Non è questo il caso dei Von Spar, quartetto di Colonia che oltre ad aver inciso una serie di album interessanti, ha collaborato con Stephen Malkmus nell’album-tributo “Can’s Ege Bamyasi Played By Stephen Malkmus And Friends”.
Sebastian Blume, Jan Philipp Janzen, Christopher Marquez e Phillip Tielsch sono però figli dei nostri tempi, e questo è percepibile nella loro attitudine pop, che oltre a non tacere dell’influenza del kraut-rock, tiene conto anche della musica elettronica dei Kraftwerk e dei suoi discepoli (Human League, Daft Punk, Air, Mouse on Mars etc.).
Il quinto album “Under Pressure” (il riferimento alla collaborazione tra David Bowie e i Queen è intenzionale) è il puzzle più variegato messo in campo finora dalla band, anche grazie all’apporto di collaboratori esterni come Chris A. Cummings (alias Marker Starling), Eiko Ishibashi (Jim O’Rourke, Merzbow), Vivien Goldman (The Flying Lizards), R. Stevie Moore e Lætitia Sadier (Stereolab).
E’ un art-pop cangiante e camaleontico, quello dei Von Spar: in quindici anni ha lambito ambiti sonori disparati, per poi adagiarsi in una formula che ricorda molto il raffinato eclettismo di Peter Gabriel (sensazione rinsaldata in questo capitolo anche da una strana assonanza timbrica di Cummings con l’ex-Genesis).
E’ un pop spugnoso, quello di “Under Pressure”, facile alla contaminazione, al punto che quando entra la voce di Lætitia Sadier il rimando agli Stereolab è inevitabile (“Extend The Song”). Ed è eccentrico e inquietante, come era prevedibile, l’intervento di R. Stevie Moore nel fluttuante elettro-pop di “Falsetto Guiseppe“.
L’intuizione più interessante dei Von Spar è quella di usare l’elettronica come sceneggiatura del suono, conservando una personale eleganza anche nei momenti più vivaci, come l’elettro-pop in chiave nipponica di “A Dream (Pt. 1)”, che poi modulazioni kraut fanno scivolare verso un delizioso elettro-funky “A Dream (Pt. 2)”.
Un accenno di progressive-rock nell’enigmatica “Better Late”, il funky denaturato alla maniera dei Gang Of Four/Flying Lyzard, “Boyfriends (Dead Or Alive)”, e l’elaborato strumentale che chiude le danze (“Mont Ventoux”) donano una serie di sfumature oltremodo intriganti, perfetta cornice per un disco agrodolce e stuzzicante, da inserire tra i migliori outsider dell’anno in corso.
11/09/2019