ALBERGO INTERGALATTICO SPAZIALE - Navicomete

2025 (Psych out)
new age, progressive

La storia del duo Albergo Intergalattico Spaziale comincia dall’incontro tra Giacomo “Mino” Di Martino dei Giganti del mitico pamphlet antimafia “Terra in bocca” (1971) e la vocalist Edda “Terra” Di Benedetto durante la loro partecipazione all’estemporaneo supergruppo Telaio Magnetico patrocinato da Battiato. Forgiati da quell’esperienza, i due distaccano un loro progetto ad hoc, sempre imperniato sulla pratica improvvisativa, che poi raccolgono in un album omonimo (1978) contenente, tra le altre cose, una psichedelia cosmica per elettronica e voci (“Live Pistoia”) e un soliloquio con tracce di vocalismo d’avanguardia (“Angeli di solitudine”). Per anni, perfino decenni, i due abbozzano prove per un seguito mai realizzato che alla fine compilano in raccolte di demo e scarti.

Al contempo la sigla diventa via via appannaggio quasi esclusivo di Di Benedetto (mentre Di Martino si limita alla supervisione): il suo incaponirsi dà il retroterra del definitivo ritorno con “Navicomete”, 80 minuti in quattro parti, il loro album ambizioso.

L’overture è instabile: un assolo fusion di batteria muta in cantico tribale, glissando sinfonici si riducono a scrosci di acqua. Segue comunque un lungo adagio cosmico di voci spirituali, che prelude a un conciliabolo declamato e canticchiato su turbolenze elettroconcrete e cameristiche, che a sua volta si calma in un lied pianistico poliglotto (anche in latino). La seconda parte comincia con un giardino armonico di svolazzi alla Enya e un canto di mondine psichedeliche. Lo scenario assume tratti blues di slide e sax lirico; il substrato allucinogeno aumenta e la meditazione si fa febbricitante; un filo di violino conduce a un climax drammatico, un urlo al firmamento.

Maggiormente unitaria, la terza parte per più di metà suona come delle Mina, dei Claudio Villa e delle Mia Martini impiantati nel cosmo di “Hosianna Mantra”, un altro momento intenso di appassionato patetismo e uno dei più estesi di tutto l’album (l’altra metà è un concerto fantasmagorico-campestre tra musica barocca e piglio hippie). Nell’ultima facciata da una cantilena su muraglie di arpe si passa a una soundscape confusa e psicotica Pink Floyd-iana, quindi a contrappunti di chitarre trascendentali Fred Frith-iane, finché il procedimento non finisce per rifarsi inevitabilmente al navigatore delle stelle par excellenceTim Buckley.

Opera “totale”, fatta di vastità di tecniche usate anche alla rinfusa, di spunti, spezzoni incollati uno all’altro con il fade, montaggi di suono, vagamente imparentata con il “Sacrato poema” dantesco (la chiusa delle tre cantiche, con enfasi sull’ultimo lemma di ciascuna: “stelle”). Più che i singoli momenti la definisce l’impalcatura da minimalismo naif-multiforme del “Tubular Bells” di Mike Oldfield e da revisionismo bachiano kitsch del “Novus Magnificat” di Demby, ma senza quella compattezza d’intenti, quella pregnanza sonica e quella narrativa d’affresco. Grazie al tour de force canoro-fonetico vale come monumentale, tortuosa, parnassiana meditazione spaziotempo in grado di oltrepassare i limiti del didascalismo e descrivere oceani di alchimie timbriche, scenari strumental-vocali che si riconfigurano di continuo.

Di Benedetto, tastiere elettroniche, si attornia di una ventina di collaboratori tra cui Luce e Walter Maioli. Solo su doppio vinile, niente streaming.

26/05/2025

Tracklist

  1. 1. 1 (The Dream The Death The Rainbow)
  2. 2. 2 (A Network Of Souls Envelops The Planet)
  3. 3. 3 (About Living And Dying)
  4. 4. 4 (The Essence Of Light)

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