Toh, chi si rivede! Destinati a passare alla storia come una delle (tante) gloriose meteore degli anni 80, sovrastati ormai dalla carriera solista – e dal carisma – della loro cantante Maria McKee, i Lone Justice rinascono a sorpresa dalle loro ceneri, con un nuovo disco dopo quasi 40 anni. Il primo dai tempi di “Shelter” (1987), secondo capitolo di quello che sembrava a tutti gli effetti un progetto concluso prematuramente, nonostante avesse attirato alla sua corte alcuni pezzi grossi del rock born in the Usa: Steve Van Zandt aka Little Steven, leggendario chitarrista di Bruce Springsteen, il produttore Jimmy Iovine, Tom Petty e buona parte degli Heartbreakers, più un’Annie Lennox in incognito, che regalò qualche cameo vocale.
Il nuovo album della band californiana si intitola orgogliosamente “Viva Lone Justice” ed è stato realizzato con la formazione che diede vita al bellissimo Lp d’esordio del 1985: Maria McKee alla voce, il chitarrista Ryan Hedgecock e il bassista Marvin Etzioni, più il contributo del batterista Don Heffington, scomparso purtroppo il 24 marzo del 2021. Come sia stato possibile realizzarlo è presto detto: si tratta di un ibrido vecchio/nuovo. Qualche anno fa, infatti, dopo la morte di Heffington, Etzioni ritrovò un mucchio di nastri risalenti ai primi anni 90, in cui registrava demo su due tracce con il batterista assieme proprio alla ex-compagna dei Lone Justice, Maria McKee, per il suo secondo album solista, “You Gotta Sin To Get Saved”. Etzioni ha così proposto a McKee di utilizzare il materiale in un suo prossimo lavoro solista. Ma lei, a sorpresa, lo ha invitato a cercare Hedgecock e a trasformare il progetto in un nuovo disco dei Lone Justice.
In seguito, sono stati scoperti altri nastri e una traccia live (“Nothing Can Stop My Loving You”), che sono stati aggiunti in scaletta. Etzioni ha anche curato la supervisione, usando le registrazioni originali come base e sovrapponendo parti nuove, principalmente le chitarre e le armonie di Hedgecock. Alla compagnia si sono uniti Tammy Rogers (Dead Reckoning) a violino e archi, David Ralicke ai fiati e Greg Leisz alla steel guitar, più Benmont Tench degli Heartbreakers – uno dei deus ex machina del progetto originario – al piano. Gli unici strumenti non sovraincisi sono stati proprio i tamburi di Heffington, per rispetto nei confronti del batterista scomparso, che Etzioni definisce “il nostro Ringo“.
Ne è scaturita una raccolta di canzoni divertite e vibranti, cariche di quella energia incontenibile che sprizzava dalla band all’epoca: chi ricorda quella bionda ragazzina di nome Maria, avvinghiata alla sua Telecaster, a sbraitare i suoi infuocati sermoni cowpunk assieme alla sua ciurma di musicisti vestiti di nero come mormoni, in un caldo pomeriggio romano del 1987, aspettando gli U2 del The Joshua Tree Tour? Beh, ritrovarla così, con quell’intatta freschezza ed esuberanza, a sgolarsi nel botta e risposta con Hedgecock nella scatenata rilettura del traditional “Jenny Jenkins” è davvero un tuffo al cuore che non potrà non emozionare chi visse intensamente quella breve stagione.
Se però i Lone Justice degli 80’s oscillavano costantemente tra le radici campagnole (o “cow-punk”) e quella tensione rock portata in dote dai loro padrini eccellenti (Tom Petty e Little Steven), questo nuovo lavoro è orgogliosamente piantato in terra country, a partire da omaggi come “Nothing Can Stop My Loving You”, classico scritto da George Jones e Roger Miller e cantato per la prima volta da Jimmy Dean, qui tratto da un concerto del 1984 della band, accompagnata da Joel Sonnier alla fisarmonica; o come la celebre “I Will Always Love You”, impreziosita dal violino di Rogers e dalla steel guitar di Greg Leisz e riportata fortunatamente al suo sobrio spirito originario, quello di Dolly Parton che la scrisse nel 1973, nello stesso giorno in cui compose “Jolene”: la canzone poi dominò le classifiche country anche nella successiva versione di Linda Ronstadt (dall’album “Prisoners In Disguise”, del 1975) prima di venire sciolta nella melassa dalla povera Whitney Houston nella sua leziosissima cover-bestseller.
A rinsaldare il legame con le radici anche il ripescaggio del traditional “Rattlesnake Mama”, che i Lone Justice già eseguivano dal vivo nei loro concerti nel 1983 – qui in una versione acustica con Hedgecock all’armonica e Rogers al violino – dell’hillbilly sfrontato di “Alabama Baby” (perla incisa per la prima volta dagli Armstrong Twins negli anni 40) e la rivisitazione rockabilly di “Skull And Cross Bones”, che Sparkle Moore (alias Barbara Morgan) pubblicò nel 1956 come lato B del singolo “Rock-a-Bop”.
Ma soprattutto è un (prevedibile) trionfo della vocalist. Ancora lontana dalle malie oscure del tormentatissimo “Life Is Sweet”, McKee troneggia con la sua voce squillante raggiungendo vertici assoluti nell’iniziale “You Possess Me” (firmata da Etzioni), dove canta a-cappella accompagnata in sottofondo da un quartetto di archi e mandolino, nella fiammeggiante cover del singolo del 1978 “Teenage Kicks” degli Undertones, interpretata con puro piglio punk sul magma di chitarre distorte di Hedgecock, e nella struggente “Wade In The Water” che rinverdisce le radici gospel-spiritual della band (chi ricorda le vecchie “Don’t Toss Us Away” e “You Are The Light”?) con un canto di giubilo che risale ai tempi della schiavitù.
A chiudere il cerchio l’altra spiritata reinterpretazione in stile country-swing di “Sister Anne” degli Mc5 con il piano in stile barrelhouse di Benmont Tench e i fiati di David Ralicke.
Al netto di qualche eccesso di esuberanza e di una confezione un po’ amatoriale, “Viva Lone Justice” è un disco gradevole, che vive soprattutto di sentite reinterpretazioni di classici senza tempo, affidate a una delle migliori cantanti della sua generazione e al suo rodato (all’epoca) ensemble. Chi si aspettava nuove canzoni firmate Lone Justice, invece, resterà deluso e magari potrà consolarsi con l’ascolto dell’ultimo, ottimo album solista di Maria McKee, “La Vita Nuova” (2020). Per tutti quelli che non li conoscevano e che magari si sono incuriositi, il consiglio è di andarsi ad ascoltare i due Lp degli anni 80, “Lone Justice” e “Shelter”: i loro veri gioielli si trovano lì. Nel frattempo, non resta che dire “bentornati Lone Justice”, anche se sarà solo per il tempo di una rimpatriata tra vecchi amici.
29/10/2024