Friko - Something Worth Waiting For

2026 (ATO)
indie-rock

Cause there’s hardly enough in this world
To make us happy

Il loro esordio “Where We’ve Been, Where We Go From Here” era stato incluso fin da subito e senza esitazione tra i migliori del 2024, poiché caratterizzato da una purezza di scrittura pari a pochi, sommersa da chitarre rumorose tipiche dell’indie-rock. Il ritorno dei Friko guidati dalla mente e dalla penna del cantante e chitarrista Niko Kapetan è nel segno della riconferma e dell’espansione di suono, con la produzione del secondo capitolo “Something Worth Waiting For” finita nelle (buone) mani del camaleontico ed eclettico John Congleton (St. Vincent, Angel Olsen, Explosions In The Sky, Xiu Xiu), sempre alla ricerca di sonorità genuine e con il santino di Steve Albini perennemente stretto a sé, di cui porta avanti l’idea di un approccio il più diretto e autentico possibile nella trasposizione di progetti su disco.

Tale prospettiva in questo caso si traduce in sottigliezze noise in dirittura talvolta power-pop, talvolta più grezze e slacker, alternate a composizioni orchestrali, con uno sguardo alla musica classica d’avanguardia e alle ballate sinfoniche degli anni Settanta, oltre a passaggi che includono idee folk e chamber-pop, mettendo un’infinità di carne al fuoco. Tra le influenze si annoverano gli Arcade Fire di “Funeral“, Bill Callahan, Modest Mouse, Wednesday, Death Cab For Cutie, Foxing, gli immancabili Bright Eyes e Radiohead e molti altri. Fra i fattori fondamentali, l’intreccio indissolubile ed emotivo tra testi spontanei e musica, con quest’ultima che cerca di arrivare dove il flusso di parole non risulta sufficiente; l’argomento portante è la capacità di rimanere a galla nonostante le avversità e non smettere di cercare la luce in fondo al tunnel, bilanciando perfettamente l’idealismo tipico delle giovane età e una sicurezza derivata dal vissuto.

Il disco si apre sui ronzii in crescendo delle chitarre ruvide della cruda “Guess”, tra strizzatine d’occhio radioheadiane miscelate a reminiscenze emo, a cui fa seguito l’incalzante virata power-pop nineties di “Still Around”, che gioca sul dualismo fallimento-speranza, per poi fuggire su un treno con “Choo Choo”, intervallando corse a perdifiato e decelerazioni fino a una delle vette dell’opera, la struggente e squisitamente beatlesiana “Alice”.
Il tema del viaggio fa la sua comparsa a più riprese nel corso dell’album, in particolare fra le note di piano e archi di “Certainty”, che illustra un lungo peregrinare su diversi mezzi di trasporto tra imprevisti e meraviglie, descrivendo il tragitto effettuato ogni giorno dal cantante per andare al lavoro in un magazzino a Rogers Park, a Chicago, con un sipario calato su un’idea di rimando al capolavoro di Peter Weir “The Truman Show”.

Altro ottimo passaggio chiave è segnato dai cori dell’agrodolce “Hot Air Balloon”, mentre “Seven Degrees” si muove tra alt-country e folk, rievocando in parte la bella “Father And Son” di Cat Stevens; non a caso la traccia trae ispirazione proprio da una frase del padre di Kapetan, in riferimento alla teoria dei sei gradi di separazione (definiti erroneamente sette da quest’ultimo), secondo la quale due persone qualsiasi sulla Terra sono separate da una catena di non più di sei connessioni sociali.
Dulcis in fundo, si raggiunge il culmine con i passaggi strumentali della title track, vere e proprie montagne russe emotive, lasciando la conclusione alla commovente pseudo-ballad “Dear Bicycle”, dove il protagonista delle liriche, ormai consapevole di aver raggiunto la maturità e una maggior consapevolezza, si guarda indietro un’ultima volta.

Traccia dopo traccia, “Something Worth Waiting For” scivola via velocissimo, inseguendo insistentemente un barlume di speranza e mantenendo al contempo un fondo di oscurità, marchio di fabbrica del progetto di Chicago, il cui livello si attesta nuovamente alto.

Tracklist

  1. Guess
  2. Still Around
  3. Choo Choo
  4. Alice
  5. Certainty
  6. Hot Air Balloon
  7. Seven Degrees
  8. Something Worth Waiting For
  9. Dear Bicycle