voluto evitare?
(lunga pausa, oramai di prammatica)... Non credo ci sia qualcosa che non avrei proprio voluto fare.
Naturalmente ci sono cose che, guardandoti indietro, senti siano riuscite decisamente meglio di altre, cose delle quali sono sempre soddisfatto. Insomma Robert Plant che fa le cover di due tuoi brani è qualcosa che certamente ti inorgoglisce, che ti fa porre qualche domanda come "creatore" di canzoni. In fondo chiunque scriva canzoni spererebbe di essere rispettato e amato per le cose che scrive e soprattutto spera che le sue canzoni siano ascoltate dal maggior numero di persone possibile. Insomma cose come questa sono quelle che ti fanno pensare: "Ok, adesso posso anche morire".
In realtà, guardandomi indietro la cosa di cui vado più fiero, che più mi soddisfa, è che per più di dieci anni sono stato capace di crescere e nutrire i miei figli grazie alla mia musica. Può suonare stupido o irrilevante: è chiaro però che ciò accade perché le persone apprezzano le nostre canzoni e ci vogliono bene. E' bello vedere che la gente è così gentile e calda con noi e di questo siamo molto grati.

E' molto bello da parte tua provare gratitudine per coloro che seguono la tua musica. Io stesso ho tutti i vostri album e mi sento lusingato dalle tue parole. Anche se credo che voi abbiate dato a chi vi ascolta molto di più di uno o due pasti…
Se hai comprato i nostri dischi hai contribuito a nutrire i miei figli. Perché non dovrei esserti grato? E' gratificante sapere che siamo riusciti a dare qualcosa a qualcuno. E a questo punto ci sentiamo davvero legati a chi segue la nostra musica.

L'ultima domanda. Hai mai pensato di lasciar perdere la musica? E credi che ci sia ancora qualcosa per cui valga la pena fare musica? Che cosa continua a motivarti?
Ehm... non lo so, ma ho paura che la cosa che continua a motivarmi di più sia questo bambino che continua ad albergare dentro il mio cervello, quello che cerca ancora di capire e di essere capito. Probabilmente si tratta di una tara del mio cervello, ma so che è sempre lì. Deve essere una specie di problema caratteriale, forse ho bisogno di fare qualcosa per crescere, ma sono ancora qui che tento di decodificare quello che mi trasmette, di comprendere e non credo che riuscirà mai ad andare via.

A questo punto dovremmo augurarci che tu non riesca mai a maturare…
Sempre che questo non mi uccida, alla fine...

Ti ringrazio. Ero un po' teso, ma alla fine è stato davvero emozionate e interessante parlare con te.
Sono io che ringrazio te e spero che riusciremo a parlare di nuovo. Credo che alla fine di novembre saremo di nuovo in Italia con il nostro tour. Speriamo di incontrarci in quell'occasione. Grazie per avermi chiamato. Peace.

E, così, poco più di venti minuti sono bastati per abbandonare il mio luogo di lavoro e ritrovarmi seduto intorno a un tavolo in una stanza di Duluth, Minnesota, faccia a faccia con una vera e propria icona del rock indipendente.
Grazie Alan! E passa anche a me un po' di quella pasta che stavi cucinando per i bambini, o una bella bistecca di cervo. O quello che vuoi. Tanto, qualsiasi cosa tu e Mimi ci abbiate propinato in questi anni, ce ne siamo sempre nutriti, avidamente.


(25/06/2011)

***

 Liturgie slowcore

di Magda Di Genova e Nicola Minucci

La prima persona che incontro quando arrivo al Rolling Stone, è il tour manager del gruppo che si presenta con fare molto tranquillo (non penso di aver mai conosciuto un tour manager più tranquillo di lui) e mi dice che sarebbe andato subito a chiamare Zak Sally.
Dopo un paio di minuti spunta Alan Sparhawk che mi guarda, appoggia l'ultimo boccone del panino al prosciutto cotto che sta mangiando su un tavolo nemmeno tanto pulito, si pulisce la mano sui pantaloni e si presenta: "Stai aspettando Zak? Guarda, è un po' in ritardo, ma arriva".
Passano solo alcuni istanti e Zak finalmente solca la soglia. Ha una vecchia borsa in pelle, tiene con due dita i bordi di un bicchiere di plastica che contiene un caffè americano bollente e ha gli occhiali sulla punta del naso. Dopo aver appoggiato la borsa per terra e il caffè sul tavolo, mi stringe la mano scusandosi per il ritardo (di ben 4 minuti!).
La mia prima impressione è buona: i Low sono un gruppo educato e tranquillo.


