Moby

Innocents

2013 (Little Idiot / Mute) | elettronica, dream-pop, soul-pop

Alzi la mano chi fino a qualche mese fa avrebbe mai scommesso mezzo centesimo su Richard Melville Hall. Chi avrebbe mai puntato sul suo nuovo lavoro come uno dei potenziali highlight dell'anno. Chi avrebbe mai pensato di assistere ad un'inversione di una parabola che, sebbene in maniera graduale e ancora indolore, pareva incurvarsi sempre più verso il basso. Chi mai si sarebbe arrischiato a comprare “Innocents” a scatola chiusa, sicuro di potervi trovare qualcosa di interessante e stimolante. Di sicuro, chi vi scrive, pur avendo amato Moby in buona parte delle sue incarnazioni, non fa parte di questa categoria. E invece, il nuovo disco del “piccolo idiota” è un'inattesa inversione di rotta, un colpo di coda. Un balzo da capogiro, una curva a gomito sul suo percorso artistico.

Quello stesso che dopo l'ultima, eccitante sbornia arrivata con “Last Night” aveva intrapreso la direzione dapprima di una malinconia radente il cantautorato (“Wait For Me”, canto del cigno delizioso quanto preoccupante) per poi accomodarsi su una forma di bedroom music scipata e passiva di sviluppi nell'ultimo “Destroyed”. Il più classico dei cali progressivi, di quelli lenti ma inesorabili, dove la testa e il mestiere si sostituiscono al sentimento, che nella musica del newyorkese fa rima da sempre con linfa vitale. Ma proprio quando l'impasse sembrava raggiunto, eccoci di fronte alla resurrezione, che passa attraverso l'abbandono dell'autocontemplazione in favore del cammino che porta alla contaminazione: Moby si sveste di quella solitudine nella quale aveva partorito i due predecessori e chiama a sé, per la prima volta, un cameo di ospiti di lusso, ricalcando il successo ottenuto da Trentemøller in “Lost” con un'operazione analoga. Ma il segreto più vero e profondo alla base della riscossa dell'ex raver malinconico è forse un altro, identificabile nel ritorno al ricorso, in dosi massicce, a quella che è sempre stata la sua arma in più, il suo asso nella manica: il cuore.

Così “Innocents” arriva a noi come un concentrato di sentimenti ed emozioni, a partire dall'unisono da pelle d'oca dei classici archi sintetici con cui “Everything That Rises” introduce all'opera, pronti a ripresentarsi sotto forma di solenne malinconia in “Going Wrong”. Quest'ultima è la parola chiave pure nella dolce “The Last Day”, improbabile quanto splendido incontro con la voce di Skylar Grey. Il singolo “A Case For Shame” torna invece sui territori di “Wait For Me” riprendendone il lato più cantautorale (“Pale Horses” è ad un passo) grazie alla performance di Cold Specks, protagonista anche nella rarefazione di “Tell Me”. Lo storico amore per la black music pervade invece un terzetto posto al centro della tracklist: in “The Perfect Life” Wayne Conye stupisce dilettandosi in un autentico coro gospel, la più aspra “Don't Love Me” guarda al blues affidandosi alle profondità di Inyang Bassey e lo strumentale “A Long Time” funge da cocktail per samples ed effetti, recuperando con un torpore nuovo le trame dell'indimenticato “Play”.

Detto del velato omaggio ai Massive Attack di “Unfinished Sympathy” in una “Saints” gradevole ma che è forse l'unico brano a non brillare di luce propria, tre autentici capolavori suggellano la rinascita del timido Richard: “The Lonely Night”, notturno noir dove Mark Lanegan gioca il ruolo del cantastorie sotto la luna piena; la conclusiva apoteosi desolata di “The Dogs” - unico brano cantato dall'autore – e soprattutto la disarmante “Almost Home”, immersione in una nostalgia paradisiaca cullata dalla splendida voce di Damien Jurado, dove le lacrime si confondono e amalgamano con i sorrisi. Nessuno ci avrebbe scommesso, nessuno ci ha davvero creduto. Nessuno tranne lui, Moby, il “piccolo idiota” dal cuore grande. Quello a cui taluni si ostinano a non riconoscere meriti incontestabili, accusato di banalità da chi non ha mai saputo e forse non saprà cogliere il sublime nella semplicità della sua arte. Quello che si è tirato dietro detrattori su detrattori senza probabilmente nessuna vera colpa, se non quella di non essere abbastanza spavaldo, abbastanza strafottente, abbastanza personaggio. Quello a cui stavolta un inchino profondo lo può negare solo un sordo. Un grazie, di cuore, col cuore.

(20/10/2013)

  • Tracklist
  1. Everything That Rises
  2. A Case For Shame (with Cold Specks)
  3. Almost Home (with Daniel Jurado)
  4. Going Wrong
  5. The Perfect Life (with Wayne Coyne)
  6. The Last Day (with Skylar Grey)
  7. Don't Love Me (with Inyang Bassey)
  8. A Long Time
  9. Saints
  10. Tell Me (with Cold Specks)
  11. The Lonely Night (with Mark Lanegan)
  12. The Dogs


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