Shannon And The Clams

Gone By The Dawn

2015 (Hardly Art) | doo-wop, girl-group

Nella musica pop, si sa, radicalizzare le proprie consuetudini espressive è espediente fidelizzante di indubbia efficacia ma alla lunga può portare al logoramento. Deve essersene accorta anche l’allegra combriccola Shannon & The Clams, che con l’ultimo album a referto si era limitata a una replica in pompa magna del formulario già proposto con profitto nell’ottimo “Sleep Talk”, infilandosi di fatto in un vicolo cieco creativo e mostrando in controluce una prima patina di manierismo. Il fisiologico rinculo nell’estro della compagine di Oakland non dovrebbe però essere andato al di là dello specifico passaggio interlocutorio. Qualche sostanziale cambiamento è intervenuto in tempi recenti, anche se riesce difficile pensare sia stato sufficiente a determinare la bella sterzata che intendiamo raccontare qui: Nate Mayhem ha rimpiazzato il cofondatore Ian Amberson dietro i rullanti e, dopo un paio di uscite autoprodotte, il rinnovato terzetto ha scelto di affidarsi allo spirito affine Sonny Smith e a James Riotto (già con l’elvetica Sophie Hunger), ospite di John Vanderslice al suo Tiny Telephone Studio.

Rispetto a “Dreams In The Rat House”, i californiani sembrano godere di tutt’altra freschezza, di una nuova agilità anche, e nell’insieme pare scongiurato l’effetto stantio di certo revival necrofilo.
Si recupera piuttosto una propensione ai sottogeneri di riferimento davvero a fuoco, limitando al massimo tanto il quoziente propriamente garage-rock nel proprio marchio quanto le energie dilapidate a vuoto. Il taglio si è fatto più minimalista ma non stravolge le coordinate di massima della band. Il passionale boogie di “I Will Miss The Jasmine” è la riprova della felice inclinazione delle Vongole per gli oldies but goodies e il modernariato musicale in genere. Non è venuta meno, per dire, la predilezione per le torch song da cuori infranti, per un romanticismo incantevole e ormai a brandelli, vera specialità della casa. L’ennesimo gioiello di questa corona si intitola “How Long?” e presenta la ditta Shaw & Blanchard superlativa nel limitare le implicazioni parodistiche della propria musica e, nel contempo, nel non cercare lo strappo o la prova di forza a tutti i costi.

“Gone By The Dawn” beneficia di una misura rimarchevole, sceglie di non strafare, non la butta in caciara e resta sempre accurato e brioso, specie grazie agli interventi di un Cody più che mai finissimo ricamatore (“Baby Blue”) al servizio di una Shannon al solito fascinosa e infettiva. Il maggior merito della corpulenta vocalist, in questa occasione, risiede nel non aver voluto esasperare il tratto, consentendo così alle nuove canzoni di non uscire schiacciate o disinnescate dai cliché che le animano. Emblema di questo nuovo equilibrio è il singolo “Corvette”, raffinato e controllatissimo per una formazione da sempre votata a un dionisiaco particolarmente ebbro. Ma nel disco sono un po’ tutte le esagerazioni a risultare bandite per principio: lo stile e l’interpretazione ne traggono evidente giovamento, e lo stesso vale per un songwriting finalmente limpido.

I dialoghi tra il sensazionale contralto della cantante e le miniature jangle della chitarra di Cody Blanchard portano a nuove pagine memorabili come in “My Man”, occasione quantomai propizia per rispolverare la formula delle teen tragedy ballad che aveva reso magici certi passaggi su “Sleep Talk”. La biondissima frontwoman non appare meno sensuale in una title track che ce la presenta carezzevole come di rado le è capitato di essere. “Telling Myself” riporta il suo bel broncio in primo piano, con una sorta di ideale cover doo-wop degli Zombies, mentre “The Bog” è un episodio ludico e marziale, senza macchie nel sublimare l’idea stessa di ossessione nell’immaginario di questi artisti. Il retrogusto rimane comunque, immancabilmente, dolceamaro. Manca forse il pezzo da novanta, a tutto vantaggio della coesione d’insieme, ma “It's Too Late” ha comunque i crismi dell’instant classic, forse anche per la disinvoltura con cui rimastica stilemi ormai scolpiti nella pietra (“Let’s Twist Again” risuona come qualcosa più di un semplice miraggio).

Negli ultimi anni i potenziali discepoli (quando non emuli) hanno cominciato a farsi sentire, in prima fila quella Sallie Ford cui melodie e verve non fanno certo difetto. L’amore per il passato e la purezza di Shannon rimangono tuttavia irraggiungibili anche per lei, specie nei numeri più movimentati come “Knock 'em Dead” dove il confronto si fa per forza di cose più aperto.
Quando riesuma il vestitino sporco del progetto Hunx And His Punx, la Nostra torna a brillare in qualità di stellina garage-punk, santa protettrice dei primitivisti indefessi. Capita nelle battute conclusive dove la briglia si fa via via più sciolta, l’indole da goliardi della cosiddetta "mozione Blanchard" prende il sopravvento e i ragazzi si travestono da Barbaras, solo meno floreali e decisamente più slacker (“The Burl”, titolo illuminante). Non tardano poi a riaffacciarsi gli adorati fantasmi fifties e primi sixties, in una chiusa che si fa beffe persino della malinconia per tradursi nella trascinante celebrazione di un’epopea che proprio non vuol saperne di restare sepolta.

Senza timore di smentita, “Gone By The Dawn” si piazza in cima alla lista di categoria per il 2015, ex-aequo con King Khan & BBQ Show. Annata mediocre, sottolineeranno i maligni, ma quel che conta davvero è aver ritrovato nel pieno della forma una band di assoluti fenomeni.

(02/12/2015)

  • Tracklist
  1. I Will Miss The Jasmine
  2. My Man
  3. Point Of Being Right
  4. How Long?
  5. Baby Blue
  6. It's Too Late
  7. Gone By The Dawn
  8. Corvette
  9. Telling Myself
  10. The Bog
  11. Knock 'em Dead
  12. The Burl
  13. You Let Me Rust
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