Un mio amico vorrebbe sapere se vi piace David Bowie, in particolare l'album "Low".
Non non ho mai ascoltato "Low".

Davvero?
No, mai. Mi piace molto David Bowie, ma non posso dire di aver "studiato" la sua intera carriera: ha fatto così tanto!

Il vostro ultimo disco si intitola "The Great Destroyer". Chi è il grande distruttore e come mai avete scelto un titolo così violento e provocatorio?
L'idea del grande distruttore è una specie di personaggio che ricorreva nei testi di Alan. Questo non è un "concept album", ma forse ne è una specie d'idea, una specie di personaggio buono e un personaggio cattivo; qualcosa del genere o qualcosa che non possa assolutamente definirsi tale; solo un raggruppamento di idee.
Posso dirti che quello che facciamo ha un ché di "intuitivo": possiamo discutere su delle cose per tutto il giorno e tutta la notte, ma, come gruppo, preferiamo che le cose abbiano un senso per tutti. È così che capiamo quando una canzone è completa, quando un album è terminato o quando abbiamo trovato il titolo giusto.

Hai accennato a un lato della composizione, ma come nascono le canzoni in un gruppo come il vostro?
A volte Alan ha un'intera canzone e una idea di come dovrebbe suonare. Altre volte ha una canzone, ma non è sicuro di come dovrebbe suonare. Altre volte ancora ha solo una parte della canzone e ci lavoriamo tutti insieme, come gruppo.

È facile dire la vostra su una canzone che Alan ha scritto?
Alcune volte lo è. Alan ci fa sentire la sua canzone, noi la capiamo, la suoniamo e tutto andrà benissimo.
Altre volte è più difficile, sai, a volte una canzone impiega anni prima di prendere forma.
Alcune volte è semplice, altre volte è difficile.


Il suono è cambiato se lo confrontiamo con i vostri dischi precedenti, ho addirittura letto una dichiarazione di Alan: "Volete un disco rock? Ecco il vostro cacchio di disco rock."
A-ha. Ecco che ci siamo.

Come vi è venuto?
Ooohhhh!…

La trovo una cosa molto "dura" da dire.
Vedi, tu fai un disco dopodiché non puoi più controllare tutto quello che succede. Non avevamo intenzione di fare un disco rock, non volevamo nemmeno fare qualcosa di particolarmente diverso rispetto a quello che avevamo già fatto, abbiamo solo tentato di provare a fare le nostre canzoni, cerchiamo sempre di essere onesti, di prendere quello che abbiamo imparato e applicarlo. Continuo a non considerarlo un disco rock. Penso che quello dei Queens Of The Stone Age sia un disco rock, anche quello degli AC/DC è un disco rock. Mi piacciono quei dischi, ma credo che "The Great Destroyer" possa essere considerato un disco rock solo all'interno della discografia dei Low.

Quindi non è stata una scelta, è stato qualcosa che è venuto naturalmente.
Sì, alla fine del processo, questo è il risultato. Non ci siamo detti: "Facciamo delle canzoni rock", ci siamo detti: "Cerchiamo di suonare correttamente le nostre canzoni".

Qualcuno lo considera addirittura una svolta nella vostra carriera. Lo è?
Non lo so… Vedremo. Non sono molto sicuro di quello che significhi, caspita, una svolta!

Facciamo così: te lo richiedo tra quattro o cinque anni.
Si spera che ogni gruppo abbia una svolta nella propria carriera. Poi, sai, puoi migliorare o puoi peggiorare. Devi affrontare un paio di decisioni e noi ne abbiamo affrontate un paio. L'unica cosa che puoi fare è essere sicuro di essere contento di quello che fai.

Questo è il primo disco che incidete per la SubPop. Come avete scelto loro e come siete entrati in contatto?
Non saprei, è semplicemente una casa discografica più grande. Prima incidevamo per un'etichetta piccolissima (Kranky): c'erano solo questi due ragazzi. Per un'etichetta tanto piccola hanno fatto un ottimo lavoro.
Ovviamente conoscevamo la SubPop da quando eravamo semplici ascoltatori, poi, nel corso degli anni, abbiamo fatto alcune cose insieme. Jonathan e altri della SubPop erano nostri fan e alla fine ci hanno convinto che avremmo dovuto essere conosciuti da quanta più gente possibile.
Un'etichetta piccola come la Kranky è interessata a pubblicare musica per chi ama la musica, ma la Sub Pop vuole pubblicare dischi che siano disponibili per chiunque ne sia interessato. Le major tendono a zittirti, ma la Sub Pop è diversa. Eravamo molto preoccupati all'inizio, ma è passato e per il momento sta andando veramente molto bene.

