Chiedersi cosa significhi nel 2026 l’etichetta
Soft Machine è, forse, porsi una domanda oziosa. Già dagli
anni Settanta, la band di culto del
Canterbury Sound è una “Nave di Teseo” in forma musicale: un’entità che, sostituendo uno a uno i suoi componenti, finisce per non avere più alcun elemento in comune con la sua incarnazione iniziale – ma senza aver mai realmente compiuto passaggi bruschi, o avere in qualche modo esplicitamente “tradito” la propria identità.La formazione attuale del gruppo è: John Etheridge (chitarra), Theo Travis (fiati e tastiere), Fred Baker (basso), Asaf Sirkis (batteria). La maggior
seniority spetta al chitarrista, il cui primo album come membro è “Softs”, pubblicato nel 1976 quando i compagni erano Roy Babbington, John Marshall, Alan Wakeman e Karl Jenkins (sì: già allora tutti i fondatori avevano lasciato la band, anche se Mike Ratledge partecipò alle registrazioni di alcune tracce).
Conviene senz’altro evitare paragoni — con il passato ma anche con le espressioni più vitali della fusion
progressiva contemporanea, da
Monika Roscher ai
Niechęć, fino agli inevitabili
Snarky Puppy. Meglio piuttosto concentrarsi su musica ed emozioni, domandandosi dunque quali siano le sensazioni evocate dall’ascolto di questo nuovo “Thriteen”. La risposta, purtroppo, è presto riassunta: nessuna. A colpire del disco sono più la vividezza cromatica della copertina e il (lodevole, dai) perseverare nella scarsa fantasia di titolazione… Ma anche di (e questo è meno encomiabile) di atmosfere, temi, soluzioni compositive delle sue tredici tracce.
Intendiamoci: è tutto suonato a puntino. Jazz-rock d’alto profilo, senza sbavature e senza spigoli. E senza guizzi di sorta. Non che si possa esigere da un progetto che – rinnovamenti a parte – sulle spalle porta oltre mezzo secolo di essere focoso e imprevedibile come agli inizi, ma qui non è solo il fuoco a mancare. Sono proprio le idee. Pressoché tutti i brani si trascinano sonnolenti, e la patina più soave o più notturna, più caotica o più briosa non altera la sostanziale assenza di slancio.
Giusto in “The Longest Night”, a firma Theo Travis come buona parte dell’album, qualcosa finalmente si muove. Per fortuna, il pezzo dura tredici minuti, e da solo dà un senso al disco. Qui sì i musicisti mostrano di saper creare, variare e legare atmosfere, passando da un’apertura obliqua a un passo dagli
Henry Cow, da sezioni bucoliche a climax sapientemente giocati su tensione e allentamenti.
Fra gli altri episodi, svettano almeno un poco anche la frizzante “Time Station” (composta da Travis) e la più tagliente “Turmoil” (Baker). Anche qui manca un po’ la direzione (o la conclusione), ma a tener viva l’attenzione ci sono almeno la combinazione tra temi melodici riconoscibili e costruzioni chitarristiche quantomeno intriganti (spesso su arpeggioni elettrici a corde vuote, da qualche parte fra Rush e King Crimson).
Sia nei passaggi meno a fuoco che in quelli che girano meglio, il suono risente soprattutto della presenza di Theo Travis: spesso più ingombranti che decisivi, sax, flauto e duduk occupano pressoché stabilmente il centro della scena. Quasi un paradosso, perché è poi la sua scrittura, quando prende quota, a dare ai pezzi una traiettoria leggibile. Il resto si arena già in poche battute. E si disperde altrettanto in fretta.
20/04/2026