Dopo aver lavorato insieme a Kramer e Steve Albini, avete chiesto a David Fridmann di produrre il vostro nuovo disco.
Abbiamo conosciuto Dave e i suoi amici e abbiamo pensato che sarebbe stato interessante lavorare con loro. Ci piacevano i suoi lavori e a lui piacevano i Low. Semplicemente non siamo mai riusciti ad avere le stesse tempistiche e nel momento in cui questo disco era quasi pronto, lui era disponibile e tutto è andato bene.

Mimi non canta molto in questo disco, anche se è migliorata parecchio negli ultimi anni.
Mimi ha sempre cantato meravigliosamente. Comunque canta molto in questo disco. Non è qualcosa che avevamo pianificato, non volevamo "forzare" qualcosa.
Questo è più che altro un disco di Alan, ma allo stesso tempo è un disco di noi tre come gruppo migliore. A volte essere un gruppo migliore significa estraniarsi un po' o prendere decisioni che non siano ovvie.
Potremmo supporre che il prossimo disco sarà di Mimi, dove lei canterà tutto, potrebbe accadere.
E poi stava avendo il suo secondo bambino, quindi non possiamo dire che in quel periodo non fosse presa.

Sono rimasta molto sorpresa quando ho visto che una canzone è intitolata: "Death Of A Salesman". In realtà non ha nulla a che fare con la pièce di Arthur Miller in sé. Vi sentite come se foste dei "commessi viaggiatori" di Miller?
È passato molto tempo da quando ho letto l'opera di Miller e credo che sia così anche per Alan. Da quel che ricordo del testo, la canzone non ha nulla a che vedere con quello di cui parla Arthur Miller, credo che piuttosto la canzone abbia a che fare con quello di cui la trattava la pièce: chiedersi cosa ne stai facendo della tua vita e perché lo stai facendo.

All'inizio pensavo fosse una canzone inspirata dalla pièce.
No, parla di una persona che…

Si interroga?
Forse.

Per questo disco siete finalmente riusciti a girare un videoclip. È vero che Alan ne vorrebbe uno per ogni canzone dell'album?
Be'… Lo vorremmo tutti noi.

Sembra divertente, secondo me dovreste farlo!
Lo so! Ci piacerebbe, ma siamo in tournée per quattro mesi. Abbiamo molte idee, ma continuiamo a essere sempre in tour. Siamo impegnati. Sarebbe fantastico se questo succedesse, ma allo stesso tempo, abbiamo anche una vita da vivere e della musica da suonare.
Spero veramente che questo accada.
Non abbiamo molte persone a cui dire: "Fa' questo!" e loro lo fanno. Fondamentalmente ci siamo solo di noi e non ci puntiamo addosso il dito dicendoci: "Fallo", ci guardiamo in faccia e ci diciamo: "Ti va di farlo?" perché qualcuno lo deve per forza fare. Non siamo un gruppo tanto pretenzioso in questo contesto.

Possiamo comunque dire che questo potrebbe anche verificarsi.
Potrebbe.

Avete aperto i concerti dei Radiohead.
[molto soddisfatto] Sì!

Com'è andata? Mi ricordo che il pubblico italiano non è stato tanto gentile nei vostri confronti.
Davvero?! Era un periodo favoloso per noi e non ho quindi nessun brutto ricordo. Di solito le persone ti urlano: "Boo" e "Scendi dal palco!", ma i fan dei Radiohead erano piuttosto aperti nei nostri confronti e ci hanno regalato un'esperienza molto bella. Non ricordo nessuno che sia stato tremendamente crudele.

Quindi mi dici che non parlavano così tanto durante la vostra esibizione.
Non tanto quanto pensi.

Allora si trattava solo di una mia impressione perché continuavo a zittire la gente.
Sì. Non eravamo il gruppo che la gente era lì per vedere, erano lì per i Radiohead. E poi noi non teniamo mai concerti così grandi ed era ben lontano da noi addirittura pensare di provarci.

Quando avete pubblicato il vostro primo disco ("I Could Live In Hope", 1994,) il mondo era preda di un'autentica esplosione grunge: i gruppi più "in voga" usavano "il rumore" per esprimere la propria rabbia e il proprio disagio. Vi siete sentiti come i "veri ribelli" di quegli anni?
In realtà, per il primo disco non facevo ancora parte del gruppo, c'era un altro bassista John Nichols.
Comunque era un periodo strano per quel che riguarda la musica, perché il "grunge" non è diventato "grunge" fino a quando non gli hanno dato un nome: prima erano solo gruppi che suonavano qua e là. È stato qui che le cose hanno cominciato ad andar male: c'era questo nuovo movimento e tutti dicevano: "Hey, guarda qua." Penso che in quel periodo Alan, Mimi and John volessero provare qualcosa di diverso per divertimento, forse una sorta di gioco: "Proviamo a vedere quanto lentamente riusciamo a suonare" e poi, tutto all'improvviso, non è più solo divertimento: è un modo molto potente di fare musica.
Non siamo dei ribelli…

No, assolutamente, è solo che "il rumore" era diventato "di moda" e se sei una "persona strana" in una società di "persone normali" sei un "mostro", ma se sei una "persona normale" in una società di "persone strane" allora il "mostro" sei tu. Era questo il senso della mia domanda.
Sì! Ma nel momento in cui il grunge si affermò, tutti volevano fare solo ed esclusivamente quello. Invece, prima tutti volevano che il proprio gruppo suonasse diverso dagli altri e questo è molto diverso: ad esempio, i Galaxie 500 suonavano insieme ai Sonic Youth e ai Dinosaur Jr. e avevano un suono differente gli uni dagli altri e questo è positivo, è giusto avere un suono unico! Invece di ascoltare un altro gruppo e dire: "Voglio suonare esattamente così", prima si sentivano altri gruppi e si diceva: "Voglio fare della musica che sia mia" ed è completamente diverso.
Penso che i Low arrivino da qui e non è una questione di voler essere diversi dagli altri, ma di voler fare qualcosa che sia un'espressione di te stesso e non di qualcun altro.

Mimi e Alan sono mormoni e immagino che molte persone chiedano quanto questo influenzi la musica e I testi. È fastidioso?
Suppongo lo sia stato all'inizio. Credo che sia un aspetto e un argomento che è stato trattato più da altre persone che da Alan e Mimi. Alan non inizia mai una intervista dicendo: "Sai, noi siamo mormoni." Si tratta di un aspetto molto importante della loro vita.
Questo non è un gruppo in cui loro sono mormoni e io devo essere mormone perché ci capiamo.
Tutti vogliono essere felici, tutti voglio vivere una vita serena, tutti vogliono…

Possiamo dire che tutti hanno le stesse paure e gli stessi sogni e, per quel che mi riguarda, questa domanda potrebbe essere, posta a te, esattamente come: "Come influenza la tua musica il fatto che indossi gli occhiali?".
Esattamente!

Oltre a essere musicisti, i Low hanno anche un'etichetta discografica (Chairkickers Union) e tu hai una specie di casa editrice (La Mano). Me ne parli?
La mia casa editrice ha appena pubblicato questo (dalla borsa tira fuori un libro di fumetti intitolato "Diary Of A Mosquito Abatement Man" di John Porcellino) e pubblicherò presto alcuni altri titoli.

È facile pensare a musicisti che fondano etichette discografiche, ma come mai hai pensato di fondare una società che pubblica fumetti?
Ho avuto a che fare con la piccola stampa americana per più di quindici anni… e… sai, quando ero un ragazzo non ho mai pensato che sarei diventato un musicista: volevo essere un fumettista e… e lo voglio ancora (ridiamo).




Discografia
 

Low (Ep, 1994)

6
I Could Live In Hope (1994)9
Long Division (1995)7,5
 Transmission (Ep, 1996)6
 

The Curtain Hits The Cast (1996)

7
 Songs For A Dead Pilot (Ep, 1997)5,5
 One More Reason To Forget (live, 1998)6
 Owl Remix Low (1998) 6
 

In The Fishtank (Ep, 1999)

6,5
 Secret Name (1999) 7
 

Christmas (1999)

5,5
 Bombscare (Ep, 2000)6

Things We Lost In The Fire (2001)

8
 

Paris'99-Anthony, Are you Around?(live, 2001)

7
Trust (2002)7,5
 The Great Destroyer (2005)7
 Drums And Guns (2007)7
C'mon (2011)8
The Invisible Way (SubPop, 2013)7,5
Ones And Sixes (SubPop, 2015 )8
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Recensioni

LOW

Ones And Sixes

(2015 - Sub Pop)
L'elettronica rientra nel mondo dei Low, ma questa volta dalla porta d'ingresso

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The Invisible Way

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LOW

C'mon

(2011 - Sub Pop)
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LOW

Drums And Guns

(2007 - Sub Pop)
Le storie assassine di Alan Sparhawk e Mimi Parker

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The Great Destroyer

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I tre di Duluth ritornano con un disco che aggiunge agli umori depressi del precedente una buona dose ..

LOW

Trust

(2002 - Kranky Records)

LOW

I Could Live In Hope

(1994 - Vernon Yard)
Il manifesto dello slowcore americano

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